Dalle caverne dell’era digitale

by Hamilton Santià

(Daniele Ferrante)

La tecnologia digitale è una rivoluzione senza precedenti. Forse non sarebbe necessario dirlo, ma tutte le volte che il nostro modo di ragionare riguardo i mezzi di cui disponiamo oggi rimane legato – per affetto o per bisogno di continuità – a concetti di altre epoche e tecnologie, sembriamo trascurarlo. Oggi il nostro linguaggio passa attraverso mezzi che per la prima volta non sono eredi del sistema di produzione meccanico1. I computer non realizzano solo l’antica ambizione di produrre e avere a disposizione informazioni col minor impiego possibile di spazio e tempo, ma ci hanno praticamente portati al loro annientamento e superamento. Le conseguenze di questo cambiamento le possiamo calcolare tutti: è sufficiente riflettere sullo stato attuale della cultura e provare ad accelerarlo all’infinito, pensando a ciò che meglio si potrà adattare alle future esigenze di velocità e immagazzinamento. E al modo in cui queste esigenze creeranno nuove sfide e nuovi modi di affrontarle/superarle. Questo non significa che l’industria musicale finirà. Anzi, probabilmente riceverà nuovi impulsi dalla possibilità di disporre di tutto nello stesso luogo e nello stesso momento. È inutile dire che molti gesti perderanno di valore: diverranno interesse e diletto per pochi appassionati. Un po’ come il valore che assunse il cavallo quando l’automobile fece la sua comparsa sul mercato internazionale. Mantenendo l’esempio del cavallo e dell’automobile, l’attuale modo di diffondere musica e informazioni su internet somiglia, nei suoi aspetti più conosciuti, al tentativo dei primi progettisti di automobili di mantenere continuità visiva col calesse.

La musica – medium artistico volatile e per sua natura privo di spazio – attraverso questa nuova tecnologia ha perso definitivamente peso, collocazione geografica e sociale, esclusività.
La musica può essere ascoltata ovunque. Ogni nicchia può ambire a un momento di fama internazionale. Ogni élite diventa cultura pop e viceversa. Le arti diventano una cosa sola, arrivando al centro nervoso senza bisogno di intermediari. Gesti un tempo diversi o opposti divengono tasselli col quale poter costruire una sola struttura, perché si trasformano in flusso di informazioni muovendo gli ingranaggi della piattaforma attraverso cui passano.
Con la progressiva perdita di unicità in funzione di una moltiplicazione infinita delle possibilità e dei luoghi dove poter ascoltare una composizione musicale, anche le barriere tra cultura alta e cultura di massa scompaiono definitivamente.

Cubase. Abbey Road in your room

One Man Orchestra

Un modo per provare a capire il processo con cui la musica cambierà il proprio paradigma è provare a vederla in rapporto a se stessa quando era, nelle sue manifestazioni d’avanguardia, vincolata a una cerchia ristretta e alta.
Dopo la rivoluzione industriale, anche l’orchestra sembrava dover simulare la catena di montaggio. Ogni individuo, all’interno dell’ensemble-macchina, aveva un suo ruolo specifico. In quel frammento di compito, era capace di sentire soltanto la sua parte senza avere una concezione totale della composizione finale. Un’idea che solo il compositore poteva avere.
La musica Barocca era un lusso per pochi. Sia se pensiamo a chi la ascoltava e a chi la suonava, sia se pensiamo ai luoghi in cui la musica si scriveva e veniva eseguita. Ogni presentazione era un evento che raccoglieva in sé il solo (o comunque il più importante) intrattenimento di un’intera settimana2.
La rivoluzione elettrica e l’avanzare verso l’attuale stato delle cose ha significato una progressiva implosione, compressione e quindi cambiamento delle prospettive della musica.
Adesso stiamo vivendo il secolo del digitale. Il progressivo superamento degli standard meccanici e industriali mostra il passaggio verso una concentrazione del maggior numero possibile di compiti complementari in una sola persona. Anche per ciò che riguarda la musica. Dopo i fenomeni do-it-yourself siamo arrivati alla possibilità – da parte di un solo soggetto e con una spesa economica non proibitiva – di acquisire mezzi utili a emulare le tecniche sonore di uno studio di registrazione d’alto livello.
È la teoria del prosumer3 che non ha risparmiato la musica. Un ascoltatore può anche essere musicista e compositore allo stesso tempo, con la possibilità di sviluppare un linguaggio personale e un atteggiamento creativo nell’ascolto.
I programmi di recording, editing e sequencing (ad esempio Cubase, Cakewalk, Fruity Loops, Reason, Acid) offrono la possibilità di registrare, comporre e sovraincidere un numero potenzialmente illimitato di tracce. Questo metodo ha sviluppato un diverso tipo di approccio verso la musica rispetto alla presa diretta o la scrittura su spartito. Ad esempio permette contemporaneamente di ascoltare e vedere la composizione nella sua totalità, abituandosi a dare ai suoni un aspetto visivo e trasformando il gesto di registrare una canzone in una forma di progettazione grafica basata su accumulo e sottrazione.
Oggi la musica è disponibile ovunque e in qualsiasi contesto. I suoi metodi di diffusione – prima attraverso i supporti, poi attraverso l’mp3 – hanno moltiplicato all’infinito le sue possibilità indebolendo la sua aura4. Proprio per questo motivo il suo valore non può essere mantenuto se non attraverso scelte estetiche come il concerto e suoi derivati quali la jam session e l’improvvisazione, uniche garanzie di poter assistere a un evento che non sarà mai uguale al precedente.
Oppure attraverso scelte che diventano vere e proprie reazioni alla perdita di valore. É il caso del vinile, unico supporto musicale con aspirazioni da oggetto artistico e di culto. Ed è il caso di vari altri tentativi di dare valore ai nuovi mezzi di riproduzione musicale, trasformando la diffusione della musica in eventi unici e imperdibili. Prendiamo l’esempio dei Radiohead e la loro bravura nel dare aura alle loro pubblicazioni online. Oppure i Flaming Lips, entrati nella storia con uno streaming live da 24 ore. Ma si tratta di artisti già affermati che possono permettersi queste iniziative.

Dove sono finiti invece i nuovi artisti? E come potrà essere possibile per loro diffondere il messaggio musicale sperando di trovare un briciolo di riscontro in un pubblico che sembra ormai rivolto al passato?

Una cosa stupisce dell’attuale modo di diffondere musica indipendente (bandcamp, netlabel varie, etc.): in un’epoca in cui la musica si è definitivamente sbarazzata dello spazio fisico, le uscite discografiche – per quanto gratuite e (spesso) completamente online – tendono ancora a mantenere una continuità percettiva coi “vecchi” medium. Gli artisti, ad esempio, continuano a riordinare le canzoni in tracklist. É il retaggio di una tecnologia basata sulla gestione e organizzazione di uno spazio continuo e uniforme che trova nel cd e nel vinile i suoi più vicini discendenti, ma che fonda le sue radici nella stampa (i solchi del vinile prima, le microfessure del cd poi) e nei libri suddivisi in capitoli.
La strada più battuta per la diffusione dei concept musicali si sta via via indirizzando al pezzo per pezzo – Soundcloud insegna – magari attraverso un cambiamento di paradigma simile a quello avvenuto nel passaggio dal film-come-romanzo al serial televisivo. Questa perdita di primato da parte del disco/libro diviso in lati/tracce/capitoli toglie il bisogno di mantenere una coerenza stilistica tra un brano e l’altro, favorendo la scelta artistica di spaziare tra i generi, possibile anche attraverso i mezzi di composizione e riproduzione musicale.
Tra la possibilità di emulare coi programmi suoni ed effetti di orchestre molto complesse, fino ai campionatori e sequencer che permettono di ricreare dal vivo l’esperienza creativa dello studio nel minor spazio e con la maggiore duttilità possibile, si potrebbe quasi affermare che la band da tre o più elementi – ultimo residuo del sistema meccanico e divisorio dell’orchestra – non sarà più un vincolo per offrire proposte live di buon livello.

La forma della musica

Un’epoca che ha annientato spazio e tempo richiede un modo immediato di interagire e mostrare i suoi contenuti. In Mattatoio n°55, gli alieni rapitori del protagonista, capaci di muoversi nel tempo, spiegano al terrestre protagonista la loro letteratura, basata su scene sintetiche e brevi messaggi urgenti, sprovvisti di principio, parte di mezzo, suspence e fine. Racconti che messi in rapporto tra loro danno un senso complessivo della bellezza e profondità della vita.
La possibilità di accedere a tutte le epoche documentate mediaticamente fino ad ora ci offre paradossi molto simili a quelli descritti nel romanzo di Vonnegut. Oggi – con YouTube o grazie a qualsiasi altro social network basato sulla comunicazione audiovisiva – è possibile abusare del tempo (e conseguentemente della memoria) a un livello tale che si ha quasi l’impressione che i grandi del passato, i nostri idoli musicali, siano ancora vivi. Ogni anno spuntano immagini inedite di Kurt Cobain o di Jimi Hendrix, come se fossimo ancora nel 1968 o nel 1994 e potessimo vivere in anteprima la pubblicazione delle nuove foto di questi personaggi.Vediamo gli anni passati nella loro integrità, leggendoli nella loro complessità e profondità più di quanto potesse essere possibile all’epoca. E così come avviene per la storia, avviene per le canzoni. Ottimo mezzo per descrivere un’epoca a chi quell’epoca non l’ha mai vissuta.
Il mercato discografico negli ultimi dieci anni non ha soltanto perso la sua capacità di offrire prodotti mai sentiti, ma ha soprattutto smarrito la capacità di narrare il passaggio degli anni, riversando la propria comunicazione sull’estetica e sull’immaginario. Come se fosse possibile saltare da un’epoca all’altra cambiando la storia o giocando sui ricordi. La musica non è più obbligata a rinnovarsi. I media possono permettersi di viaggiare nel tempo in modo sempre più preciso, anche grazie a una tecnologia via via più utile e efficace. Di base, l’offerta musicale ha rallentato i suoi ritmi.

L’obiettivo principale di un un artista che voglia farsi notare è, ora più che mai, quello di cercare un’estetica che racchiuda nel minor spazio e tempo possibile tutto ciò che vuole rappresentare. Musica, concezione artistica, immagine e apparenza dal vivo, dialettica. Un prodotto creativo deve sintetizzare tutta la sua enciclopedia attraverso ogni aspetto della sua esposizione come se fosse il logo di un’azienda.
É il paradigma di Twitter (o di tutti gli altri social network basati su una dashboard, come Facebook o Tumblr) applicato alla musica: comprimere il proprio pensiero in 140 battute. L’ascoltatore deve comprendere nel minor tempo possibile cosa offri e se gli puoi piacere. Man mano che ci si sposta dal dettaglio all’insieme si ha la visione complessiva dell’artista nella sua complessità e profondità.
Musica e contenitore probabilmente arriveranno a corrispondere al punto tale da costituire sempre più un fenomeno percettivo sinestetico e multimediale, aggiungendo sul piano materiale ciò che il suono perderà con la progressiva evaporazione delle fonti produttive e ricettive. Synth, campionatori, cellulari, lettori mp3 che possono riprodurre ogni tipo di suono indifferentemente dalla presenza della sorgente reale. La visualizzazione della musica comporterà anche un cambiamento nella percezione e nell’analisi, avvicinando le teorie della musica a quelle della percezione e della forma formulate dalla corrente della Gestalt6. Non a caso il termine Pattern – configurazione unitaria di stimoli, struttura, insieme delle parti – è già utilizzato sia nell’ambito della teoria della forma/gestalt che nel campo musica.

Core business

Gr€€dbook

Il tasto davvero dolente nel tracciare un profilo dell’industria musicale che vivremo è capire come possa essere possibile vendere la musica in una fase in cui sta vivendo il suo momento più intenso di incontrollabile liberalizzazione. Per i gruppi indipendenti, ad esempio, ci sono i festival. Gli stessi festival che negli anni Settanta venivano contestati e boicottati dai movimenti giovanili, desiderosi di una musica totalmente libera, emancipata e gratuita. Presto, però, tutto ciò che stiamo vivendo con i festival internazionali si esaurirà. Precisamente quando gli ultimi movimenti subculturali di identificazione che permettono e giustificano questi eventi (metallari, hipster, goth, punk, rastafari e derivati) scompariranno per lasciare posto ad altri movimenti con meno necessità di trovare una ragione sociale nel sistema legato agli eventi, i dischi, l’aggregazione, la storia e l’abbigliamento. Potrebbe non accadere. Nel caso, però, questo porterebbe al ridimensionamento della musica a una serie di eventi e dischi on-demand.

Oppure, e lancio la provocazione, si potrebbe spingere all’estremo questo concetto, in particolar modo estendendo la promessa fatta dalla teoria del prosumer e introducendo il denaro come parte integrante della navigazione su Internet: pagare e venire pagati per navigare su internet.
So che questo concetto potrebbe disorientare o scandalizzare, ma se lo fa è perché ci hanno abituati a credere che la rete sia un luogo libero e per tutti. Questo mentre produciamo e condividiamo una corposa quantità di contenuti che costituiscono l’unica materia prima che permette il successo dei social network. É come se qualcuno intascasse interamente i soldi per un libro che contiene racconti altrui. Oppure, nel caso di Soundcloud, per un disco che contiene brani altrui.

Il concetto di prosumer si trova nel libro di Alvin Toffler The Third Wave7. La sua è una concezione di industria basata sulla produzione massiva di prodotti personalizzati. Pochi sanno che il primo teorico di un tale sistema, basato sul consumatore che detta i modi e i tempi del mercato, è il solito Marshall McLuhan, che nel solito Understanding Media8 sostiene, attraverso un ragionamento molto ampio, che:

É una caratteristica comune a tutta la tecnologia elettrica, che pone fine alle antiche dicotomie tra tecnologia e cultura, tra arte e commercio e tra lavoro e tempo libero. Mentre nell’era meccanica della frammentazione il tempo libero era assenza di lavoro, o puro ozio, nell’era elettrica è vero il contrario. Ora che l’età dell’informazione richiede l’uso simultaneo di tutte le nostre facoltà, ci accorgiamo di riposare soprattutto quando siamo intensamente coinvolti, come del resto accade sempre agli artisti, in tutti i tempi.

Il nostro svago quotidiano in realtà è un unione tra consumo e produzione. Spesso lavoriamo fino a otto ore al giorno per produrre materiale per il quale non percepiremo nulla. Dagli articoli come questo ai commenti, dal visualizzare un video su YouTube a condividere la musica che ascoltiamo su Facebook, producendo quel campionario di statistiche che un tempo le aziende pagavano a caro prezzo per testare il polso del mercato. Ciò che permette a Mark Zuckerberg di essere milionario è la stessa consapevolezza che ha permesso nel corso della storia a tanti governatori, aristocratici o tiranni di ergersi rispetto al popolo: conoscere il medium più usato e controllarlo totalmente.

La vera innovazione di Internet è il passaggio invisibile di denaro. Il passo successivo dovrebbe essere diventare noi, in quanto prosumer, i naturali destinatari di quel denaro. Essere pagati per i nostri contenuti e pagare per usufruire i contenuti di altre persone. Si tratterebbe – parlando di musica – del naturale superamento del sistema discografico in funzione della più attuale e globale piattaforma della rete, una forma di acquisizione e ripartizione dei diritti in base alla loro popolarità. Limitarsi a concepire un solo mercato discografico possibile è un atteggiamento parziale rispetto a una sistema onnicomprensivo, che unisce in un solo mezzo azione e informazione.
Quello che manca è un completo riconoscimento di internet come forma aumentata di realtà.
Le cosiddette nuove tecnologie lasciano presagire una copertura totale della realtà a un tale livello da dare nuova vita alle vecchie abitudini quotidiane, arrivando a crearne di nuove, incentivando la nostra capacità di creare relazioni, produrre e ricevere. Probabilmente disco e concerto si trasformeranno in qualcosa di nuovo, oppure verranno superati da una forma inedita e più potente di fruizione.

Daniele Ferrante è un artista e musicista. Con i Zweisamkeit ha pubblicato il disco “Il Santuario della Pazienza” (Snowdonia, 2011)

Note:

1 Che ebbe origine con la stampa a caratteri mobili per poi affermarsi con la rivoluzione industriale.
2 Anche per questo motivo simili lavori potevano avere una durata superiore alle tre ore.
3 In estrema sintesi: il passaggio grazie al quale un consumatore di materiali culturali ne diventa produttore.
4 Ovvero il valore religioso di evento singolo e irriproducibile, cfr. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000.
5 Kurt Vonnegut, Mattatoio n°5, Feltrinelli, Milano 2010.
6 “Il tutto è la somma delle parti” cfr. Rudolf Arnheim, Arte e percezione visiva, Feltrinelli, Milano 2002.
7 Alvin Toffler, La terza ondata, Sperling&Kupfer, Milano 1987.
8 Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 2008.