Perchè Sanremo è Sanremo? Pop kills its soul

di Simone Dotto

The shape of punk to come

(di Simone Dotto)

A frugare tra le briciole lasciate dal banchetto sanremese (se ha ancora senso farlo in tempi tanto antitelevisivi, dopo più di due settimane) resta una certezza: chi dice che l’Ariston si aggrappa al passato per difendere un’epoca che non c’è più, ci ha capito poco o nulla. Poche cose funzionano invece da cartina di tornasole mediatica e sociale – non musicale – quanto il Festival della Canzone Italiana. Per capire il perché peschiamo il concetto chiave della nostra analisi, guarda caso, da una serie televisiva, o meglio, da una serie televisiva che parla di televisione, Boris. La Locura teorizzata da uno degli sceneggiatori è la formula magica per risollevare in extremis le sorti della soap opera Gli Occhi del Cuore: «la tradizione con una bella spruzzata di pazzia, il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di pailettes. In una parola: Platinette»

La descrizione calza a pennello e la presenza della stessa Platinette (al secolo Mario Coluzzi) sul palco al fianco dei Matia Bazar (1) sta lì a chiudere il cerchio. I veterani festivalieri e il personaggio glamour, come da copione: un aggiornamento del gattopardesco “tutto cambia perché niente cambi”, se si vuole alzare l’asticella delle citazioni. Solo così il luogo comune di un Sanremo sempre uguale a se stesso può conciliarsi con quello altrettanto diffuso del Sanremo “provocazionista”: quell’attitudine da scandalo ad ogni costo sullo sfondo di una Rai ancora inamidata nel dopoguerra democristiano.

Quel che ci interessa qui non è tanto capire se le provocazioni fossero o meno orchestrate allo scopo di alzare l’audience (come regolarmente si ritorna ad insinuare), ma piuttosto come queste contribuiscano all’economia della trasmissione. «Perché Sanremo è Sanremo» è molto più di uno slogan: è una tautologia che serve a spiegare la natura di un evento totalmente autoreferenziale. Forse addirittura un passo oltre la (neo)televisione cannibale teorizzata da Eco: è una trasmissione evento che si mangia da sola.

Prendiamo ad esempio le chiacchieratissime invettive di Adriano Celentano alla prima serata. Non solo si inseriscono in un continuum tutto mediatico che chi non seguiva il discorso da prima del festival non poteva apprezzare appieno («perché ce l’ha tanto con Famiglia Cristiana e Avvenire? E come mai dà del cretino ad Aldo Grasso?») ma dopo essere state riprese da tutti i media nazionali, con i consueti dibattiti fra schieramenti pro e contro, tornano nella serata finale. La seconda ospitata del cantante, insomma, consiste proprio nella risposta alle critiche ricevute fino a quel momento: un’ora di trasmissione scritta (?) semplicemente consultando la cassetta dei reclami. Di più: i fischi e gli applausi in sala sembrano fatti apposta per fagocitare e rimettere in scena addirittura lo scontro fra sostenitori e detrattori che animato il dibattito nei giorni precedenti (2).

Più del “caso Celentano” (che è quasi evento nell’evento, un’autoreferenzialità a parte) sono indicativi gli interventi dei comici. Luca e Paolo, presenti come ospiti in continuità con l’edizione precedente, sono anche loro oggetto di critiche, queste sì un po’ “alla vecchia maniera”: «troppe parolacce!». Detto fatto: il duo, proprio come Celentano (magari con qualche consapevolezza contestuale in più) si ripresenta  nella finale con un pezzo concepito unicamente per rispondere alle accuse. Il risultato, ciò che nasce apparentemente per andare contro Sanremo, concorre in realtà a formare e conservare lo stesso show in quanto tale.

È anche grazie a quest’autoreferenzialità, ingrediente base per far procedere lo spettacolo, che il contenitore-sanremo riesce ad assorbire e inglobare qualsiasi critica sociale. Come nel caso de I Soliti Idioti, il duo comico targato MTV che, per età e provenienza, si riferisce a platee totalmente diverse da quelle di Rai Uno e del Festival, più giovani e più smaliziate. Gli attori (Mandelli e Biggio) sembrano consapevoli della diversità del contesto e nel primo stacco giocano a ritardare il tormentone con la parolaccia (il celebre: «dai cazzo!») che il pubblico si aspetta. Ma, in definitiva, è soprattutto il contesto a giocare con loro: le battute sulla gente in sala che non paga le tasse (proprio il primo giorno della Kermesse la Guardia di Finanza aveva “aperto il Festival” con i controlli nei negozi della cittadina) passano come acqua fresca. A depotenziare gli sfottò rivolti agli spettatori ci pensano… gli spettatori stessi. Mentre i due “satireggiano” con il personaggio di un padre disposto a tutto pur di «fare il picco» in televisione la gente seduta alle spalle si contorce per guadagnare un angolo di inquadratura. A vanificare i già deboli tentativi di critica sociali dei Soliti Idioti ci sono i soliti idioti che salutano a casa: quando la realtà supera a destra la parodia.

Dulcis in fundo, chi si risente: la musica. Perché anche nella gara tra le canzoni la televisione mette lo zampino, perlomeno da tre anni a questa parte. Da quando, cioè, sulla ribalta sanremese sono sbarcati i giovani dei talent show. La presa dell’Ariston è praticamente immediata: tre vincitori talented, quattro posti sul podio e un vincitore della sezione giovani dal 2009 a oggi.

Il podio dell’edizione appena trascorsa ha segnato un en plein: prima e terza classificata rispettivamente da Amici e X Factor e secondo posto ad Arisa (che personaggio televisivo è stato e pure a X Factor, sia pure dalla parte del giudice) (3). Numeri che riconfermano le distanze ormai quasi nulle tra il tradizionale pubblico di Rai Uno e il target più giovane dei talent show (complice anche lo strumento del televoto) e che vanno a smentire anche la “Maledizione Jalisse”, per cui la canzone vincitrice sarebbe di fatto quella meno venduta e meno trasmessa. Acqua passata, ormai. Eredità di un tempo in cui forse davvero si trionfava in nome di una vecchia concezione di musica leggera. Ora canzoni e cantanti vincitori passano in tv e in radio come ci passavano prima, forse perché ci passavano prima. Un primo posto nel vecchio Festival della Canzone diventa il coronamento di un percorso che nasce, continua (e muore) all’interno della televisione, formando un circolo virtuoso che rende sempre più difficile l’accesso a chi non ha già maturato la cittadinanza catodica.

Note:

(1) La sostanziale bocciatura della performance da parte dal pubblico può essere spiegata con il fatto che, proprio in quell’occasione, Platinette ha rinunciato a Platineggiare, presentandosi senza trucco e parrucco e facendo venir meno forse il senso stesso dell’ospitata. Quel che è certo è che, con l’eliminazione di Sei tu al secondo turno, si è scongiurata l’eventualità del quarto podio consecutivo (dal 2001 a oggi)  per una formazione il cui Regno del Terrore dura ormai da dodici festival e trentasei dischi.

(2) A proposito di autoreferenzialità televisiva: le divergenze di opinione sul cosiddetto caso Celentano hanno creato una dissociazione interna allo stesso Festival e persino nell’azienda della Rai. A un certo punto è addirittura il presentatore Gianni Morandi ad unirsi a chi grida al complotto sostenendo pubblicamente che i fischi contro il monologo del molleggiato fossero pilotati. Il conduttore, in altre parole, confessa di aver condotto uno spettacolo dentro un altro spettacolo più grande.

(3) In pieno spirito corporativo, Emma Marrone – che poi risulterà vincitrice – chiama ad accompagnarla, nella serata dei duetti con voci italiane Alessandra Amoroso, la vincitrice dell’edizione precedente dello stesso talent show Amici. Come a voler dimostrare che i giovani “talenti” non hanno bisogno di padrini né raccomandazioni dall’esterno, e si giustificano in quanto tali… e vai così!

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