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Categoria: politica

Sanremo, il tempo perduto e la locura perenne: Italia 2014

by Hamilton Santià

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E Raffaella canta a casa mia

I profili finti dei personaggi politici ormai sono una costante nell’attuale scenario politico. Non è facile farli bene. Ma quando ci si riesce, spesso ci prendono. Uno dei più interessanti esperimenti è quello che ha fatto Davide Astolfi, che nella vita vera è un ricercatore scientifico, quando ha messo su (creato?) il riuscitissimo fake di Gianni Cuperlo. La sfida, vinta, ha imposto un nuovo obiettivo: Giorgio Napolitano. Da qui il profilo i Moniti di Re Giorgio in cui il presidente, custode delle larghe intese, lavora incessantemente per garantire la continuità politica contro la rottura di ogni schema e ogni altra maggioranza possibile.

Due giorni fa, sospesi tra le consultazione per il futuro Governo Renzi I e il day after della pessima serata d’esordio del Festival di Sanremo (qui, una guida pratica), il profilo twitter del (finto) Presidente della Repubblica scrive:

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La saggezza del moderatismo

Si fa riferimento alla performance di Raffaella Carrà, che all’alba dei 71 anni ha messo in piedi l’esibizione migliore vista sul palco dell’Ariston. Un po’ come è successo l’anno scorso con il ritorno spettacolare di Al Bano. Stiamo parlando dell’eterno ritorno e della nostalgia di un passato rassicurante e luccicante per una generazione, la stessa cui fa riferimento il Walter Veltroni direttore de L’Unità con i suoi album di figurine e il suo cineforum, che non si è mai messa in gioco veramente. Una generazione da che tempo che fa che si riconosce nell’orizzonte del buonsenso, della pacificazione, dell’annullamento del conflitto e che quindi trova una buonissima sponda politica nella post-ideologia incarnata da Matteo Renzi.

Ed ecco quindi che Raffaella Carrà non riesce nemmeno più a essere riletta nella chiave camp che ieri ancora la rendeva la cosa più fresca della serata. Ed ecco che non vale nemmeno più l’interpretazione trash perché non c’è nessuna traccia di ridicolo che punta al sublime. Niente di niente. C’è solo un messaggio piatto che vaga da qualche parte e gode di scossoni quando il passato ritorna sotto forma di necrofilia (Luciano Ligabue che canta Crêuza de mä di Fabrizio De André per i 30 anni dall’uscita del disco), o farsa (Al Bano, Raffaella, ecc.). Sembra felliniana se per felliniano intendiamo anche quel senso di ineluttabile morte oltre lo specchio e il luccichio. Felliniano se prendiamo per buone le parole che lo sceneggiatore di Boris tira fuori quando parla della locura, che per Sanremo sono sempre buone. Felliniano se constatiamo che per anni la nostra paura di estetizzare la realtà, di renderla prima cinematografica e poi televisiva ha in realtà permesso che diventasse altro: fiction. Su Rai Uno. Senza conflitto, quindi sedato, irrisolto, soggiacente. Come se pure il disagio sociale fosse un elemento del manuale Cencelli. Vedi l’interruzione dello spettacolo-consolazione quando, in apertura, due persone hanno minacciato di suicidarsi: Pippo Baudo, che comprende la magia della televisione meglio di Fabio Fazio, avrebbe reso quel momento la speranza di un domani migliore. La consolazione almeno usiamola bene.

E cosa c’entra, quindi, la politica?

C’entra perché un paese che non riconosce il suo deambulare verso la morte non può e non potrà mai cercare di costruire una classe dirigente e una classe politica capace di produrre delle scosse telluriche, degli shock costruttivi che riescano a fare quello che non siamo più in grado di fare: immaginare un futuro.

Se Raffaella Carrà è la cosa migliore capitata a Sanremo nel 2014, allora va benissimo Piero Fassino ministro nonostante sia già sindaco di una grande città. Va benissimo che Matteo Renzi forzi lo schema proponendo una vecchia logica da Prima Repubblica nella sordità generale perché, per dirla con gli Smiths, the world won’t listen. Va benissimo che lo schema ora veda una tripartizione di leader extra-parlamentari, populisti, che usano il consenso come arma ricattatoria e che dialogano attraverso un linguaggio comune che si declina in diversi aspetti (gli schemi a cui si rifanno Grillo, Berlusconi e Renzi sono uguali, ma in quanto prodotti di marketing hanno target diversi).

La politica è incapace di essere costruttiva e lungimirante così come l’arte e la cultura popolare ora non sono in grado di essere usate e elaborate in proposte che funzionino come coda lunga contro il disagio e contro il terremoto. Bisogna cercare di capire quali sono gli spazi d’azione in tutto questo. Se no di sordità si muore e mentre tutti guardano dall’altra parte, si torna al paradosso dell’albero che cade nel bosco.

PS – Pubblico questo articolo due giorni dopo averlo scritto. Nel frattempo a Sanremo c’è stata anche l’esibizione di Claudio Baglioni. Un lunghissimo medley vetrina sulla sua carriera e sulla sua futura tournée da tutto esaurito. Ci sarebbero molte cose da dire anche in questo caso. Non è perfettamente interscambiabile con Raffaella Carrà, ma in ogni caso siamo dalle stesse parti.

How the West was won (and where it got us) – Kiev e Sochi

by Alessandro Ronchi

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Due dei fatti più in evidenza in queste settimane nella sezione “esteri” di quotidiani, telegiornali, siti di informazione provengono da aree ex-sovietiche: la guerriglia urbana a Kiev e le imminenti Olimpiadi Invernali a Sochi, nella Russia Meridionale. Sembrerebbe un collegamento fondato su una prossimità geografica (più o meno si tratta della stessa area del mondo) o al massimo strettamente geopolitica in riferimento al ruolo e alle manovre di Vladimir Putin. In realtà le implicazioni sono più complesse e globali.

I manifestanti di Kiev sono gli eredi della “rivoluzione arancione” che nel 2004 rovesciò il governo filorusso e portò precariamente al potere i filoeuropei Viktor JuščenkoJulija Tymošenko. Dal 2010 il governo dell’Ucraina è tornato anche formalmente in mano ai fantocci di Putin con l’elezione a Presidente della Repubblica di Viktor Janukovič e l’incarcerazione in seguito a un processo-farsa di Julija Tymošenko (precedentemente il presidente Juščenko era sopravvissuto miracolosamente a un avvelenamento da polonio, la firma del FSB). Il potere di Vladimir Putin negli stati satellite come l’Ucrania si fonda sugli stessi elementi che strutturano il suo ventennale dominio in patria: eliminazione fisica degli avversari con metodi da vecchio KGB, ricatto petrolifero, brogli elettorali, corruzione e costruzione di un vasto e diffuso consenso negli strati meno alfabetizzati della popolazione attraverso l’esibizione di un panslavismo muscolare che proietta sulla sua persona, sulla sua iconografia la figura di un nuovo zar. Dal 21 novembre 2013 a oggi a Kiev ci sono state manifestazioni oceaniche e contromanifestazioni, barricate, guerriglia, cinque manifestanti morti, assalti ai palazzi governativi, offerte di dimissioni da parte di Janukovič e operazioni militari da parte della polizia. La situazione è tuttora fluida. Il dato politico è che la folla che occupa le piazze di Kiev, esattamente come gli arancioni dieci anni fa, identifica l’Europa, l’Unione Europea con ciò che dovrebbe essere: un sinonimo di progresso e diritti civili, libertà di espressione e di impresa, di modernità e opportunità. L’Europa (e l’Occidente intero, con gli USA in testa) ha una doppia responsabilità nei confronti dei manifestanti ucraini. Si minacciano sanzioni, ci si scandalizza per i proiettili ad altezza uomo poi ci si ricorda che il petrolio russo passa per i gasdotti ucraini e non si parla più di sanzioni ma ci si limita agli “auspichiamo” seguendo una tradizione di ignavia lunga oltre settant’anni (il Patto di Monaco venne stretto nel 1939). L’altra responsabilità è culturale. Nelle nazioni che, a vario grado di coinvolgimento, nell’Unione Europea sono stabilmente e comodamente come l’Italia, la Francia o l’Inghilterra i partiti politici antieuropeisti, dal Movimento 5 stelle al Front National di Le Pen figlia, vedono crescere i consensi in modo esponenziale. Non si tratta di sposare acriticamente le decisioni delle istituzioni europee che, come tutte le istituzioni umane, possono commettere (e hanno commesso) errori, anche molto gravi. Si tratta di correggerli diventando tutti più europei. Si tratta di non rifiutare l’ideale europeo federale in nome di localismi autarchico-barbarici anacronistici e suicidi. Anacronistici e suicidi (se l’Europa diventa sempre più provincia dell’impero nei giochi economici mondiali, figuriamoci un piccolo stato europeo isolato) e soprattutto culturalmente perdenti se vogliamo dare un senso al progetto europeo come laboratorio più avanzato delle tendenze progressiste in ambito di diritti, civiltà, libertà e modernità ovvero capitalizzare, realizzare ciò che rappresenta il simbolo-Europa a Kiev. Insomma, perso ampiamente il primato economico dovremmo concentrarci su un progetto civile e culturale comune proiettando nella contemporaneità la valenza simbolica e storica positiva dell’Europa come “culla della civiltà” e superando il suo lato oscuro di “culla di guerre, genocidi e totalitarismi” i cui echi tornano nella propaganda e nei riferimenti ideologici dei movimenti No Euro di destra e sinistra.

Nel frattempo è imminente l’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Sochi. Si tratta di una consacrazione internazionale attraverso un grande evento di risonanza mondiale per lo zar di tutte le Russie Vladimir Putin che recentemente ha aggiunto al suo già esteso curriculum di tiranno e genocida la qualifica di omofobo. Il parallelo con le Olimpiadi hitleriane di Berlino del 1936 può essere preconfezionato e pericolosamente omologante ma aiuta a notare alcune analogie. Nel gennaio 2013 la Duma ha varato le cosiddette “Leggi contro la propaganda gay” firmate dal presidente in persona. Con l’assurdo pretesto di “proteggere i bambini” e salvaguardare la purezza della razza russa dalle influenze decadenti occidentali e in realtà perseguendo un’antica strategia secondo cui nulla consolida il potere come l’individuazione arbitraria di un nemico interno facilmente isolabile in quanto ritenuto “diverso”, non omologabile in una struttura sociale e nazionale uniforme perché apolide o perché presenta tratti devianti dalla norma ortodossa – nella storia gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari hanno servito perfettamente alla bisogna – le persone omosessuali sono state improvvisamente trasformate in paria corruttori di minori. Il risultato concreto della nuova legislazione sono stati dozzine di attivisti LGBT in carcere e soprattutto un numero imprecisato di giovani adescati nelle chat da squadracce di aguzzini che li hanno umiliati, torturati, violentati, spesso spinti al suicidio nell’impunità totale garantita dalla connivenza del potere, tanto che molti filmati di sevizie sono stati pubblicati su youtube. Conviene guardarli, per quanto siano stomachevoli. Non tanto per scoprire la ferocia potenziale e il sadismo gratuito che in molti esseri umani attendono le condizioni ottimali per scatenarsi – sarebbe solo l’ennesima conferma – piuttosto per capire quanto il dettato delle leggi, la coscienza collettiva, l’esempio delle istituzioni siano decisivi nell’arginare questa ferocia. Se lo stato, l’autorità costituita dice che è giusto essere omofobi seguono automaticamente pogrom. Il grado di responsabilità aumenta in maniera progressiva avvicinandosi al vertice della piramide dei ruoli e del potere: il primo responsabile della mattanza è Vladimir Putin le cui mani grondano nuovo sangue. Notiamo en passant che, mentre in tutto il mondo civile i matrimoni gay e spesso anche le adozioni sono una prassi assodata e pacifica, in Italia si è atteso il settembre 2013 per una blanda legge anti-omofobia – ed è stata necessaria un’epidemia di aggressioni, pestaggi, accoltellamenti. Il parallelo tra la situazione dei gay in Russia nel 2013 e degli ebrei in Germania nel 1936 è spaventosamente coincidente: verso la fine del 1935 furono promulgate le leggi di Norimberga e, benché non esistesse ancora un piano di eliminazione sistematica dei non ariani, le aggressioni ai “giudei” erano diffusissime e completamente impunite. Ciò nonostante la Comunità Internazionale scelse di non boicottare le Olimpiadi naziste come oggi si presenta compatta all’apoteosi dell’omofobo Putin. Certamente ci sono stati atti simbolici apprezzabili: Obama non manderà nessun esponente di primo piano del governo ma una delegazione di atlete lesbiche e attiviste LGBT, gli atleti tedeschi vestiranno una tuta rainbow. Tuttavia a nessuno è venuto in mente di dire a Putin di farsele da solo, le olimpiadi, o al massimo con gli altri suoi amici tiranni. Gli intrecci economico-energetici sono da sempre più forti dei diritti fondamentali dell’individuo. Soprattutto in Italia dove gli intrecci sono annodati più strettamente e il premier Enrico Letta non ha ritenuto necessario proferire parola sull’argomento. Ci ha pensato Mario Pescante, ex presidente del Coni e parlamentare PDL, ora membro CIO che così si è rivolto all’amministrazione americana: “E’ assurdo che un paese così invii in Russia quattro lesbiche solo per dimostrare che in quel paese i diritti dei gay sono calpestati. Lo facciano in altre occasioni, basta con queste strumentalizzazioni. E’ terrorismo politico”.

Kiev e Sochi mostrano la debolezza, la subalternità, la connivenza dell’Occidente e, più specificamente, dell’Europa. Abbiamo due alternative: la battaglia di retroguardia dei regionalisti e il disfacimento del progetto unitario cominciato nel 1948 con l’utopia del Manifesto di Ventotene o lavorare per edificare un’Europa più forte, più europea che non sia solo una federazione finanziaria ma un soggetto politico che difenda e promuova i principi esposti nella sua Carta dei Diritti Fondamentali.

20 espressioni per capire se chi ti parla è di destra

by Hamilton Santià

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1. Destra e sinistra sono categorie che non hanno più senso.
2. Il voto è segreto.
3. Non sono di destra, ma.
4. Io che sono un moderato.
5. E basta con questa ideologia!
6. Ah, quindi questa cosa è scritta in politichese?
7. Abbiamo bisogno dell’uomo forte.
8. Lui sì che fa le cose.
9. Il governo Letta è una soluzione.
10. Certo che se non evadessi un minimo proprio non ce la farei.
11. Tu che stai attento ai codicilli.
12. Lo fanno tutti!
13. Io ho tantissimi amici gay/marocchini/clandestini/estranegri e sono tutti persone squisite
14. Rossi e neri, tutti uguali.
15. Certo che le cose che dice Striscia la Notizia/Le Iene le dice solo lei, eh. Quelle sì che sono inchieste.
16. Io mica pago il canone per il cachet di Benigni a Sanremo, che per quello che prende in mezz’ora chissà quante cose ci paghi!
17. So io cosa fare, per mettere a posto questo paese.
18. Con la cultura non si mangia.
19. Quando avevo la tua età sì che si sudava e mica scioperavamo per ogni cazzata.
20. Ha un culo che parla, signori miei.

[renzismo] Galleria scelta

by Alessandro Ronchi

Matteo Renzi è veramente un uomo di sinistra

Alfonso Signorini

Matteo Renzi è, da qualche anno, l’eterno “uomo nuovo” della politica italiana. L’”uomo nuovo” più amato dagli avversari politici. È luogo comune dell’elettorato destrorso che esistano due tipi di “comunisti”. 1) Lo spettro che si aggira per l’Europa – ormai un nightwalker dopo quasi due secoli di vagabondaggio – che alle ultime elezioni aveva assunto le grigie fattezze emiliane del compagno Bersani, già autore delle bolsceviche privatizzazioni delle partecipazioni statali, i cui hobby sono aumentare la pressione fiscale per semplice sadismo e farcire di carni infantili i panini della già Festa dell’Unità. 2) Renzi, la potenziale evoluzione “moderata” del partito delle manette che magari ci racconta anche qualche barzelletta con l’irresistibile parlata fiorentina.

Ricordiamo, per completezza di informazione, che in Italia per moderati si intende quelli per cui Eluana Englaro poteva ancora procreare ed è stata assassinata.

In questa sede non interessa trattare di Matteo Renzi, della sua biografia politica, delle sue proposte e del suo programma elettorale. Piuttosto del renzismo: l’immaginario che lo circonfonde – sia esso da lui abilmente studiato e approvato o semplicemente subito – affibiandogli il soprannome “berluschino” e rendendolo digeribile a un popolo antropologicamente di destra addomesticato da tre decenni di Mediaset. Ecco una breve disanima semiseria che si concentra sull’immaginario del primo uomo politico “di sinistra” (garantisce Alfonso Signorini) della storia italiana la cui carta vincente è proprio l’immagine mediatica. Una selezione di icone che aiutino a capire come mai, nonostante tutto, all’italiano medio Matteo Renzi piace proprio.

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Il giovane Matteo concorrente della “Ruota della Fortuna”.

La notorietà di Renzi comincia con Berlusconi, la televisione e Mike Bongiorno, l’uomo “che non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi” (come ebbe a scrivere Umberto Eco nel 1963 facendo la Fenomenologia di Mike Bongiorno). Da non sottovalutare la componente del gioco a premi, della lotteria, della sorte contrapposta al progetto nel pursuit of happiness. Gli italiani sognano di implementare il proprio stato grazie a un colpo di (ruota della) fortuna. Berlusconi rappresentava l’italiano medio che ce l’ha fatta scatenando nell’elettore un’identificazione proiettiva verticale. Renzi ci ha provato, l’uomo della strada può esclamare “è uno di noi!” (proprio come nella sequenza del matrimonio in Freaks di Tod Browning).

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Abbasso la politica ingessata!

Dalla pagine amiche di Chi, Matteo Renzi lancia l’outfit rottamatore per il politico giovane. Non più i completi democristiani grigi e stazzonati e neppure il doppiopetto blu con cravatta Marinella abbinata del primo Berlusconi. Il salto è vertiginoso, l’icona è il supergiovane ribelle americano: Fonzie di Happy Days. Peccato – ammesso che il giovanilismo sia una conditio sine qua non per essere un buono statista – si tratti del supergiovane anni Cinquanta. Qualcosa di ormai ampiamente digerito anche dalla più reazionaria massaia delle valli prealpine. Vestirsi da Black Block sarebbe stato un errore comunicativo enorme ma avrebbe sicuramente rappresentato un motivo iconografico più radical e interessante

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…ma non toccatemi le mie nonne.

Se qualcuno, nonostante tutto, tra una replica di Casa Vianello e l’altra, si fosse sentito minacciato dall’audace giubbotto di pelle, un’altra prestigiosa testata accorre a rasserenare gli animi. In Italia se tocchi la famiglia (allargata in lungo e in largo nelle generazioni e nelle diramazioni purché tradizionalissime e approvate dal Vaticano) muori.

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Renzi ripete spesso di non voler distruggere Berlusconi, bensì di volerlo sconfiggere. Al massimo di volerlo citare ironicamente indossando una bandana, un copricapo altrimenti esclusiva di pirati e baristi del Cocoricò. Anche qui l’immagine non può essere considerata ingenua: si ammicca all’elettorato berlusconiano marcando al contempo una differenza, uno straniamento contestuale. Renzi non si fa fotografare durante un bagno di folla in Costa Smeralda bensì su un’anonima e un poco squallida sdraio gialla. L’elettorato cattocomunista può respirare di sollievo. E maneggia uno smartphone, lui. Non come quell’altro che invia VHS e chiama Google “Gogol”.

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Matteo Renzi non è snob. Ha tanti amici disparati in tanti ambiti disparati. Da Jovanotti a Baricco, da Farinetti di Eataly a Roberto Cavalli, da Signorini a Maria de Filippi. Presentarsi a una puntata di Amici significa familiarizzare con la parte di elettorato che si informa attraverso la televisione e in larga maggioranza, conseguentemente, crede ancora alla leggenda del fantasma che si aggira per l’Europa di cui sopra. Da un punto di vista strategico-numerico è una mossa probabilmente vincente. Al contempo, tuttavia, si ratifica il collaborazionismo con il braccio armato del berlusconismo: il sistema videocratico che ha imbarbarito definitivamente i costumi italiani. Si può sconfiggere Berlusconi abbracciando Maria de Filippi e Roberto Cavalli ma si rischia di rivitalizzare un berlusconismo appena riveduto e corretto. Se la parabola umana e politica di Silvio Berlusconi si sta probabilmente estinguendo in questi giorni, il berlusconismo come visione del mondo, sistema di valori, modalità di rapporto con la civitas potrebbe continuare a inquinare le cose italiche per decenni. Il berlusconismo va combattuto ben più aspramente dell’uomo Berlusconi. Come sosteneva Giorgio Gaber, non ho paura di Berlusconi in sé ma di Berlusconi in me.

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Poi però ci vuole un ammiccamento a un’icona liberal sempreverde come JFK per correggere il tiro.

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Il problema è che, a forza di operazioni spericolate attorno al proprio immaginario, la situazione può sfuggire di mano e qualcuno, nello specifico lo “stilista” Jerry Tommolini, crederà di far cosa gradita con un omaggio che pochi mesi prima sarebbe stato inviato, in forma privata, oltre i cancelli di Arcore. Qualcuno potrebbe finire a identificarti pienamente con l’Italia più cafonal, sessista, volgare e retrograda incarnata da colui che vorresti sconfiggere.

La mezzaluna e il bulldozer

by Alessandro Ronchi

#occupy

Accade spesso che i moti di piazza, le rivolte, le sollevazioni popolari in luoghi differenti del mondo si sincronizzino. Accadde per esempio nel ’48 del diciannovesimo secolo la Primavera dei popoli e divenne un numero proverbiale. Accadde nel 1968 e fu un momento altrettanto epocale. A cavallo tra un millennio e l’altro ci fu il movimento No Global. Col passare dei secoli il raggio d’estensione dei focolai d’incendio è andato aumentando parallelamente al processo di estensione dell’area di influenza dell’Occidente nell’ottica di un rapporto sempre più interconnesso, non più di carattere coloniale, tra nazioni. Le ragioni di queste sinergie sono nella situazione economica o politica che spesso interessa più nazioni dando a ogni singolo moto cause simili e collegate, altre volte l’induzione e il contagio, in altri casi la diffusione continentale o planetaria di idee e sistemi di pensiero. Sarebbe anche interessante, en passant, trattare la sincronizzazione di ritmi naturali e umani per cui rivoluzioni e ribellioni avvengono quasi sempre in primavera.

Se ciò era vero per fatti del tempo della carrozza e della stampa a caratteri mobili, non può che esserlo a maggior ragione nell’epoca della rete globale, di Twitter e Facebook, del mercato planetario e dei G20 in cui le differenze locali tendono a svanire e tutti (o quasi) possono conoscere in tempo reale le notizie provenienti da un globo mosso dall’effetto domino dove una crisi finanziaria o un nuovo governo nello stato X ha ripercussioni su tutti gli altri. Il ruolo giocato da social network e blog nelle proteste di piazza e nei moti in Egitto, Libia, Tunisia, Siria, Algeria noti come Primavera araba nel 2010/2011 è stato ampiamente dibattuto e funziona come trait d’union a sollevazioni che hanno avuto modalità, svolgimento, esito molto differente a seconda delle situazioni specifiche. In particolare le piattaforme digitali sono servite, verso l’interno, come luogo di mobilitazione e organizzazione dei ribelli e, verso l’esterno, come canale mediatico capace di aggirare la censura governativa per far conoscere all’opinione pubblica mondiale le ragioni della protesta e i fatti, spesso sanguinosi, della repressione. Allo stesso modo la condivisione di contenuti e notizie non filtrate sotto gli hashtag ad hoc #OccupyGezi e #DirenGeziPark è stato un elemento caratterizzante la recentissima sollevazione di “giovani turchi” a Istanbul e poi in tutto il paese.

I fatti, in estrema sintesi. Il 28 maggio un piccolo gruppo di ambientalisti, applicando il modus operandi del movimento Occupy, pianta le tende all’interno del parco Gezi, una delle ultime aree verdi superstiti nella parte europea di Istanbul, per fermarne l’abbattimento e l’attuazione di un “piano di riqualificazione” che prevede la costruzione di un centro commerciale e una moschea. Nel giro di 48 ore il numero di manifestanti cresce vertiginosamente e si insedia anche nella vicina Piazza Taksim. All’originaria rivendicazione ecologista si unisce il malcontento diffuso nei confronti del governo, in carica da più di un decennio, di Recep Tayyip Erdoğan accusato di corruzione, legami dubbi con l’industria delle costruzioni e soprattutto di aver gradualmente limitato la libertà di opinione e espressione trasformando la laicissima Turchia del padre della patria Ataturk in una nazione islamica attraverso un giro di vite sul consumo di alcolici, rendendo l’aborto virtualmente impossibile e la blasfemia un reato penale, ignorando qualsiasi diritto LGBT, stringendo la morsa del Corano nelle scuole e arrivando persino a proporre una legge ridicola che vieti qualsiasi effusione amorosa nei luoghi pubblici. La protesta interessa tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età e tutto lo spettro ideologico e l’assembramento in piazza Taksir cresce esponenzialmente nonostante il governo decida di bloccare il trasporto pubblico in città. La polizia carica i manifestanti con manganelli e gas urticante. La protesta si diffonde nell’intera Turchia e tuttora, dopo proclami contrastanti dello stesso Erdogan, sei morti, scioperi, arresti di massa e la mobilitazione dell’intelligentja e delle diplomazie la situazione è fluida e incerta.

Occupy Gezi non è l’unica protesta imponente per dimensioni e eco mediatico accaduta nelle ultime settimane. Sicuramente la recessione economica planetaria rende i nostri tempi i più adatti all’esplosione di rivolte popolari e sommosse tuttavia le differenze specifiche ideologiche e geopolitiche impediscono di trovare un filo rosso che colleghi immediatamente, come poteva essere per la Primavera Araba o per i movimenti No Global, la primavera turca con le proteste degli Indignados che in Brasile si oppongono alle spese faraoniche (e alla corruzione che vi gira attorno perché tutto il mondo è paese) per eventi sportivi internazionali mentre buona parte della popolazione non trae benefici dall’essere la prima lettera dell’acronimo BRIC oppure alla Manif pour tous che ha portato milioni di francesi, in una serie di sfumature che andavano dai semplici conservatori ai fanatici di estrema destra, a scendere in piazza per fermare l’approvazione della legge, voluta dal presidente Hollande, che estendeva il diritto al matrimonio alle coppie omosessuali. Tuttavia il tratto comune delle manifestazioni della primavera 2013 è il rifiuto della modernità, l’opposizione non tanto allo status quo – come fu nel 1968 – ma a una nuova, specifica direzione della società. Nonostante la caratura ideologica profondamente divergente, in ogni caso si è trattato, si tratta di proteste “conservatrici”, atte a impedire una trasformazione dei costumi o della morfologia di una nazione. E, in ogni caso, la gente, come si legge nei link più populisti da far girare sui social network, ha fatto sentire la sua voce e si è ribellata contro i governanti che aveva precedentemente eletto. Come distinguere allora proteste “buone” e “cattive” uscendo da una retorica del ribellismo da cui discenderebbe un’equiparazione dei neonazisti che hanno ucciso a sprangate il diciottenne Clément Méric a Parigi con gli insorti di Istanbul che chiedono libertà di stampa e osteggiano le leggi islamiche? Semplicemente attraverso la valutazione delle singole motivazioni, rivendicazioni, proposte e attraverso il giudizio di merito specifico. Si tratta anche di abbandonare posizioni ideologiche pro o contro il progresso e le sue modalità, scindendo i diritti fondamentali dell’individuo dallo sfruttamento speculativo degli ecosistemi. Si può stare con i progressisti francesi che seguono la direzione della Storia nell’estensione della piena cittadinanza oltre un modello familiare tradizionale antiquato e superato e con i conservatori ambientalisti turchi.

Erdogan incarna perfettamente la tendenza a utilizzare un credo mobilitante illiberale, antistorico e totalitario (l’Islam – in Cina, per esempio, è il maoismo; in Russia il nazionalismo muscolare) come collante ideologico per una prassi di governo che sposa gli interessi del capitalismo corporativista più predatorio e disumano, altrettanto anacronistico, quello religioso del profitto prima di tutto e dell’espansione perpetua, lo squalo che deve continuamente muoversi (e mangiare, distruggere ciò che non gli è asservito) per sopravvivere. Quello per cui si falcia un parco per costruire un ennesimo, inutile, mall dove magari vietare la vendita di alcolici. Il bulldozer e la mezzaluna come armi di distruzione e sopraffazione. Esaltare i nuovi “giovani turchi” perché loro si sono ribellati e noi no equivale a mortificare loro azzerando il fatto politico che rappresentano. Più utile semmai valutare cosa ci dicono a proposito della contemporaneità e delle direzioni sostenibili che potrebbe prendere. 

Il senso della Sinistra per la satira

by Hamilton Santià

Si è da poco conclusa la quinta edizione di Media Mutations, un convegno di studi organizzato dall’Università di Bologna in cui si riflette su come il panorama dei media cambi e si trasformi (in questo senso, il titolo mi sembra abbastanza eloquente di per se). Negli scorsi anni, ad esempio, le giornate hanno riflettuto sull’idea degli ecosistemi narrativi (usando con successo la metafora biologica, si intende un universo che si muove, si adatta ai meccanismi interni ed esterni e non è più legato a una dimensione unica1). Il tema di quest’anno, è stato il medium effimero, concentrandosi sull’uso dei paratesti2 nell’esperienza e nella fruizione dei testi. Nella keynote lecture di Jonathan Gray (University of Wisconsin-Madison) si sono toccati alcuni aspetti interessanti3, ma per ragioni di spazio e utilità ai fini del discorso che sto per affrontare, ne indico due.

  1. L’uso strumentale dei paratesti influenza il modo in cui il testo viene fruito. L’esperienza di una cosa viene comunque “guidata” da una serie di aspettative che non avremmo se non esistessero i paratesti, che assumono quindi un significato politico
  2. L’arena della politica (senza corsivi, questa volta) è diventato il luogo ideale per vedere come queste costruzioni che “accompagnano” un testo agiscono per costruire il significato, guidare il giudizio e creare aspettative.

Uso la politica perché è un caso molto interessante. E anche se le cose sono andate diversamente in Italia rispetto agli Stati Uniti, possiamo parlare di uso strumentale di alcuni paratesti anche in assenza di un Barack Obama usato, nella relazione di Gray, come esempio principale.

Ragassi…

Nel recente tour per presentare il suo nuovo libro, Oltre la rottamazione (Mondadori, Milano 2013), Matteo Renzi ha espresso il suo scetticismo sullo slogan della campagna elettorale del Partito Democratico – il celeberrimo, ancorché famigerato, Smacchiamo il giaguaro – affermando come il problema non fosse nella povertà della frase in sé, quanto nel fatto che la frase sia stata suggerita da Maurizio Crozza, che sull’imitazione di Pier Luigi Bersani ci ha fatto una discreta fortuna4. Per Renzi, insomma, l’errore comunicativo è stato inseguire Crozza che imitava Bersani. Inseguire e non rovesciare, non sfruttare la satira a proprio favore per “condurre il gioco”. Non a caso, il sindaco di Firenze sta cercando di prendersi in giro instaurando un dialogo e non leggere un testo plasmato su una sua parodia. Si veda, ad esempio, il dialogo che ha recentemente instaurato con la sua “imitazione” a Quelli che il calcio.

Effettivamente, è uno spunto interessante. L’imitazione di Bersani da parte di Crozza è di fatto un paratesto. Un paratesto non ufficiale, ovvero un prodotto che non arriva dal produttore del testo di riferimento, ma da un’altra parte. In questo caso, un comico che “risponde” al messaggio del politico proponendone un doppio speculare. E più l’imitazione ha successo, più il giudizio di chi guarda Bersani sarà influenzato dal “Crozza che imita Bersani”. È sempre stato così, nella satira. E non siamo davanti a niente di nuovo. Come dice Jonathan Gray, riferendosi ovviamente al contesto americano, “è molto difficile sentire Sarah Palin senza pensare a Tina Fey che imita Sarah Palin”. Ecco. Uguale. Con la differenza che Sarah Palin, probabilmente, non si autoimiterebbe mai. Così come si usano certe scorciatoie per ironizzare su un politico attraverso vezzi, atteggiamenti e “parti per il tutto” che vengono prese, isolate e trasformate in bersagli da parte della satira (dal “mi consenta” berlusconiano all’ecumenismo veltroniano portato in auge dello strepitoso Guzzanti5). Questa volta, però, il caso è leggermente diverso. Perché, ad un certo punto, succede questo:

Bersani insegue Crozza. Non il contrario. È un cortocircuito. Non è più il paratesto a influenzare la visione del testo, ma il contrario. È Bersani che guida alla visione di Crozza e alla lettura del “suo” Bersani. Come se Bersani fosse spersonalizzato rivivendo solo grazie alla sua imitazione, che a quel punto non è più imitazione. Crozza è Bersani. La gag riesce a essere contro se stessa. I detti di Bersani – che, puntualizza Umberto Eco, non sono metafore ma esempi paradossali6 sono indecifrabili e assurdi, diventano però slogan ufficiali. Come se Bersani non solo attingesse a un paratesto ma dimostrasse anche di non aver (volutamente?) colto la critica implicita. Sia chiaro, Bersani non ha perso le elezioni solo perché ha inseguito Crozza diventando il paratesto di se stesso. Ma questo è un altro discorso. Qui ci occupiamo di rappresentazione. E quello che succede quando Bersani incontra, incoraggia e insegue la sua caricatura segna – anche a sinistra – la disintegrazione di quell’ormai labile confine tra realtà e finzione. La “politica spettacolo” che raggiunge il suo grado massimo, sublimandosi nello spettacolo politico contro se stesso. A pensarci, potrebbe essere una trama perfetta per un romanzo di Thomas Pynchon. Uno come lui dovrebbe essere interessato alle “cose italiche”, ne uscirebbe come un bambino dopo il suo primo giro sull’ottovolante.

Tutto questo per dire cosa?

In effetti certi ragionamenti non ci danno risposte, ma complicano ulteriormente le nostre domande. In relazione alla questione dei paratesti, il caso di Bersani è interessante perché si tratta di un classico detournement, in cui i ruoli non sono più chiari e il cortocircuito porta a un drammatico autogol, a dimostrazione che quando la fiction funziona quando imita la realtà. Non l’opposto. Sembra quasi di poter dire, parafrasando Gray, “quando senti parlare Crozza è molto difficile non pensare a Bersani”. Giulio Andreotti non è mai stato Oreste Lionello. Giusto per restare in tema di celebri imitazioni parodiche.

Andreotti dirige il suo imitatore, non il contrario. Democristianamente si fa passare per autoironico e per modesto ma di sicuro non legge le battute del suo imitatore. Le spiega, dirige il gioco, e passa pure per simpatico. Quella de Il Bagaglino è una satira “di servizio” che la politica usa per umanizzarsi.

Bisognerebbe, forse, ristabilire quel confine. Opporsi al concetto di infotainment applicato alla politica o, per lo meno, rifiutare una spettacolarizzazione della politica che diventa solo uno sterile alternarsi di situazioni (e non una grande costruzione narrativa e mitopoietica come nel caso delle elezioni statunitensi). Ma è ancora possibile? Ora che la soglia critica è definitivamente sotto il livello del mare. Ora che tutto è uguale a tutto. Ora che Silvio Berlusconi riesce, grazie a una grande narrazione in cui tout se tient, a recuperare venti punti percentuale prima del voto e ad essere in vantaggio – adesso, in pieno Governo Letta – nonostante sia il principale responsabile delle condizioni in cui versa il paese? Insomma, il ruolo del “racconto” è centrale, fondamentale, e l’uomo che racconta meglio una storia, vince. Forse bisogna tornare a pensare a come raccontare una storia e non andare a rimorchio di chi ne inventa una fatta essenzialmente per criticare la mancanza di una storia. E probabilmente bisognerebbe capire come usare i media, ed essere consapevoli che tutto serve se usato bene. Non è una questione di vecchio vs nuovo. Diventando tutto un racconto, tutto può essere raccontato. E forse bisognerebbe, per la sinistra, essere in grado di ridarsi il senso di un racconto.

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1 Chi è interessato può proseguire con la raccolta di atti del convegno dell’edizione 2012. Cfr. Claudio Bisoni, Veronica Innocenti (a cura di), Gli ecosistemi narrativi nello scenario mediale contemporaneo. Spazi, modelli, usi sociali, Mucchi, Modena 2013. [link]

2 Per spiegare il paratesto sono ottime le parole di Wikipedia. “Il paratesto, dal punto di vista linguistico-semiotico è l’insieme di una serie di elementi distinti, testuali e grafici, che sono di contorno a un testo e lo prolungano nel tempo e nello spazio. Questa frangia, dai limiti non sempre definiti, conferisce al testo una sua materialità ed una dimensione pragmatica. Il paratesto viene aggiunto al testo per presentarlo, nel senso corrente del termine, ma anche nel suo senso più profondo, renderlo presente, strettamente collegato alla distribuzione, ricezione e al consumo del testo.” Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Paratesto

3 Per gli interessati, sul sito del convegno c’è l’archivio streaming. Cfr. http://www.mediamutations.org

4 Nel mentre ho poi letto il libro e il ragionamento è espresso anche lì. Per quanto riguarda lo stile di Renzi, rimando all’interessante esegesi di Christian Raimo, La retorica del buon senso, pubblicata per L’Inkiesta. Cfr. http://www.linkiesta.it/raimo-renzi

5 Negli ultimi mesi è tornata di stretta attualità un suo spettacolo in cui conclude il monologo del finto Veltroni con la frase: “E siamo sicuri che con la maggioranza dei voti potremo fare una grande opposizione!”. Ovviamente, ancora una volta, la realtà supera la finzione. Ovviamente la supera a sinistra, data la tendenza al masochismo del Partito Democratico. Insomma, nemmeno con la maggioranza dei voti riesce a fare una grande opposizione.

6 Umberto Eco, Il senso di Bersani per la metafora, L’Espresso, 13 dicembre 2012. Cfr. <http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-senso-di-bersani-per-la-metafora/2196553/18>