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Categoria: televisione & media

Il senso della Sinistra per la satira

by Hamilton Santià

Si è da poco conclusa la quinta edizione di Media Mutations, un convegno di studi organizzato dall’Università di Bologna in cui si riflette su come il panorama dei media cambi e si trasformi (in questo senso, il titolo mi sembra abbastanza eloquente di per se). Negli scorsi anni, ad esempio, le giornate hanno riflettuto sull’idea degli ecosistemi narrativi (usando con successo la metafora biologica, si intende un universo che si muove, si adatta ai meccanismi interni ed esterni e non è più legato a una dimensione unica1). Il tema di quest’anno, è stato il medium effimero, concentrandosi sull’uso dei paratesti2 nell’esperienza e nella fruizione dei testi. Nella keynote lecture di Jonathan Gray (University of Wisconsin-Madison) si sono toccati alcuni aspetti interessanti3, ma per ragioni di spazio e utilità ai fini del discorso che sto per affrontare, ne indico due.

  1. L’uso strumentale dei paratesti influenza il modo in cui il testo viene fruito. L’esperienza di una cosa viene comunque “guidata” da una serie di aspettative che non avremmo se non esistessero i paratesti, che assumono quindi un significato politico
  2. L’arena della politica (senza corsivi, questa volta) è diventato il luogo ideale per vedere come queste costruzioni che “accompagnano” un testo agiscono per costruire il significato, guidare il giudizio e creare aspettative.

Uso la politica perché è un caso molto interessante. E anche se le cose sono andate diversamente in Italia rispetto agli Stati Uniti, possiamo parlare di uso strumentale di alcuni paratesti anche in assenza di un Barack Obama usato, nella relazione di Gray, come esempio principale.

Ragassi…

Nel recente tour per presentare il suo nuovo libro, Oltre la rottamazione (Mondadori, Milano 2013), Matteo Renzi ha espresso il suo scetticismo sullo slogan della campagna elettorale del Partito Democratico – il celeberrimo, ancorché famigerato, Smacchiamo il giaguaro – affermando come il problema non fosse nella povertà della frase in sé, quanto nel fatto che la frase sia stata suggerita da Maurizio Crozza, che sull’imitazione di Pier Luigi Bersani ci ha fatto una discreta fortuna4. Per Renzi, insomma, l’errore comunicativo è stato inseguire Crozza che imitava Bersani. Inseguire e non rovesciare, non sfruttare la satira a proprio favore per “condurre il gioco”. Non a caso, il sindaco di Firenze sta cercando di prendersi in giro instaurando un dialogo e non leggere un testo plasmato su una sua parodia. Si veda, ad esempio, il dialogo che ha recentemente instaurato con la sua “imitazione” a Quelli che il calcio.

Effettivamente, è uno spunto interessante. L’imitazione di Bersani da parte di Crozza è di fatto un paratesto. Un paratesto non ufficiale, ovvero un prodotto che non arriva dal produttore del testo di riferimento, ma da un’altra parte. In questo caso, un comico che “risponde” al messaggio del politico proponendone un doppio speculare. E più l’imitazione ha successo, più il giudizio di chi guarda Bersani sarà influenzato dal “Crozza che imita Bersani”. È sempre stato così, nella satira. E non siamo davanti a niente di nuovo. Come dice Jonathan Gray, riferendosi ovviamente al contesto americano, “è molto difficile sentire Sarah Palin senza pensare a Tina Fey che imita Sarah Palin”. Ecco. Uguale. Con la differenza che Sarah Palin, probabilmente, non si autoimiterebbe mai. Così come si usano certe scorciatoie per ironizzare su un politico attraverso vezzi, atteggiamenti e “parti per il tutto” che vengono prese, isolate e trasformate in bersagli da parte della satira (dal “mi consenta” berlusconiano all’ecumenismo veltroniano portato in auge dello strepitoso Guzzanti5). Questa volta, però, il caso è leggermente diverso. Perché, ad un certo punto, succede questo:

Bersani insegue Crozza. Non il contrario. È un cortocircuito. Non è più il paratesto a influenzare la visione del testo, ma il contrario. È Bersani che guida alla visione di Crozza e alla lettura del “suo” Bersani. Come se Bersani fosse spersonalizzato rivivendo solo grazie alla sua imitazione, che a quel punto non è più imitazione. Crozza è Bersani. La gag riesce a essere contro se stessa. I detti di Bersani – che, puntualizza Umberto Eco, non sono metafore ma esempi paradossali6 sono indecifrabili e assurdi, diventano però slogan ufficiali. Come se Bersani non solo attingesse a un paratesto ma dimostrasse anche di non aver (volutamente?) colto la critica implicita. Sia chiaro, Bersani non ha perso le elezioni solo perché ha inseguito Crozza diventando il paratesto di se stesso. Ma questo è un altro discorso. Qui ci occupiamo di rappresentazione. E quello che succede quando Bersani incontra, incoraggia e insegue la sua caricatura segna – anche a sinistra – la disintegrazione di quell’ormai labile confine tra realtà e finzione. La “politica spettacolo” che raggiunge il suo grado massimo, sublimandosi nello spettacolo politico contro se stesso. A pensarci, potrebbe essere una trama perfetta per un romanzo di Thomas Pynchon. Uno come lui dovrebbe essere interessato alle “cose italiche”, ne uscirebbe come un bambino dopo il suo primo giro sull’ottovolante.

Tutto questo per dire cosa?

In effetti certi ragionamenti non ci danno risposte, ma complicano ulteriormente le nostre domande. In relazione alla questione dei paratesti, il caso di Bersani è interessante perché si tratta di un classico detournement, in cui i ruoli non sono più chiari e il cortocircuito porta a un drammatico autogol, a dimostrazione che quando la fiction funziona quando imita la realtà. Non l’opposto. Sembra quasi di poter dire, parafrasando Gray, “quando senti parlare Crozza è molto difficile non pensare a Bersani”. Giulio Andreotti non è mai stato Oreste Lionello. Giusto per restare in tema di celebri imitazioni parodiche.

Andreotti dirige il suo imitatore, non il contrario. Democristianamente si fa passare per autoironico e per modesto ma di sicuro non legge le battute del suo imitatore. Le spiega, dirige il gioco, e passa pure per simpatico. Quella de Il Bagaglino è una satira “di servizio” che la politica usa per umanizzarsi.

Bisognerebbe, forse, ristabilire quel confine. Opporsi al concetto di infotainment applicato alla politica o, per lo meno, rifiutare una spettacolarizzazione della politica che diventa solo uno sterile alternarsi di situazioni (e non una grande costruzione narrativa e mitopoietica come nel caso delle elezioni statunitensi). Ma è ancora possibile? Ora che la soglia critica è definitivamente sotto il livello del mare. Ora che tutto è uguale a tutto. Ora che Silvio Berlusconi riesce, grazie a una grande narrazione in cui tout se tient, a recuperare venti punti percentuale prima del voto e ad essere in vantaggio – adesso, in pieno Governo Letta – nonostante sia il principale responsabile delle condizioni in cui versa il paese? Insomma, il ruolo del “racconto” è centrale, fondamentale, e l’uomo che racconta meglio una storia, vince. Forse bisogna tornare a pensare a come raccontare una storia e non andare a rimorchio di chi ne inventa una fatta essenzialmente per criticare la mancanza di una storia. E probabilmente bisognerebbe capire come usare i media, ed essere consapevoli che tutto serve se usato bene. Non è una questione di vecchio vs nuovo. Diventando tutto un racconto, tutto può essere raccontato. E forse bisognerebbe, per la sinistra, essere in grado di ridarsi il senso di un racconto.

__________

1 Chi è interessato può proseguire con la raccolta di atti del convegno dell’edizione 2012. Cfr. Claudio Bisoni, Veronica Innocenti (a cura di), Gli ecosistemi narrativi nello scenario mediale contemporaneo. Spazi, modelli, usi sociali, Mucchi, Modena 2013. [link]

2 Per spiegare il paratesto sono ottime le parole di Wikipedia. “Il paratesto, dal punto di vista linguistico-semiotico è l’insieme di una serie di elementi distinti, testuali e grafici, che sono di contorno a un testo e lo prolungano nel tempo e nello spazio. Questa frangia, dai limiti non sempre definiti, conferisce al testo una sua materialità ed una dimensione pragmatica. Il paratesto viene aggiunto al testo per presentarlo, nel senso corrente del termine, ma anche nel suo senso più profondo, renderlo presente, strettamente collegato alla distribuzione, ricezione e al consumo del testo.” Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Paratesto

3 Per gli interessati, sul sito del convegno c’è l’archivio streaming. Cfr. http://www.mediamutations.org

4 Nel mentre ho poi letto il libro e il ragionamento è espresso anche lì. Per quanto riguarda lo stile di Renzi, rimando all’interessante esegesi di Christian Raimo, La retorica del buon senso, pubblicata per L’Inkiesta. Cfr. http://www.linkiesta.it/raimo-renzi

5 Negli ultimi mesi è tornata di stretta attualità un suo spettacolo in cui conclude il monologo del finto Veltroni con la frase: “E siamo sicuri che con la maggioranza dei voti potremo fare una grande opposizione!”. Ovviamente, ancora una volta, la realtà supera la finzione. Ovviamente la supera a sinistra, data la tendenza al masochismo del Partito Democratico. Insomma, nemmeno con la maggioranza dei voti riesce a fare una grande opposizione.

6 Umberto Eco, Il senso di Bersani per la metafora, L’Espresso, 13 dicembre 2012. Cfr. <http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-senso-di-bersani-per-la-metafora/2196553/18>

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#cattivogiornalismo (2) – Il rumore di fondo dello split-screen

by infinitext.

(SPECIALE  #cattivogiornalismo. Leggi anche: Il mormorio ci seppellirà?)

 di Philip Di Salvo

split

Straniamento alla Brian De Palma

La sparatoria davanti a Palazzo Chigi è rimbalzata anche su Twitter, come qualsiasi altro evento accada ovunque, anche dall’altra parte dell’Oceano. Rispetto ad altri avvenimenti passati, però, i media tradizionali in questo frangente hanno finalmente perso l’occasione di riflettere sul loro ruolo in questo ecosistema e sul modo in cui sono chiamati a comportarsi quando una tragedia accade da qualche parte nel globo. Con sorpresa, questa volta, “la notizia è arrivata prima su Twitter” non è stata una notizia.

La curiosità superficiale dei media mainstream nell’approcciare quelli che, erroneamente – Facebook festeggia nel 2014 il suo decimo anno di vita – sono ancora considerati nuovi media, non ha partorito, in occasione degli spari davanti alla sede dell’esecutivo, alcuna riflessione sulla lentezza dei mezzi di comunicazione professionali in confronto alla snellezza e velocità dei cinguettii. Vivaddio. Il merito, forse, è da dare nelle mani della troupe di Rai News 24 che si trovava nelle immediate vicinanze del luogo della sparatoria e ha potuto trasmettere in diretta da Piazza Colonna a partire dai primi concitati attimi che hanno seguito la sparatoria e per il resto della giornata, fornendo un ottimo servizio d’informazione.

Twitter, questa volta, ha dovuto seguire la televisione per quanto concerne la pura cronaca. Non c’erano testimoni diretti davanti a Palazzo Chigi pronti a twittare dell’accaduto fornendo informazioni in tempo reale. In buona sostanza e per esempio, contrariamente a quanto avvenuto per l’uccisione di Osama Bin Laden1, le violenze durante le manifestazioni degli indignados italiani2 o la morte di Oscar Lugi Scalfaro3, Twitter non ha dato la notizia, l’ha solo potuta commentare. Facendo quello che, purtroppo, gli riesce meglio in questi frangenti: creare confusione. Twitter è uno strumento magnifico e la sua massima potenza si manifesta proprio come mezzo di diffusione d’informazioni, prima ancora che di conversazione. Ma Twitter è una stanza dove tutti parlano e, solitamente, tutti insieme. In frangenti tragici Twitter può essere estremamente utile per chi si trova sul posto e ha modo di fornire informazioni e testimonianze in prima persona, riuscendo anche a superare blocchi informativi funzionando come unica fonte di informazione. In prossimità di eventi tragici, però, il commento non serve a nulla. Ed è persino dannoso, quando va a braccetto con il fare ipotesi e speculazioni. Non c’è molta differenza con il fermarsi in autostrada a guardare un incidente. Avere uno strumento non significa necessariamente doverlo usare. O meglio, il fatto che Twitter dia a chiunque modo di dire la propria opinione su qualcosa che sta avvenendo, non si traduce automaticamente nell’effettiva utilità di questa ipotesi. Specialmente in uno scenario confuso, con i feriti a terra e un governo che sta giurando a poca distanza.

In occasione delle bombe a Boston, Mat Honan ha scritto per Wired4 una cosa tanto semplice quanto corretta: la migliore risposta che Twitter può dare a una tragedia è tacere. Il mio commento dal mio salotto a Como a 8 minuti dall’esplosione dei colpi quale beneficio informativo può portare? Nessuno, e anzi, peggiora le cose come si è visto ieri pomeriggio: l’attentatore ha cambiato nome diverse volte, insieme a molti altri dettagli cangianti sull’accaduto. E Twitter li ha riportati tutti, come se le voci arrivassero dal vento e il fatto che potessero essere riportare da tutti fosse protezione e messa al riparo dal dire quelle che, inevitabilmente, sono solo parole in libertà, twittate da una distanza di sicurezza. Lo schermo del computer/smartphone può solo rafforzare la distanza. Ma oltre a rafforzarsi, quella distanza dovrebbe anche essere disincentivo all’aprire bocca, agendo come certificazione della lontananza. E come incentivo all’attesa.

Poi, su Twitter, i commenti si sono lentamente spostati sull’analisi di quello che Rai News e gli altri network stavano mandando in onda: uno spettrale ma necessario split-screen diviso tra il Quirinale – dove i neo ministri si stringevano la mano ignari ancora di quanto stava accadendo – e palazzo Chigi, dove le ambulanze erano appena giunte per soccorrere i feriti. Twitter è moralista e non perde occasione per esserlo, e ad alta voce. In un attimo, quello split-screen è diventato il simbolo del “distacco della politica dalla realtà”, della “inadeguatezza di una classe politica alla frutta” e via discorrendo fino alle più esecrabili e criminali apologie di reato. Ed ecco che lo split-screen diventa motivo scaturente del più becero scenarismo. Accompagnato, ancora una volta, dalla slavina di commenti. Inutili, inopportuni, confusi, fuori luogo. Al Quirinale nessuno sapeva ancora nulla, ma i commentatori davano per scontato che così non fosse. Come se l’istantaneità consentita al commento su Twitter raggiungesse automaticamente chiunque, anche in occasione di una cerimonia ufficiale.

Questo è solo rumore di fondo che non aiuta e non serve: fa, al contrario, danni e dà l’illusione che l’informazione sia semplice da fare o, peggio ancora, alla portata di tutti. Anche i giornalisti e gli organi di stampa non hanno dato bella prova di sé ieri pomeriggio, come potete leggere qui sopra. Ieri, però, c’era un altro split-screen ed era, questo, tutto su Twitter. Da un lato, i confusi commenti sugli spari. Dall’altro, il live blogging dal già citato International Journalism Festival di Perugia. Tra gli argomenti? La cura delle notizie sui social network.

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Philip Di Salvo è web editor e ricercatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo. Scrive per Wired. Su Twitter è @philipdisalvo.

#cattivogiornalismo (1) – Il mormorio ci seppellirà?

by Hamilton Santià

(SPECIALE #cattivogiornalismo. Leggi anche: Il rumore di fondo dello split-screen)

In virtù di quel che scriviamo, non pubblicheremo nessuna immagine al di fuori di questa.

La sparatoria a Palazzo Chigi non ha bisogno di ulteriori commenti dal momento che, nell’epoca dei social network e della comunicazione istantanea, abbiamo saputo tutti tutto e subito. Non è questione di giudicare, analizzare, studiare e vedere cosa ha spinto l’attentatore a compiere un gesto “fuori dall’ordinario”, ma considerare come questa notizia è stata sviscerata nelle ore immediatamente successive. Abbiamo saputo tutto e subito, dicevo. Abbiamo saputo subito troppo e il tutto non è quel tutto esaustivo che delinea una vicenda e te la spiega, ma quel tutto che ti investe, ti disorienta e ti fa perdere il contatto con le cose che sono veramente importanti nel diffondere una notizia. I siti di informazione italiani si sono lasciati prendere la mano, dando il via ad una inopportuna logorrea sensazionalistica. Non sembrava importante verificare i fatti, quanto dare subito tutte le informazioni che arrivavano. Confuse, a flusso, a getto continuo. Cognomi sbagliati. Motivazioni accampate. Dichiarazioni dei politici che si accodavano per apparire più lucidi di altri nel condannare il gesto. E così via. Insomma, anziché alzare una barriera protettiva attorno al ciarpame, si è favorita l’esondazione di quel mormorio che secondo Umberto Eco rappresenta uno dei paradigmi del nostro tempo che bisogna combattere non tanto per debellarlo, quanto per interpretarlo criticamente.

Non sono una tweet star, né ho l’ambizione di diventarla (@infinitext). Ogni tanto lancio hashtag così, come esercizio compulsivo (anche io sono un logorroico abbastanza preoccupante). Mentre stavo seguendo il flusso di interventi, ho pensato che molti giornali online – soprattutto il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano – stessero speculando su una tragedia umana e sociale per ottenere qualche migliaio di click in più. Ho cominciato a lamentarmi per la pubblicazione nelle rispettive home page di una foto a “otto colonne” del carabiniere a terra col sangue che cola lungo la strada e l’istituzione dell’immancabile galleria fotografica sull’attentato con lo slogan #cattivogiornalismo (che è diventato il titolo di questo minispeciale che vedrà un altro intervento tra qualche ora). Ovviamente non è diventato un trend topic, ma rende bene l’idea. Tra i vari osservatori che si sono giustamente sentiti presi in giro da questa speculazione, i più attenti sono stati Maurizio Crosetti e Tommaso Labate. Concentrati a condannare il diluvio di informazioni, spesso errate, spesso affrettate e spesso inopportune, i due commentatori hanno fatto emergere un disagio fortissimo attorno al senso del giornalismo oggi. Due, soprattutto, i motivi scatenati. Primo: la pubblicazione della foto del carabiniere prima che la famiglia lo venisse a sapere. Non si possono immaginare certe cose ma non faccio fatica a credere che essere informato che tuo marito è stato colpito da un proiettile al collo dalla stampa – assieme al solito corredo di conclusioni (è morto, è in pericolo di vita, sta benissimo, prognosi riservata, colpito di striscio, ecc.) – invece che dalle autorità competenti non sia esattamente bellissimo. Secondo: il chiacchiericcio attorno al cognome dell’attentatore. Prima della versione definitiva, Preiti, se ne sono sentite di ogni: Prete, Prieto, Prieti, Preti, Prati… Ma che senso ha? A che pro? E, soprattutto, a cosa serve?

Non voglio tirare fuori le regole auree del giornalismo anglosassone. Ma credo possa esistere un modo per combattere questa emorragia di dati che i giornalisti non si preoccupano nemmeno più di filtrare. Tutte le professioni terziarie legate al mondo dei media stanno cambiando, e anche il dare notizie deve essere in linea con i tempi che stiamo vivendo. Quello che mi sorprende è che sembra essersi confusa la speculazione con la completezza.

Curiosamente, in questi giorni, si è svolto a Perugia l’International Journalism Festival in cui si è cercato di riflettere sui problemi della professione nel contemporaneo. Secondo Emily Bell, direttrice del Tow Center for Digital Journalism della Scuola di Giornalismo della Columbia University di New York, bisogna puntare sulla fusione della notizia con la comunità in cui questa notizia si propaga.

Un metodo fondamentale attraverso cui le organizzazioni di stampa possono rinnovarsi è tramite la specializzazione e l’individualizzazione. Il team ha osservato un eccessivo potere passato dall’istituzione del marchio all’individuo.

“Il giornalismo da prodotto confezionato si sta trasformando nell’attuale giornalismo individuale”, ha detto la Bell.

Questa tendenza potrebbe essere la riorganizzazione necessaria per salvare il settore. Gli organi di stampa hanno bisogno di spostare la propria mentalità dal servire i bisogni del brand alla responsabilizzazione dei singoli giornalisti: sono loro l’elemento umano che crea un legame con i lettori e dà vita a una comunità.

Sicuramente, ha aggiunto Bell, le abilità fondamentali del giornalismo di riconoscere e riportare una storia resistono ancora. È cambiato solo il modo di farlo: adesso dipende tutto dalla comprensione della comunità e di quello di cui ha bisogno.1

Ecco. Abbiamo bisogno di questa speculazione in uno scenario tecnologico in cui tutto viene immediatamente amplificato? Non bisognerebbe usare Twitter e Facebook come delle possibilità di condivisione e di co-partecipazione anziché di megafono unidirezionale in cui si riportano solo le tante voci che arrivano nel luogo della notizia senza considerare che, forse, quelle voci, non sono precise? Insomma, perché anziché accendere il radar e alzare la soglia critica, abbiamo annullato le capacità di giudizio e preso ogni voce per buona? Ogni input come fondamentale? Ogni mattoncino decisivo? Perché questi frammenti portati così come sono anziché ricostruiti a monte e, soprattutto, liberati da quel ciarpame che rende una notizia una carrellata di pornografia che stimola gli istinti bassi come se ci fosse un continuo bisogno di eccitazione sensoriale e di speculazione sulle cose che accadono?

Dal sindaco di Roma Alemanno che dichiara di non saltare a conclusioni affrettate mentre definisce l’attentatore “un pazzo” a Giulia Innocenzi, giornalista dello staff di Michele Santoro, che subito cerca di politicizzare la notizia per difendere Beppe Grillo (tirato in ballo quasi immediatamente da altri esponenti del mondo politico con la brillante argomentazione per cui: «quando uno parla per anni di sparare al palazzo poi uno non può lamentarsi quando qualcuno al palazzo spara davvero»), passando per chi ha subito tirato in ballo la strategia della tensione, gli anni Settanta, la lotta di classe. Insomma, le parole sono importanti. Il senso del pudore anche. Io probabilmente sarò un moralista, ma ho apprezzato quando Barack Obama ha deciso di non divulgare le foto del cadavere di Osama Bin Laden. Perché questa voglia di vedere tutto, di sapere tutto con il rischio di vedere appiattita qualunque cosa per cui l’immagine di un morto è uguale alla galleria di immagini sulle “notti brave” che tanti click portano alla colonna destra del sito de La Repubblica? Insomma, ad annullare lo spirito critico si rischia di non capire più da che parte orientarsi e se si viene investiti da un mare di informazioni inutili e da una serie di shock che ottunde e quindi porta fuori strada, probabilmente non si riuscirà mai a ricostruire quello che si sta cercando di apprendere.

Insomma, è necessario non smettere di riflettere sul senso del giornalismo oggi. Mario Calabresi, direttore de La Stampa, si è schierato contro la speculazione sull’attentato (e infatti sul sito del quotidiano torinese non sembrano esserci gallerie fotografiche con la foto del carabiniere a terra). Il Post ha evitato qualunque allarmismo concentrandosi sulle notizie accertate. Insomma, è possibile opporsi al flusso indisciplinato. Ma non bisogna mai dimenticare che i nuovi tempi e le nuove tecnologie hanno da un lato “liberato” il pensiero, riformandolo e rendendolo più fluido, ma in parallelo hanno reso necessario un rafforzamento dello spirito critico perché la deriva populista dell’informazione, anche in un luogo definito democratico per antonomasia, è lì ad un passo. Infatti, non sembra ancora esistere una vera dialettica specifica dei media sociali, per cui si mutua un certo tipo di approccio “uno molti” proprio dei media tradizionali. Sembra, anzi, che questa liberalizzazione abbia fatto esplodere i difetti della stampa tradizionale portandoli a misura di utente. La comunicazione social, in questo senso, è solo un modo più veloce di campionare e riutilizzare un repertorio di banalità già note perché – a livello individuale, commentare – nella maniera più brillante e cinica possibile – è più importante che informare. Il mormorio va combattuto con le armi dell’osservazione, della confutazione e dell’interpretazione. Risolvere attraverso le solite categorie (la pazzia come movente passepartout, il sangue come elemento di fascinazione, le interviste ad amici e familiari per guardare le aggressioni private dal buco della serratura, ecc.) significa disinformare o, ancora peggio, guidare il pubblico verso una certa interpretazione. Non possiamo più permetterci l’ingenuità di considerare tutto uguale a tutto in partenza, ma capire cosa dire e come. Altrimenti questo mormorio ci seppellirà.

Lo spettacolo berlusconiano e la morte del varietà

by Hamilton Santià

(Alessandro Ronchi)

Non mi era mai capitato di guardare con attenzione I fatti vostri, il programma in onda ogni mattina su RAI 2 da tutte le mattine del mondo, a memoria d’uomo. C’è un gruppo di rimasti improbabili e male assortiti – i conduttori – che fa cose ex abrupto, senza soluzione di continuità, freneticamente, muovendosi in uno studio apparentemente emicircolare e pieno di spazi eterogenei. Queste cose sono schegge impazzite del “cadavere del varietà”: canzoni, sketch, giochi col pubblico a casa, oroscopi. Ogni tanto appaiono e scompaiono figuranti, sempre apparentemente senza logica né motivo. Aleggia un senso di disperazione, qualcosa a metà tra l’ospedale psichiatrico e la Notte di Valpurga. Ne sono rimasto molto affascinato. Si avverte anche la tristezza del circo contemporaneo, dell’arena di segatura dove gli ultimi epigoni di lignaggi consacrati all’intrattenimento si dannano l’anima per divertire e meravigliare un pubblico sempre più raro e meno impressionabile, combattuti tra l’accettare compromessi con il nuovo entertainment parricida oppure ritirarsi sull’Aventino della propria riserva indiana (circa come accadde per gli attori del muto dopo il passaggio al sonoro e con le radio star killed – o, più spesso, traslocate – dal video).

Piazza Italia, da qualche parte nel tempo

Perché tutto si può dire del colorito cast de I fatti vostri se non che non ce la mettano tutta. Si direbbe gente disposta a morire intrattenendo, combattendo ad armi impari con un linguaggio televisivo egemone che si è articolato cannibalizzando dal suo ventre il linguaggio RAI del varietà, quando il neonato network di Berlusconi ne acquistò a suon di miliardi i protagonisti per neutralizzarli mentre lo stato dell’arte diventava, gradualmente, Drive In, Striscia la Notizia, il reality show, il talk show di Barbara d’Urso. Il risultato di tanti sforzi è ovviamente camp, qualcosa di cui si può ridere. Tuttavia, fedelmente ai presupposti teorizzati da Susan Sontag nelle sue Notes (pubblicate in Contro l’interpretazione, 1998), il camp è cattivo gusto senza coscienza né secondi fini, è il cattivo gusto innocente.

Non c’è nulla di innocente, invece, nell’estetica e nell’antropologia dei format condotti da Bonolis o Enrico Papi o Teo Mammuccari nei quali, all’apologia dei vizi atavici dell’italiano fanfarone, familista amorale e ricco in espedienti quanto povero in coscienza civica (italiano che nella commedia all’italiana, almeno, era simpatico) si sovrappone un freak show di nuovi mostri ignoranti e cafoni, per cui l’apparire è il messaggio e il livellamento verso il basso corrisponde all’approssimarsi all’egemonia culturale, in un corto circuito tra studi televisivi, strade e case e luoghi del potere e delle istituzioni. Videocracy, vallettopoli, politica-spettacolo e spettacolo-politica: superfluo indicare, ancora una volta, le strutture e le persone responsabili di questa mutazione antropologica.

Ad un livello più profondo non sono innocenti neppure i quiz di Gerry Scotti dove, pacatamente, sottotraccia, subliminalmente viene ratificata una visione del mondo reazionaria e bigotta. Il/la concorrente, Renzo o Lucia secondo i casi, cerca, portando in olocausto il proprio nozionismo, di ingraziarsi la divinità della TV e il suo pingue sacerdote da strapaese affinché come per miracolo gettoni d’oro piovano dal cielo e possa avverarsi il sogno: terminare gli studi, sposarsi, trovare un lavoro e formare una famiglia felicemente alienata, purché tradizionale e eterosessuale. E lasciare qualche spicciolo in beneficenza, a modo di tangente al politically correct. Non a caso le vallette di Passaparola finiscono ad Arcore, lo Scotti benedice il pubblico a fine show come un telepredicatore e recentemente conduce (anzi, officia) un gioco a premi facendo volare mazzette di banconote come neanche la camorra quando ricicla il denaro sporco. Tout se tient, sempre.

Non sono innocenti ovviamente Barabara d’Urso e il suo populismo funzionale al Potere che risolve qualsiasi istanza civica preventivamente ridotta alla propria caricatura con la lacrima e la compassione automatica, superficiale, assolutoria per tutti. Chiagne e fotte se è vero che il populismo porta alle dittature – oppure le invita a conversare amabilmente senza contradditorio per ore.
Non è necessario dilungarsi, l’hanno fatto già in molti a partire da Giovanni Sartori in Homo Videns, sulla nuova antropologia italiana, sull’homo televisivus e sui disegni di potere ai quali è funzionale e in vista dei quali è stato plasmato come un Golem. Comunque ricordiamo che, quattordici anni dopo il lancio in grande stile di Canale 5, Canale 5 e le altre reti Fininvest hanno lanciato, sempre in grande stile, la neonata formazione “politica” Forza Italia. Tuttavia, la penetrazione dell’idioma dei barbari di Cologno Monzese nella Città Eterna di Saxa Rubra era già cominciato sulla scorta di ragioni di concorrenza sul piano degli ascolti e della raccolta pubblicitaria ben prima della designazione post elettorale di direttori e consiglieri. Berlusconi e il suo mondo, la sua versione italianissima dell‘American Way of Life, anello mancante tra il darwinismo innervante le dinamiche sociali a stelle e strisce nella sua versione spettacolare dello yuppismo e l’autoctono craxismo, stavano già vincendo, culturalmente ed economicamente, prima di prendersi tutto.

Cosa c’era, nella tv italiana, nell’evo pre Drive In? Certo, c’era la “RAI dei professori”, l’esperienza “corsara” di Eco, Vattimo e Colombo, il Match arbitrato da Alberto Arbasino, La notte della Repubblica di Sergio Zavoli e sceneggiati che rendevano pop Dostoevskij, Balzac e Gogol e, a volte, poco avevano da invidiare a nouvelle vague e neorealismo (e spesso ne condividevano le firme, da Cesare Zavattini a Liliana Cavani). Tuttavia le élite resistono sempre, magari ritratte nelle catacombe di reti amiche e orari notturni, per poi rifiorire in termini di quantità e visibilità nella primavera dell’offerta digitale (ad esempio la RAI 4 di Freccero, la RAI 5 di Daverio, la RAI Storia di Minoli). L’agnello sacrificale dell’evoluzione di tempi e linguaggi è stato l’intrattenimento popolare, nello specifico il varietà, apoteosi e rituale della televisione generalista per le masse. E pare molto scontato ma inevitabile ricordare l’abusata profezia di Pasolini sulla corruzione delle masse popolari ad opera della società dello spettacolo.

Non è difficile oggi farsi un’idea almeno sommaria di cosa fosse, allora, il varietà. È sufficiente fare zapping, meglio nei mesi estivi, tra Blob e programmi-sutura. Il varietà, forma contenitrice a partire dal nome, raccoglieva nel sabato sera italiano canzoni, sketch comici, ospiti, giochi, balletti… valeva tutto ciò che poteva intrattenere. Lo spettacolo berlusconiano, troppo intelligente per riformare la liturgia di un popolo antropologicamente conservatore, ne riprende i tipi stravolgendone il senso. Non si tratta – non soltanto quanto meno – di rimpiangere il garbo, l’eleganza, l’understatement, la professionalità e anche il wit dei bei tempi andati quando le videostar si chiamavano Walter Chiari, Vittorio de Sica, Mina, Alberto Sordi, Tognazzi & Vianello. Non si tratta neppure di stravolgere l’ideologia essenzialmente reazionaria del varietà. Suscitano tenerezza, a distanza di oltre quarant’anni, gli sketch sui “capelloni” paragonati a curiosi animali. Semmai il varietà è sempre stato attento a inglobare nel suo vasto ventre le tendenze sociali che furono radicali nell’istante stesso in cui si trasformavano in mainstream e si disinnescavano – quanti “punk” all’acqua di rose nel varietà degli anni Ottanta!

La differenza tra lo spettacolo del varietà RAI e lo spettacolo berlusconiano è sostanzialmente stilistica, si regge sulla nozione di estetica come suggestione di un immaginario e quindi di un’etica. In un caso da manuale della televisione Raffaella Carrà era capace di ipnotizzare una nazione intera chiedendo di contare i fagioli contenuti in un barattolo, il grado zero quasi zen e quasi dada del medium. Di senso opposto, ma altrettanto radicale, l’inserimento quasi carbonaro, che rimandava ai fenomeni allora d’avanguardia, delle tendenze dell’arte informale, della danza contemporanea, del design optical da parte di scenografi, coreografi, costumisti dell’age d’or del varietà. L’estetica Mediaset rimanda semplicemente agli interni del Billionaire (si veda, a puro titolo esemplificativo, Chiambretti Night) o a nonluoghi di cartapesta e spotlight che a loro volta rimandano a Milano 2 o alle scenografie elettorali di Berlusconi n una riduplicazione delle forme più volgari e deleterie dell’esistente e del provinciale. Semplificando, da Busby Berkeley a Flavio Briatore.

Siccome ogni vero regime, politico ma anche estetico, crea da sé gli spazi del dissenso funzionali alla sua sopravvivenza, aggiungiamo una postilla – di stretta attualità – sullo spettacolo berlusconiano di marca ideologica opposta. Il linguaggio di Santoro e dei suoi talk show, pregni di populismo, monologhi, semplificazioni manichee e risse quanto poveri di dialettica, si rivela uno specchio fedelissimo come provato dal recente two man show per cui il Guardian che vede gli eventi in prospettiva geografica (e, en passant, ha sempre ragione), non ha potuto evitare di commentare: “some things have not changed in Italy since crowds watched with morbid fascination during the bloodshed at the Colosseum”. Tanto funzionale ai disegni berlusconiani di polarizzazione da far apparire, al confronto, I fatti vostri un esempio di resistenza culturale.

Alessandro Ronchi si occupa di arte, cinema, musica, visual culture e cultura pop. Attualmente è redattore di Artribune.

Perchè Sanremo è Sanremo? Pop kills its soul

by Simone Dotto

The shape of punk to come

(di Simone Dotto)

A frugare tra le briciole lasciate dal banchetto sanremese (se ha ancora senso farlo in tempi tanto antitelevisivi, dopo più di due settimane) resta una certezza: chi dice che l’Ariston si aggrappa al passato per difendere un’epoca che non c’è più, ci ha capito poco o nulla. Poche cose funzionano invece da cartina di tornasole mediatica e sociale – non musicale – quanto il Festival della Canzone Italiana. Per capire il perché peschiamo il concetto chiave della nostra analisi, guarda caso, da una serie televisiva, o meglio, da una serie televisiva che parla di televisione, Boris. La Locura teorizzata da uno degli sceneggiatori è la formula magica per risollevare in extremis le sorti della soap opera Gli Occhi del Cuore: «la tradizione con una bella spruzzata di pazzia, il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di pailettes. In una parola: Platinette»

La descrizione calza a pennello e la presenza della stessa Platinette (al secolo Mario Coluzzi) sul palco al fianco dei Matia Bazar (1) sta lì a chiudere il cerchio. I veterani festivalieri e il personaggio glamour, come da copione: un aggiornamento del gattopardesco “tutto cambia perché niente cambi”, se si vuole alzare l’asticella delle citazioni. Solo così il luogo comune di un Sanremo sempre uguale a se stesso può conciliarsi con quello altrettanto diffuso del Sanremo “provocazionista”: quell’attitudine da scandalo ad ogni costo sullo sfondo di una Rai ancora inamidata nel dopoguerra democristiano.

Quel che ci interessa qui non è tanto capire se le provocazioni fossero o meno orchestrate allo scopo di alzare l’audience (come regolarmente si ritorna ad insinuare), ma piuttosto come queste contribuiscano all’economia della trasmissione. «Perché Sanremo è Sanremo» è molto più di uno slogan: è una tautologia che serve a spiegare la natura di un evento totalmente autoreferenziale. Forse addirittura un passo oltre la (neo)televisione cannibale teorizzata da Eco: è una trasmissione evento che si mangia da sola.

Prendiamo ad esempio le chiacchieratissime invettive di Adriano Celentano alla prima serata. Non solo si inseriscono in un continuum tutto mediatico che chi non seguiva il discorso da prima del festival non poteva apprezzare appieno («perché ce l’ha tanto con Famiglia Cristiana e Avvenire? E come mai dà del cretino ad Aldo Grasso?») ma dopo essere state riprese da tutti i media nazionali, con i consueti dibattiti fra schieramenti pro e contro, tornano nella serata finale. La seconda ospitata del cantante, insomma, consiste proprio nella risposta alle critiche ricevute fino a quel momento: un’ora di trasmissione scritta (?) semplicemente consultando la cassetta dei reclami. Di più: i fischi e gli applausi in sala sembrano fatti apposta per fagocitare e rimettere in scena addirittura lo scontro fra sostenitori e detrattori che animato il dibattito nei giorni precedenti (2).

Più del “caso Celentano” (che è quasi evento nell’evento, un’autoreferenzialità a parte) sono indicativi gli interventi dei comici. Luca e Paolo, presenti come ospiti in continuità con l’edizione precedente, sono anche loro oggetto di critiche, queste sì un po’ “alla vecchia maniera”: «troppe parolacce!». Detto fatto: il duo, proprio come Celentano (magari con qualche consapevolezza contestuale in più) si ripresenta  nella finale con un pezzo concepito unicamente per rispondere alle accuse. Il risultato, ciò che nasce apparentemente per andare contro Sanremo, concorre in realtà a formare e conservare lo stesso show in quanto tale.

È anche grazie a quest’autoreferenzialità, ingrediente base per far procedere lo spettacolo, che il contenitore-sanremo riesce ad assorbire e inglobare qualsiasi critica sociale. Come nel caso de I Soliti Idioti, il duo comico targato MTV che, per età e provenienza, si riferisce a platee totalmente diverse da quelle di Rai Uno e del Festival, più giovani e più smaliziate. Gli attori (Mandelli e Biggio) sembrano consapevoli della diversità del contesto e nel primo stacco giocano a ritardare il tormentone con la parolaccia (il celebre: «dai cazzo!») che il pubblico si aspetta. Ma, in definitiva, è soprattutto il contesto a giocare con loro: le battute sulla gente in sala che non paga le tasse (proprio il primo giorno della Kermesse la Guardia di Finanza aveva “aperto il Festival” con i controlli nei negozi della cittadina) passano come acqua fresca. A depotenziare gli sfottò rivolti agli spettatori ci pensano… gli spettatori stessi. Mentre i due “satireggiano” con il personaggio di un padre disposto a tutto pur di «fare il picco» in televisione la gente seduta alle spalle si contorce per guadagnare un angolo di inquadratura. A vanificare i già deboli tentativi di critica sociali dei Soliti Idioti ci sono i soliti idioti che salutano a casa: quando la realtà supera a destra la parodia.

Dulcis in fundo, chi si risente: la musica. Perché anche nella gara tra le canzoni la televisione mette lo zampino, perlomeno da tre anni a questa parte. Da quando, cioè, sulla ribalta sanremese sono sbarcati i giovani dei talent show. La presa dell’Ariston è praticamente immediata: tre vincitori talented, quattro posti sul podio e un vincitore della sezione giovani dal 2009 a oggi.

Il podio dell’edizione appena trascorsa ha segnato un en plein: prima e terza classificata rispettivamente da Amici e X Factor e secondo posto ad Arisa (che personaggio televisivo è stato e pure a X Factor, sia pure dalla parte del giudice) (3). Numeri che riconfermano le distanze ormai quasi nulle tra il tradizionale pubblico di Rai Uno e il target più giovane dei talent show (complice anche lo strumento del televoto) e che vanno a smentire anche la “Maledizione Jalisse”, per cui la canzone vincitrice sarebbe di fatto quella meno venduta e meno trasmessa. Acqua passata, ormai. Eredità di un tempo in cui forse davvero si trionfava in nome di una vecchia concezione di musica leggera. Ora canzoni e cantanti vincitori passano in tv e in radio come ci passavano prima, forse perché ci passavano prima. Un primo posto nel vecchio Festival della Canzone diventa il coronamento di un percorso che nasce, continua (e muore) all’interno della televisione, formando un circolo virtuoso che rende sempre più difficile l’accesso a chi non ha già maturato la cittadinanza catodica.

Note:

(1) La sostanziale bocciatura della performance da parte dal pubblico può essere spiegata con il fatto che, proprio in quell’occasione, Platinette ha rinunciato a Platineggiare, presentandosi senza trucco e parrucco e facendo venir meno forse il senso stesso dell’ospitata. Quel che è certo è che, con l’eliminazione di Sei tu al secondo turno, si è scongiurata l’eventualità del quarto podio consecutivo (dal 2001 a oggi)  per una formazione il cui Regno del Terrore dura ormai da dodici festival e trentasei dischi.

(2) A proposito di autoreferenzialità televisiva: le divergenze di opinione sul cosiddetto caso Celentano hanno creato una dissociazione interna allo stesso Festival e persino nell’azienda della Rai. A un certo punto è addirittura il presentatore Gianni Morandi ad unirsi a chi grida al complotto sostenendo pubblicamente che i fischi contro il monologo del molleggiato fossero pilotati. Il conduttore, in altre parole, confessa di aver condotto uno spettacolo dentro un altro spettacolo più grande.

(3) In pieno spirito corporativo, Emma Marrone – che poi risulterà vincitrice – chiama ad accompagnarla, nella serata dei duetti con voci italiane Alessandra Amoroso, la vincitrice dell’edizione precedente dello stesso talent show Amici. Come a voler dimostrare che i giovani “talenti” non hanno bisogno di padrini né raccomandazioni dall’esterno, e si giustificano in quanto tali… e vai così!