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Mese: ottobre, 2013

Take the poison of your age: la fortuna degli Arcade Fire

by Alessandro Ronchi

Just a Reflektor

Nell’imminente uscita dell’album più atteso, chiacchierato e congetturato del 2013, il doppio Reflektor a firma Arcade Fire, il rapido ascolto concesso da una giornata di leak autorizzato non permette ancora di esprimere giudizi compiuti sullo specifico musicale ma fornisce un ottimo alibi per parlare del “discorso Arcade Fire”.

Dopo un decennio, gli anni Novanta, in cui i gruppi alternative schizzavano ai vertici di Billboard a dozzine, gli Arcade Fire sono la sola (o quasi) indie band nata in pieni anni zero ad aver assunto lo status di superpopstar. Il peso specifico artistico dei quattro album non basta a giustificare il salto. Il merito non è mai stato condizione sufficiente al successo, tanto più al successo immediato, tanto più nell’epoca delle immagini persuasive. Attraversiamo la discografia della band canadese cercando il segreto del loro successo.

Gli Arcade Fire hanno raccontato, costruito, abitato un immaginario ben definito e sviluppato attraverso la musica, i testi e una cura di raro calibro per l’aspetto visivo e ipertestuale: i videoclip diventano cortometraggi autonomi a firma Spike Jonze oppure esperimenti di augmented reality in cui inserire il proprio corpo via webcam. Chi ha assistito a un concerto ricorderà un’attenzione alla resa scenica (visual) che sembra riprendere qualcosa che il rock sembrava aver rinnegato con la voga esplosa nell’anno 2000 di gruppi con la particella “The” nela ragione sociale e nessun fronzolo (semmai le giacche griffate) dopo la deriva kitsch e baraccona degli ultimi decenni di cui sono responsabili band criminali come gli U2. Si intende il concerto come un’esperienza artistico-teatrale plurisensoriale a proposito della quale non è improbabile che il mentore David Bowie abbia dato qualche dritta. Il lancio degli album, soprattutto l’ultimo Reflektor, si trasforma in happening virtuali dove il sito ufficiale diventa di fatto luogo performativo. L’immaginario è illustrato con estrema cura grafica nei booklet. Ma qual è, esattamente, l’immaginario degli Arcade Fire?

I luoghi, innanzitutto. Le canzoni sono ambientate in una ipotetica suburbia americana, l’idea americanissima e platonica assieme del suburb nel quale possono identificarsi gli abitanti di tutte le periferie del mondo. Un “luogo dell’anima” verso il quale spingono sentimenti ambivalenti. La abitano teenager ipersensibili, simpleton, bambini prodigio che cercano costantemente la fuga. In una dimensione onirica, quanto meno. Un non-luogo abitato soltanto da vicini di casa dove, in uno dei climax che sono un marchio di fabbrica Arcade Fire, si può solo gridare: «I don’t want to live in my father’s house no more» o «I don’t want to work in the building downtown» (Antichrist Television Blues da The Neon Bible). La ribellione evocata fin dal titolo del brano più innodico di Funeral è il rifiuto di una china discendente scritta nel destino dei figli della classe medio-bassa fatta di produci–consuma–crepa e del grigiore del colletto bianco o della tuta blu. In questo scenario sono possibili slanci verso l’ideale come accade ai Romeo e Giulietta dell’epoca delle sottoculture e della precarietà di Suburban War dove gli amanti sono divisi prima dalle appartenenze poi dai trasferimenti (lavorativi?) e ciò nonostante «Now the cities we live in could be distant stars and I’ll search for you in every passing car». Così nell’imminente Reflektor si trasferisce la vicenda di Orfeo e Euridice. Riferimenti precisi alla realtà socioeconomica che vivono i propri contemporanei e mito, archetipi, romanticismo. Una formula vincente. Così nell’epopea in quattro atti del vicinato che apre Funeral il racconto di un omicidio domestico si chiude con l’allucinazione poetica «Now the neighbours can dance in the police disco lights» (Neighborhood #2 (Laika)).

Funeral, appunto. Pubblicato nel 2004, fu l’irruzione di uno stato di grazia e di una formula nuova che attingeva ugualmente dalla new wave più minimale all’innodismo più barocco nella storia della musica. Vuoi perché si tratta di un album d’esordio, vuoi per la trafila di eventi luttuosi accaduti ai membri della band che furono il motore dell’album, con Funeral gli Arcade Fire disegnano compiutamente il loro immaginario ma vi sviluppano un discorso ancora ampiamente privato, personale. Si afferma la tesi. The Suburbs del 2010 sarà un compendio di due attitudini, coerente al principio del 3 come numero sintetico della dialettica, una specie di summa in attesa di cambiare registro come sembra accaduto con Reflektor. Ci sono brani come Ready to Start o Modern Man che riflettono il disagio dell’uomo nell’epoca del terziario avanzato e tanti momenti lirici di periferia.

Invece Neon Bible del 2006, nonostante le prime apparenze, è un album politico. Un album dove il privato è politico e viceversa. Forse il più grande, preciso album politico del primo decennio del secolo. Perciò è il più interessante per la nostra analisi. Fin dal titolo non ci sono dubbi: siamo in America, non l’America liberal, piena di college e multiculturale delle due coste bensì nel ventre molle degli USA, da qualche parte tra la Bible Belt e le Motor Cities. L’America bigotta dei telepredicatori al neon e l’America in declino che sta trasformando Detroit in una città fantasma. Il 2006 è un anno decisivo di presidenza Bush, di guerre reattive agli attentati dell’11 Settembre trasformate in sanguinosi pantani, dello scoppio della crisi dei mutui subprime, del tracollo di Chrysler e General Motors. Insomma l’anno che certifica la fine dell’auto-illusione americana di essere l’unica superpotenza economica e militare e di poter proseguire l’american way of life fatto di sprechi, cartapesta e gigantismo come nulla fosse in un mondo che sposta baricentri e priorità. L’anno in cui l’America e gli americani scoprirono che è possibile essere poveri e marginali.

Neon Bible parla di tutto ciò, in modo trasversale, senza nulla perdere in lirismo, immaginario, epopea. A differenza delle instant band italiane – se mi è concesso il parallelo blasfemo – spuntate a mazzi dall’inizio della crisi per enumerare l’insieme delle condizioni socio economiche come fossero un elenco telefonico, sfruttando un meccanismo identificativo base su contingenze meschine o dei vetusti cantautori impegnati che schifavano la cura formale come controrivoluzionaria, “arte” che verrà dimenticata in un istante appena le contingenze che l’hanno generata muteranno, The Neon Bible può parlare a chiunque e continuerà a parlare per molto tempo, irrorato dagli archetipi che eternano i prodotti culturali umani.

Antichrist Television Blues è, genialmente, uno Springsteen apocrifo. Se non che il working class hero cantato da Spingsteen per decenni diventa un uomo che vuole sfuggire alla routine lavorativa della classe media utilizzando come strumento di emancipazione le doti canore della figlia gettate in pasto a talent show e industria discografica. Ovviamente il protagonista si dichiara un good Christian man, come tutte le figure dell’album, ricoperte dalla cappa di anacronistico ritualismo bigotto e ipocrita che copre il centro geografico degli USA e al contempo attratte come falene dalle luci scintillanti dello showbiz, isolati in una bolla spazio temporale tra due luci ustorie. Mentre, come detto, il mondo sta cambiando ed entrambe le illusioni si sgretolano. Qualcuno se ne accorge: «because the tide is high and it’s rising still and I don’t want to see it from my windowsill» (Windowsill) e sembra l’incipit dell’epopea dell’uomo (contemporaneo) in rivolta. E poi: «Mtv, what have you done to me?» additando l’emittente come principale responsabile della fabbricazione della “società delle celebrities”, evoluzione della società dello spettacolo come distopia warholiana, caratterizzata dall’azzeramento dei contenuti in favore dell’apparenza, dove “mostrare” diventa un verbo riflessivo e la visibilità un valore intrinseco, l’unico a suscitare fenomeni emulativi. “Il colmo dell’illusione coincide sempre con il colmo del sacro” profetizzava Feuerbach nella prefazione a L’essenza del cristianesimo. Chissà se immaginava che la sua profezia si sarebbe avverata in senso palindromo. La religione è un’illusione oppressiva, il mondo glitchy di Paris Hilton e Kim Kardashian suscita devozioni irrazionali.

A proposito di profezie, scorrendo le liriche di Intervention leggiamo «You say it’s money that we need just as we were mouths to feed but no matter what you say there are debts you’ll never pay». Notiamo, per inciso, come il lemma debt stesse subendo in quei mesi una risematizzazione, da motore di uno sviluppo perpetuo debitore del mito della Frontiera a piaga in diffusione come una pestilenza medievale che metteva sul lastrico da un giorno all’altro l’intera classe media. In questi versi c’è il nucleo del più pernicioso danno culturale provocato dalla recessione economica planetaria: l’economia come Moloch, come ultimo grado di giudizio (di valore), come ultima parola su qualsiasi questione. In tempi di crisi ciò che è buono per l’economia è buono per tutto e chi oppone altre valutazioni concorrenti è trattato come un irresponsabile o un idiota. Con il risultato di saldare all’impoverimento delle condizioni materiali un impoverimento delle condizioni della vita psichica e dell’attività gnoseologica e teoretica, un imbarbarimento verso il materialismo più gretto per cui l’uomo deve vivere di solo pane e il mondo che fino a ieri, nell’America transnazionale in cui il protagonista di Windowsill dichiara di non voler più vivere, coincideva con le proiezioni fantasmatiche delle celebrities improvvisamente si riduce al mero campo d’azione di leggi finanziarie. Oltre a tanti corollari pratici di rara miopia per cui non si investe nell’istruzione e nella ricerca alimentando la stessa crisi che si pensa di combattere.

Perché, quindi, tanto meritato successo? Perché gli Arcade Fire forniscono diagnosi e cura, la realtà e il sogno. Dentro la contemporaneità, in rivolta contro i suoi aspetti disumanizzanti. «Take the poison of your age, don’t lick your fingers when you turn the page» (Neon Bible).

Anyone can play descriptive guitar. Quando la stampa mainstream incontra la musica altern…indip…dai, quella lì.

by Simone Dotto

I Fab Two di Repubblica, Gino Castaldo ed Ernesto Assante, sulle orme dei baronetti. Si narra che Assante sia in realtà deceduto e sostituito in redazione con un tirocinante altrettanto anziano

I Fab Two di “Repubblica”, Gino Castaldo ed Ernesto Assante, sulle orme dei baronetti. Leggenda vuole che al tempo dello scatto Assante fosse in realtà deceduto, poi sostituito in redazione con un tirocinante altrettanto anziano.

In ricco anticipo rispetto alla fine dell’anno grazie anche ad un raccolto generoso, proponiamo qui di seguito la nostra Top Five (con bonus) di hornbyana ispirazione che sintetizza il meglio del peggio del giornalismo italiano alle prese con album, concerti e artisti della musica cosiddetta “alternativa”[1]. Perché anche se la discografia sta patendo brutti momenti e la grande editoria non se la passa granchè meglio, non è comunque un buon motivo per conoscersi e darsi una mano a vicenda  -quando si tratta di farsi dare una mano, entrambe si fidano soltanto della televisione. Nota Bene: Non ci è sfuggito che “parlar male di chi parla di musica male” può sembrare una di quelle “meta-cose” saccenti e proprie dei secchioncelli, soprattutto quando si è usi dilettarsi nello stesso campo dei criticati, qui ma soprattutto altrove. Ma dal momento che si parla di una stampa che si definisce “generalista”, di personale non può esserci nulla . È il grande pubblico, bellezza.

5.

Recensione del concerto romano di Cat Power, La Repubblica Roma, 9/7/2013.

L’Icona del rock scende dal palco. “Questo suono mi spezza il cuore”

di Pietro D’Ottavio

Dove si rende conto del “concerto si fa per dire” della cantautrice americana, nota interprete di un “rock originale, creativo e fuorischema”. Momenti concitati che godono del cammeo di Violante Placido, delle dichiarazioni sferzanti raccolte dal regista Nanni Moretti e, soprattutto, dal decisivo Andrea Nuzzo, di professione Spettatore Indignato. Sapiente la stoccata finale, in polemica con l’organizzazione (come hanno potuto dimenticare il rischio maltempo?). In tutto questo trova spazio anche una curiosità geografica: lo sapevate che l’anagrafe di Atlanta si trova proprio ad Atlanta? Per dire le combinazioni…

4.

Intervista a Cosmo, La Stampa, 3/10/2013

Cosmo, il Battisti elettronico. “Quello che non si spiega si può suonare”

di Gabriele Ferraris

Dove il professore e grande firma del quotidiano torinese si avventura, lanternino alla mano, negli oscuri meandri dell’elettronica e lo fa sulla pelle del cantante dei Drink To Me. Siccome nella vita si chiama Marco ma in arte si fa chiamare Cosmo, gli fa dire che si chiama Marco Cosmo così non se ne parla più. Pur rientrando tra i giurati del Premio Tenco (e lo scrive), l’autore dell’articolo ha scelto saggiamente di non fidarsi di quel che dicono gli esperti (e lo scrive). Lui vuole toccare con mano, e quindi va a conoscerlo ad un aperitivo in piazza Vittorio, che è “un posto predestinato per la musica torinese”[2] per via dei Subsonica e di Levante, e poco importa se l’intervistato viene da Ivrea (e l’ha scritto). D’ordinanza i riferimenti random a Battisti e Battiato, ma solo quelli “più avanti”, tanto per far capire che ne capiamo, per far sapere quanto ne sappiamo. Eccitanti le sequenze che descrivono il concerto di Cosmo “fighissimo” (sì, scrive anche questo), pieno di “visuals entusiasmanti” e soprattutto di “macchine elettroniche”. Ma dici tipo i computer, Gabriè?

3.

Recensione del concerto degli Editors a Milano, Il Sole 24 Ore, 11/10/2013

Gli Editors ieri a Milano con una nuova line up non ancora al top rispetto al loro passato (ovvero l’arte del titolar ficcante)

di Cesare Balbo

Dove si disquisisce dottamente dell’evoluzione del gruppo di Birmingham. Cominciando dalla sostituzione del chitarrista e il defilarsi di una tastiera, continuando con il minor peso dato al suono della tastiera, per concludere con un ragionamento intorno alla lenta ripartenza dovuta al cambio in corsa dei chitarristi. E che si trattano così, le tastiere? Il risultato è un “effetto complessivo di alternative rock americano, non a caso il disco è stato registrato a Nashville [noto quartier generale della musica alternativa, ndr] ai Blackbird Studios, ben diverso dall’indie rock prima maniera”. Chiaro. Per fortuna che almeno ora “le canzoni hanno testi più melodici”.

2.

Recensione del concerto di Anna Calvi a Milano, Il Sole 24 Ore, 20/09/2013

Anna Calvi, presenza scenica da togliere il respiro al Parenti di Milano

di Cesare Balbo (a pari merito con se stesso)

Dove si riconoscono il “solido contenuto tecnico vocale” dell’interprete, sia pure al netto di alcune “fioriture vocali” che coerentemente scendono solo “sulle vocali” – quando un virtuosismo di sole consonanti dentali e gutturali avrebbe fatto tutt’altro effetto. Dal resoconto pare che la Calvi soffra un non meglio identificato “travaglio interiore” ma che, al contrario di Amy Winehouse, abbia perlomeno il buon gusto di non esibirlo sul palco: del resto è una cantante matura, non solo artisticamente ma anche anagraficamente[3] dato che “è ben oltre la soglia dei 27 anni che sono costati la vita a molti artisti tra cui proprio la Winehouse”. Grat grat. Tuttavia i demoni di Anna restano ahinoi visibili, se è vero che “il lato oscuro dell’artista, che ha oscurato anche i suoi capelli, come evidenzia il brano ‘Suddendly’ che parla di quello stato depressivo che paralizza e non si sa come superare, nonostante non si voglia crogiolare in quella condizione”. Pensate un po’ che merda dev’esser venuta fuori ‘sta tintura….

1.

…And the winner is:

Recensione del disco Aspettando i Barbari dei Massimo Volume, XL (leggi La Repubblica[4]), Ottobre 2013

Stanno arrivando i barbari e il nemico avanza

di Michele Chisena

Dove l’insuperato autore ci accompagna lungo “questo immaginifico viaggio sonico” e subito va a incagliarsi su di un paragone piuttosto dettagliato con Achtung Baby degli U2 (!?). Ecco dove avevamo già sentito quella sezione ritmica “spietata nel sincronismo metronomico”, ecco perché ci suonava famigliare quel “descrittivismo chitarristico” che a un certo punto diventa anche un po’ “espressionismo cinematografico”. Non è altrettanto chiaro invece com’è che “la vita stinta dell’attesa” sia diventata “stitica”, e perché il ritornello di Dimaxyon Song, “Ti piaccia o no” venga tradotto nel “grido disperato e molto punk ‘Ti piaccio o no?’”. Ma come la musica dei Massimo Volume anche l’interpretazione di Chisena è un’esperienza trasfigurante che rivela nuove, impressionanti verità: ad esempio che Stefano Pilìa è il bassista della band, e non il chitarrista. Se vedete Clementi giungere in sena con un grosso attrezzo a tracolla, è solo perché gli piace far pesi anche sul palco. Anche voi, siate un po’ immaginifici che caspita!

Bonus track, come nei cofanetti

La recensione del concerto di Bon Iver a Milano, 31 ottobre 2012

Musica acuminata e potente. Bon Iver, due dischi per il successo-remix

di Gino Castaldo

La recensione è dell’ottobre 2012 e quindi cade automaticamente fuori classifica. In più c’è che il Ginone è un fuori classe di suo, specialmente quando osa trascurare per un attimo l’ultimo di Phil Collins e le ristampe dei Creedence Clearwater Revival e parte all’esplorazione dell’”acuminato” contemporaneo. L’ingenuità che lo spinse ad equivocare il nome degli amici Wilco, oscura band americana disgraziatamente citata da Bon Iver durante lo show (in fin dei conti sono in giro dal ’94, non si può mica star dietro a tutto…), con quello di un inesistente (ma non per questo privo di talento) “amico Wilko” è già stato oggetto di ingrato dileggio e addirittura di un gruppo Facebook appositamente dedicato. Non tutti però sanno che, con perizia propria del professionista, dopo aver giustamente punito lo stagista in redazione reo di non averlo avvertito come sarebbe stato suo dovere (“machennesò, a me piace David Guetta”, pare sia stata la sua fragile difesa), Castaldo ha corretto di proprio pugno l’errore, cambiando l’incriminata “quando cita il suo amico Wilko” in una più rigorosa “quando cita Wilko”. I detrattori saranno contenti: hanno rovinato un’amicizia.


[1]               Laddove il termine sta ad indicare tutto ciò che eccede l’ultimo cd di Antonello Venditti o il concerto all’olimpico di Lorenzo Jovanotti
[2]             In realtà il posto dove si decidono i destini della musica torinese, più che Piazza Vittorio, sono proprio gli aperitivi a piazza Vittorio. Ma questo è un altro discorso.
[3]             Dati e statistiche gentilmente offerti dall’anagrafe di Austin. Ad Austin.
[4]              No, dai, scherzavo. Non leggerla.

20 espressioni per capire se chi ti parla è di destra

by Hamilton Santià

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1. Destra e sinistra sono categorie che non hanno più senso.
2. Il voto è segreto.
3. Non sono di destra, ma.
4. Io che sono un moderato.
5. E basta con questa ideologia!
6. Ah, quindi questa cosa è scritta in politichese?
7. Abbiamo bisogno dell’uomo forte.
8. Lui sì che fa le cose.
9. Il governo Letta è una soluzione.
10. Certo che se non evadessi un minimo proprio non ce la farei.
11. Tu che stai attento ai codicilli.
12. Lo fanno tutti!
13. Io ho tantissimi amici gay/marocchini/clandestini/estranegri e sono tutti persone squisite
14. Rossi e neri, tutti uguali.
15. Certo che le cose che dice Striscia la Notizia/Le Iene le dice solo lei, eh. Quelle sì che sono inchieste.
16. Io mica pago il canone per il cachet di Benigni a Sanremo, che per quello che prende in mezz’ora chissà quante cose ci paghi!
17. So io cosa fare, per mettere a posto questo paese.
18. Con la cultura non si mangia.
19. Quando avevo la tua età sì che si sudava e mica scioperavamo per ogni cazzata.
20. Ha un culo che parla, signori miei.

[renzismo] Galleria scelta

by Alessandro Ronchi

Matteo Renzi è veramente un uomo di sinistra

Alfonso Signorini

Matteo Renzi è, da qualche anno, l’eterno “uomo nuovo” della politica italiana. L’”uomo nuovo” più amato dagli avversari politici. È luogo comune dell’elettorato destrorso che esistano due tipi di “comunisti”. 1) Lo spettro che si aggira per l’Europa – ormai un nightwalker dopo quasi due secoli di vagabondaggio – che alle ultime elezioni aveva assunto le grigie fattezze emiliane del compagno Bersani, già autore delle bolsceviche privatizzazioni delle partecipazioni statali, i cui hobby sono aumentare la pressione fiscale per semplice sadismo e farcire di carni infantili i panini della già Festa dell’Unità. 2) Renzi, la potenziale evoluzione “moderata” del partito delle manette che magari ci racconta anche qualche barzelletta con l’irresistibile parlata fiorentina.

Ricordiamo, per completezza di informazione, che in Italia per moderati si intende quelli per cui Eluana Englaro poteva ancora procreare ed è stata assassinata.

In questa sede non interessa trattare di Matteo Renzi, della sua biografia politica, delle sue proposte e del suo programma elettorale. Piuttosto del renzismo: l’immaginario che lo circonfonde – sia esso da lui abilmente studiato e approvato o semplicemente subito – affibiandogli il soprannome “berluschino” e rendendolo digeribile a un popolo antropologicamente di destra addomesticato da tre decenni di Mediaset. Ecco una breve disanima semiseria che si concentra sull’immaginario del primo uomo politico “di sinistra” (garantisce Alfonso Signorini) della storia italiana la cui carta vincente è proprio l’immagine mediatica. Una selezione di icone che aiutino a capire come mai, nonostante tutto, all’italiano medio Matteo Renzi piace proprio.

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Il giovane Matteo concorrente della “Ruota della Fortuna”.

La notorietà di Renzi comincia con Berlusconi, la televisione e Mike Bongiorno, l’uomo “che non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi” (come ebbe a scrivere Umberto Eco nel 1963 facendo la Fenomenologia di Mike Bongiorno). Da non sottovalutare la componente del gioco a premi, della lotteria, della sorte contrapposta al progetto nel pursuit of happiness. Gli italiani sognano di implementare il proprio stato grazie a un colpo di (ruota della) fortuna. Berlusconi rappresentava l’italiano medio che ce l’ha fatta scatenando nell’elettore un’identificazione proiettiva verticale. Renzi ci ha provato, l’uomo della strada può esclamare “è uno di noi!” (proprio come nella sequenza del matrimonio in Freaks di Tod Browning).

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Abbasso la politica ingessata!

Dalla pagine amiche di Chi, Matteo Renzi lancia l’outfit rottamatore per il politico giovane. Non più i completi democristiani grigi e stazzonati e neppure il doppiopetto blu con cravatta Marinella abbinata del primo Berlusconi. Il salto è vertiginoso, l’icona è il supergiovane ribelle americano: Fonzie di Happy Days. Peccato – ammesso che il giovanilismo sia una conditio sine qua non per essere un buono statista – si tratti del supergiovane anni Cinquanta. Qualcosa di ormai ampiamente digerito anche dalla più reazionaria massaia delle valli prealpine. Vestirsi da Black Block sarebbe stato un errore comunicativo enorme ma avrebbe sicuramente rappresentato un motivo iconografico più radical e interessante

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…ma non toccatemi le mie nonne.

Se qualcuno, nonostante tutto, tra una replica di Casa Vianello e l’altra, si fosse sentito minacciato dall’audace giubbotto di pelle, un’altra prestigiosa testata accorre a rasserenare gli animi. In Italia se tocchi la famiglia (allargata in lungo e in largo nelle generazioni e nelle diramazioni purché tradizionalissime e approvate dal Vaticano) muori.

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Renzi ripete spesso di non voler distruggere Berlusconi, bensì di volerlo sconfiggere. Al massimo di volerlo citare ironicamente indossando una bandana, un copricapo altrimenti esclusiva di pirati e baristi del Cocoricò. Anche qui l’immagine non può essere considerata ingenua: si ammicca all’elettorato berlusconiano marcando al contempo una differenza, uno straniamento contestuale. Renzi non si fa fotografare durante un bagno di folla in Costa Smeralda bensì su un’anonima e un poco squallida sdraio gialla. L’elettorato cattocomunista può respirare di sollievo. E maneggia uno smartphone, lui. Non come quell’altro che invia VHS e chiama Google “Gogol”.

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Matteo Renzi non è snob. Ha tanti amici disparati in tanti ambiti disparati. Da Jovanotti a Baricco, da Farinetti di Eataly a Roberto Cavalli, da Signorini a Maria de Filippi. Presentarsi a una puntata di Amici significa familiarizzare con la parte di elettorato che si informa attraverso la televisione e in larga maggioranza, conseguentemente, crede ancora alla leggenda del fantasma che si aggira per l’Europa di cui sopra. Da un punto di vista strategico-numerico è una mossa probabilmente vincente. Al contempo, tuttavia, si ratifica il collaborazionismo con il braccio armato del berlusconismo: il sistema videocratico che ha imbarbarito definitivamente i costumi italiani. Si può sconfiggere Berlusconi abbracciando Maria de Filippi e Roberto Cavalli ma si rischia di rivitalizzare un berlusconismo appena riveduto e corretto. Se la parabola umana e politica di Silvio Berlusconi si sta probabilmente estinguendo in questi giorni, il berlusconismo come visione del mondo, sistema di valori, modalità di rapporto con la civitas potrebbe continuare a inquinare le cose italiche per decenni. Il berlusconismo va combattuto ben più aspramente dell’uomo Berlusconi. Come sosteneva Giorgio Gaber, non ho paura di Berlusconi in sé ma di Berlusconi in me.

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Poi però ci vuole un ammiccamento a un’icona liberal sempreverde come JFK per correggere il tiro.

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Il problema è che, a forza di operazioni spericolate attorno al proprio immaginario, la situazione può sfuggire di mano e qualcuno, nello specifico lo “stilista” Jerry Tommolini, crederà di far cosa gradita con un omaggio che pochi mesi prima sarebbe stato inviato, in forma privata, oltre i cancelli di Arcore. Qualcuno potrebbe finire a identificarti pienamente con l’Italia più cafonal, sessista, volgare e retrograda incarnata da colui che vorresti sconfiggere.