Uomini che odiano la letteratura. E te lo fanno pesare.

by Hamilton Santià

(di Hamilton Santià)

Ora anche in 3D

Dopo aver faticosamente portato a termine la lettura di Uomini che odiano le donne (spinto dall’apprezzamento per il film di David Fincher – del quale ho scritto qui – dopo aver snobbato per anni questo fenomeno di “giallsiti svedesi”) mi sembra che la produzione di Stieg Larsson si attesti sulle coordinate di una mediocre narrativa di consumo, dove lo stile cerca la piattezza assoluta proprio per permettere al più ampio numero di lettori possibili di entrare dentro la storia e trovarcisi bene. Non è un male in senso assoluto. Anzi. Credo che esista una buonissima narrativa di consumo che, senza pretese intellettuali[1], riesce a intrattenere senza peso e, magari, con brillantezza. Mi viene in mente Lo scrittore fantasma di Robert Harris, che si faceva apprezzare proprio per una scrittura disinvolta, una trama avvincente e una struttura narrativa in cui il colpo di scena arrivava nei momenti fondamentali non escludendo nemmeno qualche interessante détournement (che viene infatti usato da Polanski mentre Fincher, i colpi di scena, quasi se li re-inventa).

Ed è proprio sulla questione dello stile che Larsson perde la partita su tutta la linea. Perché se la storia dimostra la sua forza rimanendo, a conti fatti, l’elemento fondamentale del “franchise” Millennium, è la scrittura a rappresentare lo scarto per cui Fincher ha fatto quello che ha fatto e lo scrittore invece no. La piattezza, per certi versi, può anche essere un pregio: estrema chiarezza, limpido rigore, rapida lettura. E invece no. Qui si tratta di piattezza nel senso deteriore del termine: sembra un dilettante allo sbaraglio che ha appena scoperto le virtù della descrizione. Ogni immagine del libro viene raccontata nei suoi minimi dettagli, prezzi e marche comprese. La cronaca degli eventi è narrata con pedante esaustività per cui se Mikael entra in casa per farsi un caffé, viene descritta ogni azione e ogni movimento e ogni pensiero che intercorrono tra l’ingresso in casa e la bevuta del tanto sospirato liquido. Quando Mikael, ad esempio, allestisce il suo studio nella baracca fornita da Henrik Vanger, ci viene fatto sapere tutto: dal numero di mutande che ha portato alla marca della macchina fotografica. Non è product placement. È semplicemente un segno dei tempi: le azioni sono vincolate dallo statuto mitologico che ormai diamo agli oggetti e alle marche. Mikael ha una Minolta e prende appunti sul suo iBook[2], e ci viene raccontato per filo e per segno ma senza guizzi o emozioni. Niente. Tutto narrato allo stesso modo, come se non ci fosse differenza tra le cose che succedono a Blomqvist e Salander. Come se la definizione economica dell’individuo sia fondamentale per equiparare il dramma della sentenza giudiziaria di cui il giornalista è vittima (mi viene da pensare, a questo punto, che non voglia far ricorso per edonismo) alla sociopatia tormentata di Lisbeth Salander, trattata da Larsson come una simpatica macchietta un po’ problematica al punto da indurre a credere che probabilmente il suo spirito di osservazione da navigato cronista quale indubbiamente era poco lo ha aiutato nel delineare un personaggio femminile credibile.

It’s all about the money, quindi: i soldi vengono citati CONTINUAMENTE. Tutto diventa quantificabile. Ma non è un enunciazione monetaria critica, come lo stesso Fincher ha fatto in Fight Club, semmai un’esaltazione della turbo-borghesia svedese che vive in ambienti lussuosi, si può permettere di spendere un sacco di soldi per capricci personali e riesce a fare ogni cosa senza fondamentalmente preoccuparsi del domani (lo stesso Blomqvist afferma di essere tormentato dalla sentenza, ma si comporta come se la condanna a due mesi di carcere e relativa multa fosse stata in realtà una sconfitta della squadra di calcio alla domenica). In realtà, si tratta di un elemento comune a molta narrativa contemporanea[3], ma la disinvolta onnipresenza dell’elemento finanziario risulta, in questo caso, un fastidio sia – per così dire – ideologico[4], sia narrativo in senso stretto. Quando ti metti a descrivere ogni cosa per filo e per segno pare quasi che non si abbia niente da dire.

E possiamo quindi introdurre l’elemento centrale di questa critica a Larsson. La scelta stilistica che contribuisce maggiormente a definire la povertà retorica del libro e la poca inventiva del suo autore: la digressione.

Uomini che odiano le donne è un ingestibile tomazzo di 620 pagine di cui almeno 300 di buone ed inutili descrizioni. So già cosa state pensando: è spesso nelle descrizioni che in passato si è fatta la Grande Letteratura. Beh, non è questo il caso. Le descrizioni di Larsson sono pedanti, precise al millimetro ma prive di qualunque ambizione di racconto. Tutto quello che ci viene raccontato non è funzionale alla definizione di uno spirito, di un tempo, di uno stile. Diventa cartina di tornasole della vacuità del materialismo per cui il reale deve essere rappresentato e raccontato in tutto e per tutto non solo per evitare di lasciare spazio all’immaginazione, ma anche per connotare precisamente tutte le situazioni e guidare il lettore che, a questo punto, non può assolutamente ragionare per conto suo o speculare sul racconto in quanto tale. No. Non ci siamo. Anche perché questo abbondare di descrizioni affoga nel mare della mediocrità anche quei pochi momenti fondamentali in cui la funzionalità della digressione potrebbe aprire il racconto al “mondo”. Questo perché quando dico che Larsson descrive tutto, intendo proprio tutto. E i flashback non lasciano nulla al caso. Sono istantanei, accurati, onniscenti. Uomini che odiano le donne non segue quel frammentato meccanismo narrativo per cui gli indizi vengono disseminati man mano, le storie dei personaggi si ricompongono pagina dopo pagina per allusione ed ellissi. Non disegna, a conti fatti, una grande mappa in cui il lettore, ormai avvezzo a un certo tipo di narrazione complicata (se non altro per il successo di certi film e certe serie televisive), unisce i puntini, ma una struttura guidata da un deus ex machina dove non solo non è possibile niente al di fuori del testo, ma nemmeno è possibile niente che diversifichi il testo.

Sarebbe interessante fare due esperimenti. Il primo, dare il libro a qualche editor o lettore o stagista di una casa editrice e chiedergli: “quanto spolperesti?” per vedere cosa ne rimane. Sono convinto che i libri non debbano per forza essere dei deliri più vicini alle mille pagine che non alle duecento[5] Il secondo, andare dallo zoccolo duro dei lettori di best-seller e chiedergli cosa ci hanno trovato nella lettura di Larsson e come mai molti la definiscono, come mi è capitato di sentire, «scorrevole» quando in realtà è semplicemente sciatta e sinceramente farraginosa. Forse è un mio limite, ma se molti hanno ammesso di essersi “bevuti” i libro in pochi pomeriggi, io l’ho tenuto sul comodino per un paio di mesi. Certo, avevo altre letture in contemporanea, ma quando c’è qualcosa di veramente “fresco” te ne accorgi, pur nel campo del consumo più sfacciato.


[1] Il che esclude i best seller che vincono premi letterari, quelli che vanno in economica (come, ad esempio, Jonathan Franzen) e Stephen King.

[2] È come se io dicessi: «Ti passo a prendere con la mia macchina, una Y10 del 1994 che ho comprato usata dopo l’incidente che ha distrutto la mia vecchia Fiat Punto color Blu Capri, che ancora adesso, dopo anni, va come una scheggia e ha da poco superato i 100.000 km. Ti faccio uno squillo col mio BlackBerry quando sono lì sotto, potrei anche chiamarti, avendo cambiato piano tarrifario trovando un utile abbonamento forfait dopo anni di scheda ricaricabile». Non scherzo.

[3] Al punto che minima et moralia aveva pure pubblicato un pezzo sull’essenza del denaro nella narrativa italiana contemporanea.

[4] Mi viene da pensare che leggere certi romanzi immersi nella crisi finanziaria sia fondamentale per riconfigurare i rapporti tra lettore, autore, personaggio e soldi.

[5] Nonostante sembri che il lettore occasionale sia molto più invogliato a comprare un libro “lungo” che uno corto. A conti fatti, i romanzi di Ken Follett sono sempre molto lunghi. E per restare in Italia, autori di best seller come Niccolò Ammaniti e Margaret Mazzantini hanno pubblicato romanzi decisamente “spessi”. Non credo, però, sia una regola aurea. Altrimenti non si spiegherebbe il successo di Camilleri e Baricco.