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I video dell’ISIS

by Alessandro Ronchi

Ne sono stati diffusi molti, tutti girati nelle zone dell’Iraq dove la falange integralista comandata dal ‘califfo’ al Baghdadi sta effettuando la pulizia etnica di cristiani, sciiti, Shabaks, Yazidi, turcomanni. Ne ho guardati due: nel primo un centinaio di persone era fatto scendere da camion, messo in riga, spinto a colpi di calci di fucile fino a un terreno brullo dove gli uomini venivano fatti sdraiare fino a comporre un rettangolo di corpi senza soluzione di continuità e lì uccisi uno alla volta, con calma studiata e con un colpo alla testa (“come i cani”). Nel secondo, ancora più impressionante, le vittime venivano spinte fino al margine di un fiume dove li aspettava un boia che sparava alla nuca, spingeva (verrebbe da dire “ruzzava”, sarebbe più adatto) il corpo nel fiume e subito avanti un altro. Crescendo il numero dei giustiziati la porzione di cemento inquadrata diventava sempre più un lago rosso-sangue tangente un fiume rapido, marrone-limaccioso.
Sarebbero immagini allucinanti e sconvolgenti anche decontestualizzate, questo è ovvio. Ma analizzandone la sintassi dicono di più.

Prima di tutto il target. Si sa che l’ISIS adotta una strategia mongola: seminare il terrore con surplus di ferocia e devastazione per fare terra bruciata e far arrendere preventivamente senza opporre resistenza. Tuttavia gli iracheni – i prossimi iracheni – o i curdi non vedranno questi video. Anzi sono stati girati appositamente con l’intenzione di farli pervenire alle redazioni dei network occidentali. Eppure, almeno per il momento, la strategia militare è strettamente regionale, mira al di là della propaganda delirante sul califfato fino a Vienna e Madrid a un domino di nazioni arabe (mediorientali e nordafricane), si disinteressa all’internazionalizzazione della jihad – anzi, un europeo o un americano un po’ stronzo potrebbe essere grato del fatto che la staffetta tra Al Quaeda e ISIS ha di fatto interrotto gli attentati nelle loro metropoli. Quindi cosa vogliono dirci?

Innanzitutto la novità è la pubblicità dell’orrore. Da Shabr el Shatila alle purghe di Saddam Hussein o Assad alle guerre di Bush di orrori simili il Medio Oriente ne ha vissuti tanti in tempi recenti. Orrori che, tuttavia, i carnefici hanno sempre cercato di occultare. Le modalità poi sono del tutto differenti dai video di esecuzione di rapiti occidentali diffusi nell’ultimo decennio da gruppi islamisti: lì un giudice autoproclamato eseguiva in nome di Allah una sentenza di morte (di solito con l’accusa, per quanto strumentale, di “spionaggio” restando nel perimetro di una forma riconosciuta di diritto, per quanto delirante), qui c’è la catena di montaggio, il fordismo della morte. Sembra dire: voi occidentali l’avete inventata come modalità produttiva, noi la trasformiamo in modalità distruttiva. Niente, ancora meno, in comune con i proclama monologanti di Bin Laden o al-Zawahiri: lì c’era, prima di tutto, politica. Si minacciava, si offrivano tregue separate ai diversi stati cercando di smembrare la “coalition of the willing”, si promettevano vendette o glasnost a seconda delle fasi e delle convenienze. Nei video ISIS non si parla, non c’è logos, solo morte assurda, idiota, automatica e l’asserzione di poterla impartire con assoluta discrezionalità. Nei video ISIS compare continuamente, a lato di inquadrature sapientemente costruite, a modo di logo uno sbandieratore che tiene ben visibile lo stendardo nero dell’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Conviene soffermarsi perché anche questo dettaglio è totalmente inedito, anche questo dettaglio è puramente terroristico. Non c’è il prevedibile verde, il colore dell’Islam che campeggia in tutte le bandiere, ufficiali e non ufficiali, dei soggetti che a quella religione si riferiscono. Sarebbe stato rassicurante, riconducibile a categorie che l’Occidente ha già razionalizzato. La bandiera è completamente nera, ricorda piuttosto il piratesco Jolly Roger, opaca, ottusa e illeggibile, è notte, incubo, obliterazione del razionale, priva di Storia e di discorso non fosse per alcuni proclama in arabo in caratteri bianchi altrettanto inaccessibili al lettore occidentale, inquietanti come geroglifici.

Perché l’ISIS ci tiene tanto a fornire a noi occidentali l’habeas corpus della sua disumana ferocia? Non vuole dialogare, non vuole trattare, non vuole neppure minacciarci (direttamente, concretamente). Vuole spaventarci per evitare che l’ONU o una coalizione a guida americana intervenga in difesa delle minoranze oppresse e decimate? L’America ha i caccia, i missili, i droni, le portaerei. Se questo volesse l’ISIS mostrerebbe eventualmente la sue batterie missilistiche, i suoi carri armati, la sua artiglieria: come potrebbe la mancanza di scrupolo nell’uccidere civili inermi far indietreggiare il primo esercito del mondo?

Non basta spiegare tanta ferocia con il lavaggio del cervello, la rabbia cieca maturata spesso nei carceri speciali a stelle e strisce e l’imbottitura di droghe a cui sono sottoposti i militanti. Sembra piuttosto che attraverso queste immagini di orrore, sadismo, massacro semplice l’esercito jihadista voglia autorappresentarsi, identificarsi nei confronti del “mondo civile” come il suo incubo, come il cuore di tenebra sepolto a fatica sotto l’archittettura della civiltà che ha redatto un’etichetta anche per l’arte della guerra (convenzionale, assurda e da infrangere ogni volta nessuno stia guardando, certo, ma non per questo sentita meno sacra e inviolabile). Sembra dire: noi non abbiamo paura di fare apertamente ciò che voi probabilmente vorreste ma non potete, siamo il grado zero dell’umano e la nostra sfida (non politica, non ideologica) è mostrarvelo, mostrarvi il terrore e l’anarchia che avete rimosso dal vostro orizzonte morale strutturato, pacificato. I will show you fear in a handful of dust, la paura del collasso. Come il vampiro infestava i sogni dell’Inghilterra vittoriana, l’ISIS turba il sonno dell’Occidente nel 2014 e paralizza. Non stupisce, al di là delle ragioni geopolitiche dovute all’imbarazzante legame finanziario covalente degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita a sua volta legata da un imbarazzante supporto logistico e finanziaro al califfato, che il “mondo civile” sia tanto restio e impacciato a intervenire per arrestare il genocidio.

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Guida all’esperienza social di Sanremo

by Hamilton Santià

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When in trouble, go big

1. Puoi usare Facebook come twitter. Il numero di like sarà proporzionale al numero di gente che ti rimuoverà dagli amici.
2. Puoi usare twitter come twitter, ma se cerchi di rispondere a Scanzi hai sprecato il tuo tempo.
3. Non cercare di fare il simpatico se non lo sei.
4. Se uno status su Facebook relativo a Sanremo ha meno di 10 like, hai chiaramente sbagliato.
5. Dire che più una cosa fa schifo più a Sanremo è bella è già #toomainstream
6. Sanremo ridefinisce i canoni del gusto, ma se interpreti tutto con cinismo finisce che annoi anche i tuoi migliori amici.
7. Non chiedere scusa, hai bestemmiato anche tu quando gli altri parlavano di Master Chef, o della campagna elettorale di Civati.
8. I casi umani tirano sempre, ma devi essere empatico. Ricordati cosa dicevano in “Tropic Thunder” sugli handicappati che vincono gli Oscar.
9. Di solito il vincitore di Sanremo si azzecca al primo giorno, il resto è costume.
10. Quest’anno ci sono i Perturbazione, se non li conosci è colpa tua, ma saranno loro a vincere il premio della critica (forse in lotta con Riccardo Sinigallia).
11. Rufus Wainwright è omosessuale.
12. Non è fondamentale sapere chi canterà: basta che ad un certo punto ci sia il ritornello con gli archi e sarà grande momento su twitter.
13. Il chitarrista biondo si chiama Luca Colombo. Ha una sua claque di cui faccio parte.
14. Quest’anno si prevede un ampio utilizzo della formula “Ma come +…”. Adeguati e vedi tu.
15. Se usi gli hashtag ufficiali poi non lamentarti se nessuno ti segue, è ovvio che nessuno userà mai #sanremo2014
16. Rudy Zerbi
17. Qualunque cosa succeda, ricordati di NON LAMENTARTI. Chi si lamenta di Sanremo è come chi si lamenta del Natale, un Nanni Moretti di terzo grado che vuole solo essere invitato.

How the West was won (and where it got us) – Kiev e Sochi

by Alessandro Ronchi

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Due dei fatti più in evidenza in queste settimane nella sezione “esteri” di quotidiani, telegiornali, siti di informazione provengono da aree ex-sovietiche: la guerriglia urbana a Kiev e le imminenti Olimpiadi Invernali a Sochi, nella Russia Meridionale. Sembrerebbe un collegamento fondato su una prossimità geografica (più o meno si tratta della stessa area del mondo) o al massimo strettamente geopolitica in riferimento al ruolo e alle manovre di Vladimir Putin. In realtà le implicazioni sono più complesse e globali.

I manifestanti di Kiev sono gli eredi della “rivoluzione arancione” che nel 2004 rovesciò il governo filorusso e portò precariamente al potere i filoeuropei Viktor JuščenkoJulija Tymošenko. Dal 2010 il governo dell’Ucraina è tornato anche formalmente in mano ai fantocci di Putin con l’elezione a Presidente della Repubblica di Viktor Janukovič e l’incarcerazione in seguito a un processo-farsa di Julija Tymošenko (precedentemente il presidente Juščenko era sopravvissuto miracolosamente a un avvelenamento da polonio, la firma del FSB). Il potere di Vladimir Putin negli stati satellite come l’Ucrania si fonda sugli stessi elementi che strutturano il suo ventennale dominio in patria: eliminazione fisica degli avversari con metodi da vecchio KGB, ricatto petrolifero, brogli elettorali, corruzione e costruzione di un vasto e diffuso consenso negli strati meno alfabetizzati della popolazione attraverso l’esibizione di un panslavismo muscolare che proietta sulla sua persona, sulla sua iconografia la figura di un nuovo zar. Dal 21 novembre 2013 a oggi a Kiev ci sono state manifestazioni oceaniche e contromanifestazioni, barricate, guerriglia, cinque manifestanti morti, assalti ai palazzi governativi, offerte di dimissioni da parte di Janukovič e operazioni militari da parte della polizia. La situazione è tuttora fluida. Il dato politico è che la folla che occupa le piazze di Kiev, esattamente come gli arancioni dieci anni fa, identifica l’Europa, l’Unione Europea con ciò che dovrebbe essere: un sinonimo di progresso e diritti civili, libertà di espressione e di impresa, di modernità e opportunità. L’Europa (e l’Occidente intero, con gli USA in testa) ha una doppia responsabilità nei confronti dei manifestanti ucraini. Si minacciano sanzioni, ci si scandalizza per i proiettili ad altezza uomo poi ci si ricorda che il petrolio russo passa per i gasdotti ucraini e non si parla più di sanzioni ma ci si limita agli “auspichiamo” seguendo una tradizione di ignavia lunga oltre settant’anni (il Patto di Monaco venne stretto nel 1939). L’altra responsabilità è culturale. Nelle nazioni che, a vario grado di coinvolgimento, nell’Unione Europea sono stabilmente e comodamente come l’Italia, la Francia o l’Inghilterra i partiti politici antieuropeisti, dal Movimento 5 stelle al Front National di Le Pen figlia, vedono crescere i consensi in modo esponenziale. Non si tratta di sposare acriticamente le decisioni delle istituzioni europee che, come tutte le istituzioni umane, possono commettere (e hanno commesso) errori, anche molto gravi. Si tratta di correggerli diventando tutti più europei. Si tratta di non rifiutare l’ideale europeo federale in nome di localismi autarchico-barbarici anacronistici e suicidi. Anacronistici e suicidi (se l’Europa diventa sempre più provincia dell’impero nei giochi economici mondiali, figuriamoci un piccolo stato europeo isolato) e soprattutto culturalmente perdenti se vogliamo dare un senso al progetto europeo come laboratorio più avanzato delle tendenze progressiste in ambito di diritti, civiltà, libertà e modernità ovvero capitalizzare, realizzare ciò che rappresenta il simbolo-Europa a Kiev. Insomma, perso ampiamente il primato economico dovremmo concentrarci su un progetto civile e culturale comune proiettando nella contemporaneità la valenza simbolica e storica positiva dell’Europa come “culla della civiltà” e superando il suo lato oscuro di “culla di guerre, genocidi e totalitarismi” i cui echi tornano nella propaganda e nei riferimenti ideologici dei movimenti No Euro di destra e sinistra.

Nel frattempo è imminente l’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Sochi. Si tratta di una consacrazione internazionale attraverso un grande evento di risonanza mondiale per lo zar di tutte le Russie Vladimir Putin che recentemente ha aggiunto al suo già esteso curriculum di tiranno e genocida la qualifica di omofobo. Il parallelo con le Olimpiadi hitleriane di Berlino del 1936 può essere preconfezionato e pericolosamente omologante ma aiuta a notare alcune analogie. Nel gennaio 2013 la Duma ha varato le cosiddette “Leggi contro la propaganda gay” firmate dal presidente in persona. Con l’assurdo pretesto di “proteggere i bambini” e salvaguardare la purezza della razza russa dalle influenze decadenti occidentali e in realtà perseguendo un’antica strategia secondo cui nulla consolida il potere come l’individuazione arbitraria di un nemico interno facilmente isolabile in quanto ritenuto “diverso”, non omologabile in una struttura sociale e nazionale uniforme perché apolide o perché presenta tratti devianti dalla norma ortodossa – nella storia gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari hanno servito perfettamente alla bisogna – le persone omosessuali sono state improvvisamente trasformate in paria corruttori di minori. Il risultato concreto della nuova legislazione sono stati dozzine di attivisti LGBT in carcere e soprattutto un numero imprecisato di giovani adescati nelle chat da squadracce di aguzzini che li hanno umiliati, torturati, violentati, spesso spinti al suicidio nell’impunità totale garantita dalla connivenza del potere, tanto che molti filmati di sevizie sono stati pubblicati su youtube. Conviene guardarli, per quanto siano stomachevoli. Non tanto per scoprire la ferocia potenziale e il sadismo gratuito che in molti esseri umani attendono le condizioni ottimali per scatenarsi – sarebbe solo l’ennesima conferma – piuttosto per capire quanto il dettato delle leggi, la coscienza collettiva, l’esempio delle istituzioni siano decisivi nell’arginare questa ferocia. Se lo stato, l’autorità costituita dice che è giusto essere omofobi seguono automaticamente pogrom. Il grado di responsabilità aumenta in maniera progressiva avvicinandosi al vertice della piramide dei ruoli e del potere: il primo responsabile della mattanza è Vladimir Putin le cui mani grondano nuovo sangue. Notiamo en passant che, mentre in tutto il mondo civile i matrimoni gay e spesso anche le adozioni sono una prassi assodata e pacifica, in Italia si è atteso il settembre 2013 per una blanda legge anti-omofobia – ed è stata necessaria un’epidemia di aggressioni, pestaggi, accoltellamenti. Il parallelo tra la situazione dei gay in Russia nel 2013 e degli ebrei in Germania nel 1936 è spaventosamente coincidente: verso la fine del 1935 furono promulgate le leggi di Norimberga e, benché non esistesse ancora un piano di eliminazione sistematica dei non ariani, le aggressioni ai “giudei” erano diffusissime e completamente impunite. Ciò nonostante la Comunità Internazionale scelse di non boicottare le Olimpiadi naziste come oggi si presenta compatta all’apoteosi dell’omofobo Putin. Certamente ci sono stati atti simbolici apprezzabili: Obama non manderà nessun esponente di primo piano del governo ma una delegazione di atlete lesbiche e attiviste LGBT, gli atleti tedeschi vestiranno una tuta rainbow. Tuttavia a nessuno è venuto in mente di dire a Putin di farsele da solo, le olimpiadi, o al massimo con gli altri suoi amici tiranni. Gli intrecci economico-energetici sono da sempre più forti dei diritti fondamentali dell’individuo. Soprattutto in Italia dove gli intrecci sono annodati più strettamente e il premier Enrico Letta non ha ritenuto necessario proferire parola sull’argomento. Ci ha pensato Mario Pescante, ex presidente del Coni e parlamentare PDL, ora membro CIO che così si è rivolto all’amministrazione americana: “E’ assurdo che un paese così invii in Russia quattro lesbiche solo per dimostrare che in quel paese i diritti dei gay sono calpestati. Lo facciano in altre occasioni, basta con queste strumentalizzazioni. E’ terrorismo politico”.

Kiev e Sochi mostrano la debolezza, la subalternità, la connivenza dell’Occidente e, più specificamente, dell’Europa. Abbiamo due alternative: la battaglia di retroguardia dei regionalisti e il disfacimento del progetto unitario cominciato nel 1948 con l’utopia del Manifesto di Ventotene o lavorare per edificare un’Europa più forte, più europea che non sia solo una federazione finanziaria ma un soggetto politico che difenda e promuova i principi esposti nella sua Carta dei Diritti Fondamentali.

La mezzaluna e il bulldozer

by Alessandro Ronchi

#occupy

Accade spesso che i moti di piazza, le rivolte, le sollevazioni popolari in luoghi differenti del mondo si sincronizzino. Accadde per esempio nel ’48 del diciannovesimo secolo la Primavera dei popoli e divenne un numero proverbiale. Accadde nel 1968 e fu un momento altrettanto epocale. A cavallo tra un millennio e l’altro ci fu il movimento No Global. Col passare dei secoli il raggio d’estensione dei focolai d’incendio è andato aumentando parallelamente al processo di estensione dell’area di influenza dell’Occidente nell’ottica di un rapporto sempre più interconnesso, non più di carattere coloniale, tra nazioni. Le ragioni di queste sinergie sono nella situazione economica o politica che spesso interessa più nazioni dando a ogni singolo moto cause simili e collegate, altre volte l’induzione e il contagio, in altri casi la diffusione continentale o planetaria di idee e sistemi di pensiero. Sarebbe anche interessante, en passant, trattare la sincronizzazione di ritmi naturali e umani per cui rivoluzioni e ribellioni avvengono quasi sempre in primavera.

Se ciò era vero per fatti del tempo della carrozza e della stampa a caratteri mobili, non può che esserlo a maggior ragione nell’epoca della rete globale, di Twitter e Facebook, del mercato planetario e dei G20 in cui le differenze locali tendono a svanire e tutti (o quasi) possono conoscere in tempo reale le notizie provenienti da un globo mosso dall’effetto domino dove una crisi finanziaria o un nuovo governo nello stato X ha ripercussioni su tutti gli altri. Il ruolo giocato da social network e blog nelle proteste di piazza e nei moti in Egitto, Libia, Tunisia, Siria, Algeria noti come Primavera araba nel 2010/2011 è stato ampiamente dibattuto e funziona come trait d’union a sollevazioni che hanno avuto modalità, svolgimento, esito molto differente a seconda delle situazioni specifiche. In particolare le piattaforme digitali sono servite, verso l’interno, come luogo di mobilitazione e organizzazione dei ribelli e, verso l’esterno, come canale mediatico capace di aggirare la censura governativa per far conoscere all’opinione pubblica mondiale le ragioni della protesta e i fatti, spesso sanguinosi, della repressione. Allo stesso modo la condivisione di contenuti e notizie non filtrate sotto gli hashtag ad hoc #OccupyGezi e #DirenGeziPark è stato un elemento caratterizzante la recentissima sollevazione di “giovani turchi” a Istanbul e poi in tutto il paese.

I fatti, in estrema sintesi. Il 28 maggio un piccolo gruppo di ambientalisti, applicando il modus operandi del movimento Occupy, pianta le tende all’interno del parco Gezi, una delle ultime aree verdi superstiti nella parte europea di Istanbul, per fermarne l’abbattimento e l’attuazione di un “piano di riqualificazione” che prevede la costruzione di un centro commerciale e una moschea. Nel giro di 48 ore il numero di manifestanti cresce vertiginosamente e si insedia anche nella vicina Piazza Taksim. All’originaria rivendicazione ecologista si unisce il malcontento diffuso nei confronti del governo, in carica da più di un decennio, di Recep Tayyip Erdoğan accusato di corruzione, legami dubbi con l’industria delle costruzioni e soprattutto di aver gradualmente limitato la libertà di opinione e espressione trasformando la laicissima Turchia del padre della patria Ataturk in una nazione islamica attraverso un giro di vite sul consumo di alcolici, rendendo l’aborto virtualmente impossibile e la blasfemia un reato penale, ignorando qualsiasi diritto LGBT, stringendo la morsa del Corano nelle scuole e arrivando persino a proporre una legge ridicola che vieti qualsiasi effusione amorosa nei luoghi pubblici. La protesta interessa tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età e tutto lo spettro ideologico e l’assembramento in piazza Taksir cresce esponenzialmente nonostante il governo decida di bloccare il trasporto pubblico in città. La polizia carica i manifestanti con manganelli e gas urticante. La protesta si diffonde nell’intera Turchia e tuttora, dopo proclami contrastanti dello stesso Erdogan, sei morti, scioperi, arresti di massa e la mobilitazione dell’intelligentja e delle diplomazie la situazione è fluida e incerta.

Occupy Gezi non è l’unica protesta imponente per dimensioni e eco mediatico accaduta nelle ultime settimane. Sicuramente la recessione economica planetaria rende i nostri tempi i più adatti all’esplosione di rivolte popolari e sommosse tuttavia le differenze specifiche ideologiche e geopolitiche impediscono di trovare un filo rosso che colleghi immediatamente, come poteva essere per la Primavera Araba o per i movimenti No Global, la primavera turca con le proteste degli Indignados che in Brasile si oppongono alle spese faraoniche (e alla corruzione che vi gira attorno perché tutto il mondo è paese) per eventi sportivi internazionali mentre buona parte della popolazione non trae benefici dall’essere la prima lettera dell’acronimo BRIC oppure alla Manif pour tous che ha portato milioni di francesi, in una serie di sfumature che andavano dai semplici conservatori ai fanatici di estrema destra, a scendere in piazza per fermare l’approvazione della legge, voluta dal presidente Hollande, che estendeva il diritto al matrimonio alle coppie omosessuali. Tuttavia il tratto comune delle manifestazioni della primavera 2013 è il rifiuto della modernità, l’opposizione non tanto allo status quo – come fu nel 1968 – ma a una nuova, specifica direzione della società. Nonostante la caratura ideologica profondamente divergente, in ogni caso si è trattato, si tratta di proteste “conservatrici”, atte a impedire una trasformazione dei costumi o della morfologia di una nazione. E, in ogni caso, la gente, come si legge nei link più populisti da far girare sui social network, ha fatto sentire la sua voce e si è ribellata contro i governanti che aveva precedentemente eletto. Come distinguere allora proteste “buone” e “cattive” uscendo da una retorica del ribellismo da cui discenderebbe un’equiparazione dei neonazisti che hanno ucciso a sprangate il diciottenne Clément Méric a Parigi con gli insorti di Istanbul che chiedono libertà di stampa e osteggiano le leggi islamiche? Semplicemente attraverso la valutazione delle singole motivazioni, rivendicazioni, proposte e attraverso il giudizio di merito specifico. Si tratta anche di abbandonare posizioni ideologiche pro o contro il progresso e le sue modalità, scindendo i diritti fondamentali dell’individuo dallo sfruttamento speculativo degli ecosistemi. Si può stare con i progressisti francesi che seguono la direzione della Storia nell’estensione della piena cittadinanza oltre un modello familiare tradizionale antiquato e superato e con i conservatori ambientalisti turchi.

Erdogan incarna perfettamente la tendenza a utilizzare un credo mobilitante illiberale, antistorico e totalitario (l’Islam – in Cina, per esempio, è il maoismo; in Russia il nazionalismo muscolare) come collante ideologico per una prassi di governo che sposa gli interessi del capitalismo corporativista più predatorio e disumano, altrettanto anacronistico, quello religioso del profitto prima di tutto e dell’espansione perpetua, lo squalo che deve continuamente muoversi (e mangiare, distruggere ciò che non gli è asservito) per sopravvivere. Quello per cui si falcia un parco per costruire un ennesimo, inutile, mall dove magari vietare la vendita di alcolici. Il bulldozer e la mezzaluna come armi di distruzione e sopraffazione. Esaltare i nuovi “giovani turchi” perché loro si sono ribellati e noi no equivale a mortificare loro azzerando il fatto politico che rappresentano. Più utile semmai valutare cosa ci dicono a proposito della contemporaneità e delle direzioni sostenibili che potrebbe prendere. 

Indiexploitation e Taylor Swift.

by Hamilton Santià

(Hamilton Santià)

Avete presente Taylor Swift? Una delle tantissime reginette del country che negli Stati Uniti vendono ancora badilate di dischi e che in Europa si accontentano di arrivare una volta ogni tanto con qualche canzone dal ritmo più esotico o al traino di qualche colonna sonora (vedi alla voce Shania Twain e LeAnn Rhimes). Qualche anno fa, Taylor Swift si affacciò dalle nostre parti con Love Story, brano zuccheroso e appiccicoso che rispetta pienamente la retorica del pop adolescenziale portato in voga dai circuiti Disney e da gente come Hilary Duff e i Jonas Brothers (con uno dei quali, Swift, tra l’altro, usciva). Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Ciao Taylor e tanti saluti in attesa della prossima one-hit-wonder.

Cos’è successo, nel frattempo? Prima di tutto, Taylor non esce più con uno dei Jonas Brothers. E’ infatti la promessa sposa dell’ultimo rampollo dei Kennedy, la famiglia reale americana. La sua immagine pubblica, quindi, deve obbligatoriamente passare da country-queen con immaginario di bicchieroni di latte e torte di mele a preppy queen con gite in barca, camicie di Tommy Hilfiger e costa Est. Moltissima costa Est. Non ho la certezza matematica che le due cose siano correllate, ma è altrettanto curioso considerare che a una nuova configurazione dei rapporti personali, coincide una riconfigurazione dello stile musicale e dell’immagine pubblica di Taylor Swift. Più “fine”, più sofisticata, addirittura più ambiziosa e più sfumata. Il risultato arriva dal curioso caso di We Are Never Ever Getting Back Together, ultimo singolo della futura First Lady. Canzone pop da alta classifica che, però, mischia parecchio le carte in tavola e diventa un curioso oggetto d’analisi a livello culturale.

Prima di tutto le immagini promozionali.

Lazy line painter Taylor

Taylor seduta in un parco in tenuta da Ivy League, frangia “sbarazzina il giusto”, occhialoni da sole e rossetto acceso dal gusto vagamente retrò. Una impostazione nostalgica che ricalca sia l’immaginario “preppy” di cui sopra, ma anche una sorta di condensato di stereotipi twee portati avanti da gruppi come Belle & Sebastian e Club 8. Se mettiamo vicino la copertina del singolo di Love Story, si noterà un mutamento significativo. Anche solo grazie all’utilizzo dei caratteri tipografici laddove i primi suggeriscono un aderenza a modelli culturali più elevati (non imbelletto la scrittura perché bado ai contenuti) e i secondi frivolezza sognante da fiaba contemporanea (… e da qui potrebbe partire tutta una digressione delle possibilità narrative offerte dal successo di Harry Potter e Twilight che però non ho né l’intenzione di fare né le competenze). Potrebbe essere l’ennesimo caso di volgarizzazione dell’indie? Almeno a livello di immaginario? Potrebbe. Anzi, lo è decisamente.

Ecco il video:

Musicalmente non c’è molto da dire. Mi sembra un pezzo che si inserisce in una certa tradizione mainstream contemporanea che punta tutto sull’estrema essenza di un ritornello “catchy” e di un ritmo sostenuto che mischia più elementi provenienti da tradizioni di successo. Ancora una volta, niente di nuovo. Ma ci sono alcune cose interessanti. La prima riguarda, ancora una volta, l’immagine di Taylor Swift e la sua relazione con lo “spazio” del video clip; la seconda, lo stile e le citazioni del video in sé; la terza, una frase in particolare del testo. Andiamo con ordine:

Perché anche l’Ivy League vuole vedersi un bel film ogni tanto

1. Taylor Swift

In anni in cui siamo stati abituati a una sorta di eccesso stilistico per come le dive andavano in giro vestito (il barocchismo conclamato di Lady Gaga, Katy Perry, Rihanna, etc.), la “narrazione sottrattiva” di Taylor Swift rappresenta un caso particolare. Nel video, la cantante mostra il suo nuovo guardaroba preppy e si concede anche qualche nota proveniente da un universo fumettistico e “twee” come il pigiamone di flanella e gli occhiali a montatura spessa (esempio fondamentale di accessorio cross-over che colpisce tutti, dalle dive del pop da classifica ai giornalisti passando per i gestori del blog che state leggendo). Il nuovo stile è ricercato ma non eclettico. Non è aggressivo, non vuole colpire o creare un qualsivoglia effetto “scopico”. Questa nuova immagine si inserisce nel lungo catalogo di ibridazioni tra immaginario alternativo (il già citato pop “twee”), intellettuale e mainstream. Uno dei primi casi che vale la pena citare, è stata la campagna pubblicitaria di Tommy Hilfiger in cui si presentavano una sfilza di giovani in tenuta da altissima Ivy League con vestiti dal taglio vagamente “atlantico” sotto il brand The Hilfigers. Una firma che richiama non solo nominalmente, ma anche nella messa in scena e nell’impostazione dell’immagine (inquadrature frontali, toni di fotografia “antiquati”, sensazione di essere fuori dal tempo) i film di Wes Anderson. Questo non vuol dire che Swift voglia citare direttamente The Royal Tenenbaums, semmai che un certo tipo di immaginario è ormai inequivocabilmente sdoganato e non c’è niente che si possa fare a riguardo. Nessuna crisi di gelosia, insomma, o di fastidio. Prendiamo atto e vediamo cosa se ne può fare. Semmai è la dimostrazione di come i confini (purtroppo? per fortuna?) non esistano più. Se è accettabile che il mondo dell’indie citi il mainstream, allora non dobbiamo scandalizzarci che il mainstream citi e attinga a piene mani dagli aspetti più vendibili e replicabili dell’indie. Come, appunto, l’immagine, l’immaginario e il vestiario.

2. Il videoclip

L’avete visto? Vi ricorda qualcosa? Esatto. E’ esattamente un video di Michel Gondry senza che Michel Gondry c’entri alcunché. Il regista, tale Declan Whitebloom, ha all’attivo collaborazioni con Carly Rae Jepsen (quella di Call Me Maybe), One Direction, Pixie Lott e i Fray. Non un curriculum invidiabile dal punto di vista artistico. Probabilmente è un videomaker privo di qualsivoglia progetto estetico, che lavora su commissione e cerca di fare bene i compiti che gli sono stati assegnati. Ci sta. Non tutti possono essere degli artisti o dei geni. In questo caso, però, Declan si supera proponendo un esatto calco stilistico di Gondry, uno di quelli che ha garantito al videoclip l’elevazione a forma di comunicazione di un certo livello. Prima di tutto, siamo stilisticamente dalle parti di Protection dei Massive Attack e Star Guitar dei Chemical Brothers: un finto piano-sequenza in cui tutte le parti sembrano in continuità grazie ai miracoli della post-produzione in digitale. Per quanto riguarda i contenuti, poi, siamo alle ossessioni di Gondry per i pupazzi, per le cose di cartone e per gli scenari irreali che si sviluppano a un muro di distanza. Niente di più di quanto visto nei video per Bjork (Human Behaviour, Bachelorette), Foo Fighters (Everlong) e Beck (Deadweight) oltre a film come Eternal Sunshine of the Spotless Mind e The Science of Sleep. Questa sorta di “eredità” può essere sfruttata in un contesto differente sia ideologicamente che musicalmente come quello del mainstream pop per il semplice fatto che “l’alternativa” non è più percepita come “alterità” pericolosa e perturbante. L’indie è ormai un contenitore di scelte possibili da inglobare e da vendere.

3. Il testo

Qualora si fosse solo trattato di un’operazioncina sull’indie come ce ne sono tante, non sarebbe stato molto interessante, ne convengo. Ormai sarebbe ingenuo stupirsi di questo fatto. Ma c’è una cosa che più di tutte mi ha colpito. Più dei riferimenti a Gondry, più del cambio di guardaroba, più degli occhialoni. Ad un certo punto, il testo recita così:

And you, will hide away and find your piece of mind
with some indie record that’s much cooler than mine

Quello che da alcuni è stato visto come una presa in giro nei confronti dell’indie, in realtà è qualcosa di più sottile e stratificato. Da un lato, è un atteggiamento quasi di trolling nei confronti dell’atteggiamento indie in quanto atteggiamento snob e distaccato che pone una certa distanza tra chi si occupa di cultura in maniera diversa. Quasi una sorta di accusa nell’indie di rimando come “falsa coscienza”. Dall’altro, invece, è un utilizzo del termine che indica una determinata differenza. Quello è indie, questo no. E’ una distinzione netta. In bocca a un’artista mainstream, il termine indie non è un’appropriazione indebita ma un’ammissione di onesto distacco. Questo è un altro gioco, ci sono altre regole. E’ un’altra cosa. E’ più “bassa” e meno ambiziosa, ma è comunque qualcosa che può funzionare. Un gioco non tanto anti-intellettuale, quanto capace di confermare che pur nell’universo delle infinite sfumature che è l’attuale calderone dell’espressione culturale contemporanea, qualche differenza è ancora possibile (e forse è doveroso tornare a farle).

Tutto questo per dire cosa?

Probabilmente che il cambio di direzione di Taylor Swift è sintomatico di un cambio di atteggiamento nei confronti di quella frangia dell’indie che, dai tempi di The O.C., si è definitivamente sdoganata ricadendo a più riprese in particolari ambienti industriali. Ribadendo ormai l’ovvio passaggio dall’indie come controcultura all’indie come cultura di consumo, è necessario quindi ripartire da quegli elementi di scarto e differenza capaci di creare delle narrazioni significative. Non è un nostalgismo retromaniaco, quanto una necessità di ritrovare anche noi la nostra “peace of mind”. Forse non sarà più quella cultura di opposizione di cui tanto magnificavamo i fasti qualche anno fa, ma può essere ancora un bacino culturale interessante. In quanto a Taylor Swift, va detto che ha azzeccato un singolo perfetto per quello che vuole essere e rappresentare. Probabilmente alzare il livello “intuitivo” del pop da classifica è un atteggiamento che può prendere direzioni diverse. Questa è una delle vie possibili. Se non altro perché ci aiuta a ricordarci che non siamo noi i soli ad essere affezionati alle distinzioni.

Un pallido inverno, omaggio a Wallace

by Hamilton Santià

infinitext. partecipa e supporta questa bella iniziativa curata dall’Archivio DFW Italia.

L’Archivio DFW Italia, lancia l’iniziativa ‘Pale Winter’: lettura collettiva de “Il Re Pallido” di David Foster Wallace.

Il 21 Febbrario del 1962 nasceva lo scrittore americano David Foster Wallace e in occasione del suo 50simo compleanno un gruppo di affezionati lettori darà il via ad una lettura ragionata del suo romanzo postumo, “Il Re Pallido”, pubblicato lo scorso anno, tradotto in Italia dalla casa editrice Einaudi.

La lettura comincerà a partire da oggi, 21 febbraio, e dal 3 Marzo, ogni sabato, per 12 settimane, ognuno dei partecipanti pubblichera’ un intervento sul sito dell’Archivio DFW Italia. Naturalmente commenti e interventi saranno aperti a tutti i lettori italiani di Wallace che sono invitati ad unirsi all’iniziativa: una pagina Facebook e un Google Group verranno aperti per l’occasione, dando altre possibilità di interagire a chiunque lo volesse.

La lettura collettiva vuole essere un omaggio ad uno scrittore che in Italia conta un seguito di lettori attenti e affezionati, anche grazie al prezioso lavoro, abbastanza unico nel panorama mondiale, delle case editrici Fandango, Minimum Fax, Codice ed Einaudi, che hanno tradotto e pubblicato i suoi libri già alla fine degli anni ’90.

Come procedere. Procuratevi una copia de “Il Re Pallido”, e cominciate a leggerlo, e nel frattempo visitate il sito dell’Archivio DFW Italia, dove troverete materiali e informazioni interessanti. Dal 3 marzo in poi potrete cominciare a postare i vostri commenti.

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