How the West was won (and where it got us) – Kiev e Sochi

di Alessandro Ronchi

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Due dei fatti più in evidenza in queste settimane nella sezione “esteri” di quotidiani, telegiornali, siti di informazione provengono da aree ex-sovietiche: la guerriglia urbana a Kiev e le imminenti Olimpiadi Invernali a Sochi, nella Russia Meridionale. Sembrerebbe un collegamento fondato su una prossimità geografica (più o meno si tratta della stessa area del mondo) o al massimo strettamente geopolitica in riferimento al ruolo e alle manovre di Vladimir Putin. In realtà le implicazioni sono più complesse e globali.

I manifestanti di Kiev sono gli eredi della “rivoluzione arancione” che nel 2004 rovesciò il governo filorusso e portò precariamente al potere i filoeuropei Viktor JuščenkoJulija Tymošenko. Dal 2010 il governo dell’Ucraina è tornato anche formalmente in mano ai fantocci di Putin con l’elezione a Presidente della Repubblica di Viktor Janukovič e l’incarcerazione in seguito a un processo-farsa di Julija Tymošenko (precedentemente il presidente Juščenko era sopravvissuto miracolosamente a un avvelenamento da polonio, la firma del FSB). Il potere di Vladimir Putin negli stati satellite come l’Ucrania si fonda sugli stessi elementi che strutturano il suo ventennale dominio in patria: eliminazione fisica degli avversari con metodi da vecchio KGB, ricatto petrolifero, brogli elettorali, corruzione e costruzione di un vasto e diffuso consenso negli strati meno alfabetizzati della popolazione attraverso l’esibizione di un panslavismo muscolare che proietta sulla sua persona, sulla sua iconografia la figura di un nuovo zar. Dal 21 novembre 2013 a oggi a Kiev ci sono state manifestazioni oceaniche e contromanifestazioni, barricate, guerriglia, cinque manifestanti morti, assalti ai palazzi governativi, offerte di dimissioni da parte di Janukovič e operazioni militari da parte della polizia. La situazione è tuttora fluida. Il dato politico è che la folla che occupa le piazze di Kiev, esattamente come gli arancioni dieci anni fa, identifica l’Europa, l’Unione Europea con ciò che dovrebbe essere: un sinonimo di progresso e diritti civili, libertà di espressione e di impresa, di modernità e opportunità. L’Europa (e l’Occidente intero, con gli USA in testa) ha una doppia responsabilità nei confronti dei manifestanti ucraini. Si minacciano sanzioni, ci si scandalizza per i proiettili ad altezza uomo poi ci si ricorda che il petrolio russo passa per i gasdotti ucraini e non si parla più di sanzioni ma ci si limita agli “auspichiamo” seguendo una tradizione di ignavia lunga oltre settant’anni (il Patto di Monaco venne stretto nel 1939). L’altra responsabilità è culturale. Nelle nazioni che, a vario grado di coinvolgimento, nell’Unione Europea sono stabilmente e comodamente come l’Italia, la Francia o l’Inghilterra i partiti politici antieuropeisti, dal Movimento 5 stelle al Front National di Le Pen figlia, vedono crescere i consensi in modo esponenziale. Non si tratta di sposare acriticamente le decisioni delle istituzioni europee che, come tutte le istituzioni umane, possono commettere (e hanno commesso) errori, anche molto gravi. Si tratta di correggerli diventando tutti più europei. Si tratta di non rifiutare l’ideale europeo federale in nome di localismi autarchico-barbarici anacronistici e suicidi. Anacronistici e suicidi (se l’Europa diventa sempre più provincia dell’impero nei giochi economici mondiali, figuriamoci un piccolo stato europeo isolato) e soprattutto culturalmente perdenti se vogliamo dare un senso al progetto europeo come laboratorio più avanzato delle tendenze progressiste in ambito di diritti, civiltà, libertà e modernità ovvero capitalizzare, realizzare ciò che rappresenta il simbolo-Europa a Kiev. Insomma, perso ampiamente il primato economico dovremmo concentrarci su un progetto civile e culturale comune proiettando nella contemporaneità la valenza simbolica e storica positiva dell’Europa come “culla della civiltà” e superando il suo lato oscuro di “culla di guerre, genocidi e totalitarismi” i cui echi tornano nella propaganda e nei riferimenti ideologici dei movimenti No Euro di destra e sinistra.

Nel frattempo è imminente l’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Sochi. Si tratta di una consacrazione internazionale attraverso un grande evento di risonanza mondiale per lo zar di tutte le Russie Vladimir Putin che recentemente ha aggiunto al suo già esteso curriculum di tiranno e genocida la qualifica di omofobo. Il parallelo con le Olimpiadi hitleriane di Berlino del 1936 può essere preconfezionato e pericolosamente omologante ma aiuta a notare alcune analogie. Nel gennaio 2013 la Duma ha varato le cosiddette “Leggi contro la propaganda gay” firmate dal presidente in persona. Con l’assurdo pretesto di “proteggere i bambini” e salvaguardare la purezza della razza russa dalle influenze decadenti occidentali e in realtà perseguendo un’antica strategia secondo cui nulla consolida il potere come l’individuazione arbitraria di un nemico interno facilmente isolabile in quanto ritenuto “diverso”, non omologabile in una struttura sociale e nazionale uniforme perché apolide o perché presenta tratti devianti dalla norma ortodossa – nella storia gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari hanno servito perfettamente alla bisogna – le persone omosessuali sono state improvvisamente trasformate in paria corruttori di minori. Il risultato concreto della nuova legislazione sono stati dozzine di attivisti LGBT in carcere e soprattutto un numero imprecisato di giovani adescati nelle chat da squadracce di aguzzini che li hanno umiliati, torturati, violentati, spesso spinti al suicidio nell’impunità totale garantita dalla connivenza del potere, tanto che molti filmati di sevizie sono stati pubblicati su youtube. Conviene guardarli, per quanto siano stomachevoli. Non tanto per scoprire la ferocia potenziale e il sadismo gratuito che in molti esseri umani attendono le condizioni ottimali per scatenarsi – sarebbe solo l’ennesima conferma – piuttosto per capire quanto il dettato delle leggi, la coscienza collettiva, l’esempio delle istituzioni siano decisivi nell’arginare questa ferocia. Se lo stato, l’autorità costituita dice che è giusto essere omofobi seguono automaticamente pogrom. Il grado di responsabilità aumenta in maniera progressiva avvicinandosi al vertice della piramide dei ruoli e del potere: il primo responsabile della mattanza è Vladimir Putin le cui mani grondano nuovo sangue. Notiamo en passant che, mentre in tutto il mondo civile i matrimoni gay e spesso anche le adozioni sono una prassi assodata e pacifica, in Italia si è atteso il settembre 2013 per una blanda legge anti-omofobia – ed è stata necessaria un’epidemia di aggressioni, pestaggi, accoltellamenti. Il parallelo tra la situazione dei gay in Russia nel 2013 e degli ebrei in Germania nel 1936 è spaventosamente coincidente: verso la fine del 1935 furono promulgate le leggi di Norimberga e, benché non esistesse ancora un piano di eliminazione sistematica dei non ariani, le aggressioni ai “giudei” erano diffusissime e completamente impunite. Ciò nonostante la Comunità Internazionale scelse di non boicottare le Olimpiadi naziste come oggi si presenta compatta all’apoteosi dell’omofobo Putin. Certamente ci sono stati atti simbolici apprezzabili: Obama non manderà nessun esponente di primo piano del governo ma una delegazione di atlete lesbiche e attiviste LGBT, gli atleti tedeschi vestiranno una tuta rainbow. Tuttavia a nessuno è venuto in mente di dire a Putin di farsele da solo, le olimpiadi, o al massimo con gli altri suoi amici tiranni. Gli intrecci economico-energetici sono da sempre più forti dei diritti fondamentali dell’individuo. Soprattutto in Italia dove gli intrecci sono annodati più strettamente e il premier Enrico Letta non ha ritenuto necessario proferire parola sull’argomento. Ci ha pensato Mario Pescante, ex presidente del Coni e parlamentare PDL, ora membro CIO che così si è rivolto all’amministrazione americana: “E’ assurdo che un paese così invii in Russia quattro lesbiche solo per dimostrare che in quel paese i diritti dei gay sono calpestati. Lo facciano in altre occasioni, basta con queste strumentalizzazioni. E’ terrorismo politico”.

Kiev e Sochi mostrano la debolezza, la subalternità, la connivenza dell’Occidente e, più specificamente, dell’Europa. Abbiamo due alternative: la battaglia di retroguardia dei regionalisti e il disfacimento del progetto unitario cominciato nel 1948 con l’utopia del Manifesto di Ventotene o lavorare per edificare un’Europa più forte, più europea che non sia solo una federazione finanziaria ma un soggetto politico che difenda e promuova i principi esposti nella sua Carta dei Diritti Fondamentali.

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