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Mese: giugno, 2013

La mezzaluna e il bulldozer

by Alessandro Ronchi

#occupy

Accade spesso che i moti di piazza, le rivolte, le sollevazioni popolari in luoghi differenti del mondo si sincronizzino. Accadde per esempio nel ’48 del diciannovesimo secolo la Primavera dei popoli e divenne un numero proverbiale. Accadde nel 1968 e fu un momento altrettanto epocale. A cavallo tra un millennio e l’altro ci fu il movimento No Global. Col passare dei secoli il raggio d’estensione dei focolai d’incendio è andato aumentando parallelamente al processo di estensione dell’area di influenza dell’Occidente nell’ottica di un rapporto sempre più interconnesso, non più di carattere coloniale, tra nazioni. Le ragioni di queste sinergie sono nella situazione economica o politica che spesso interessa più nazioni dando a ogni singolo moto cause simili e collegate, altre volte l’induzione e il contagio, in altri casi la diffusione continentale o planetaria di idee e sistemi di pensiero. Sarebbe anche interessante, en passant, trattare la sincronizzazione di ritmi naturali e umani per cui rivoluzioni e ribellioni avvengono quasi sempre in primavera.

Se ciò era vero per fatti del tempo della carrozza e della stampa a caratteri mobili, non può che esserlo a maggior ragione nell’epoca della rete globale, di Twitter e Facebook, del mercato planetario e dei G20 in cui le differenze locali tendono a svanire e tutti (o quasi) possono conoscere in tempo reale le notizie provenienti da un globo mosso dall’effetto domino dove una crisi finanziaria o un nuovo governo nello stato X ha ripercussioni su tutti gli altri. Il ruolo giocato da social network e blog nelle proteste di piazza e nei moti in Egitto, Libia, Tunisia, Siria, Algeria noti come Primavera araba nel 2010/2011 è stato ampiamente dibattuto e funziona come trait d’union a sollevazioni che hanno avuto modalità, svolgimento, esito molto differente a seconda delle situazioni specifiche. In particolare le piattaforme digitali sono servite, verso l’interno, come luogo di mobilitazione e organizzazione dei ribelli e, verso l’esterno, come canale mediatico capace di aggirare la censura governativa per far conoscere all’opinione pubblica mondiale le ragioni della protesta e i fatti, spesso sanguinosi, della repressione. Allo stesso modo la condivisione di contenuti e notizie non filtrate sotto gli hashtag ad hoc #OccupyGezi e #DirenGeziPark è stato un elemento caratterizzante la recentissima sollevazione di “giovani turchi” a Istanbul e poi in tutto il paese.

I fatti, in estrema sintesi. Il 28 maggio un piccolo gruppo di ambientalisti, applicando il modus operandi del movimento Occupy, pianta le tende all’interno del parco Gezi, una delle ultime aree verdi superstiti nella parte europea di Istanbul, per fermarne l’abbattimento e l’attuazione di un “piano di riqualificazione” che prevede la costruzione di un centro commerciale e una moschea. Nel giro di 48 ore il numero di manifestanti cresce vertiginosamente e si insedia anche nella vicina Piazza Taksim. All’originaria rivendicazione ecologista si unisce il malcontento diffuso nei confronti del governo, in carica da più di un decennio, di Recep Tayyip Erdoğan accusato di corruzione, legami dubbi con l’industria delle costruzioni e soprattutto di aver gradualmente limitato la libertà di opinione e espressione trasformando la laicissima Turchia del padre della patria Ataturk in una nazione islamica attraverso un giro di vite sul consumo di alcolici, rendendo l’aborto virtualmente impossibile e la blasfemia un reato penale, ignorando qualsiasi diritto LGBT, stringendo la morsa del Corano nelle scuole e arrivando persino a proporre una legge ridicola che vieti qualsiasi effusione amorosa nei luoghi pubblici. La protesta interessa tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età e tutto lo spettro ideologico e l’assembramento in piazza Taksir cresce esponenzialmente nonostante il governo decida di bloccare il trasporto pubblico in città. La polizia carica i manifestanti con manganelli e gas urticante. La protesta si diffonde nell’intera Turchia e tuttora, dopo proclami contrastanti dello stesso Erdogan, sei morti, scioperi, arresti di massa e la mobilitazione dell’intelligentja e delle diplomazie la situazione è fluida e incerta.

Occupy Gezi non è l’unica protesta imponente per dimensioni e eco mediatico accaduta nelle ultime settimane. Sicuramente la recessione economica planetaria rende i nostri tempi i più adatti all’esplosione di rivolte popolari e sommosse tuttavia le differenze specifiche ideologiche e geopolitiche impediscono di trovare un filo rosso che colleghi immediatamente, come poteva essere per la Primavera Araba o per i movimenti No Global, la primavera turca con le proteste degli Indignados che in Brasile si oppongono alle spese faraoniche (e alla corruzione che vi gira attorno perché tutto il mondo è paese) per eventi sportivi internazionali mentre buona parte della popolazione non trae benefici dall’essere la prima lettera dell’acronimo BRIC oppure alla Manif pour tous che ha portato milioni di francesi, in una serie di sfumature che andavano dai semplici conservatori ai fanatici di estrema destra, a scendere in piazza per fermare l’approvazione della legge, voluta dal presidente Hollande, che estendeva il diritto al matrimonio alle coppie omosessuali. Tuttavia il tratto comune delle manifestazioni della primavera 2013 è il rifiuto della modernità, l’opposizione non tanto allo status quo – come fu nel 1968 – ma a una nuova, specifica direzione della società. Nonostante la caratura ideologica profondamente divergente, in ogni caso si è trattato, si tratta di proteste “conservatrici”, atte a impedire una trasformazione dei costumi o della morfologia di una nazione. E, in ogni caso, la gente, come si legge nei link più populisti da far girare sui social network, ha fatto sentire la sua voce e si è ribellata contro i governanti che aveva precedentemente eletto. Come distinguere allora proteste “buone” e “cattive” uscendo da una retorica del ribellismo da cui discenderebbe un’equiparazione dei neonazisti che hanno ucciso a sprangate il diciottenne Clément Méric a Parigi con gli insorti di Istanbul che chiedono libertà di stampa e osteggiano le leggi islamiche? Semplicemente attraverso la valutazione delle singole motivazioni, rivendicazioni, proposte e attraverso il giudizio di merito specifico. Si tratta anche di abbandonare posizioni ideologiche pro o contro il progresso e le sue modalità, scindendo i diritti fondamentali dell’individuo dallo sfruttamento speculativo degli ecosistemi. Si può stare con i progressisti francesi che seguono la direzione della Storia nell’estensione della piena cittadinanza oltre un modello familiare tradizionale antiquato e superato e con i conservatori ambientalisti turchi.

Erdogan incarna perfettamente la tendenza a utilizzare un credo mobilitante illiberale, antistorico e totalitario (l’Islam – in Cina, per esempio, è il maoismo; in Russia il nazionalismo muscolare) come collante ideologico per una prassi di governo che sposa gli interessi del capitalismo corporativista più predatorio e disumano, altrettanto anacronistico, quello religioso del profitto prima di tutto e dell’espansione perpetua, lo squalo che deve continuamente muoversi (e mangiare, distruggere ciò che non gli è asservito) per sopravvivere. Quello per cui si falcia un parco per costruire un ennesimo, inutile, mall dove magari vietare la vendita di alcolici. Il bulldozer e la mezzaluna come armi di distruzione e sopraffazione. Esaltare i nuovi “giovani turchi” perché loro si sono ribellati e noi no equivale a mortificare loro azzerando il fatto politico che rappresentano. Più utile semmai valutare cosa ci dicono a proposito della contemporaneità e delle direzioni sostenibili che potrebbe prendere. 

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Il senso della Sinistra per la satira

by Hamilton Santià

Si è da poco conclusa la quinta edizione di Media Mutations, un convegno di studi organizzato dall’Università di Bologna in cui si riflette su come il panorama dei media cambi e si trasformi (in questo senso, il titolo mi sembra abbastanza eloquente di per se). Negli scorsi anni, ad esempio, le giornate hanno riflettuto sull’idea degli ecosistemi narrativi (usando con successo la metafora biologica, si intende un universo che si muove, si adatta ai meccanismi interni ed esterni e non è più legato a una dimensione unica1). Il tema di quest’anno, è stato il medium effimero, concentrandosi sull’uso dei paratesti2 nell’esperienza e nella fruizione dei testi. Nella keynote lecture di Jonathan Gray (University of Wisconsin-Madison) si sono toccati alcuni aspetti interessanti3, ma per ragioni di spazio e utilità ai fini del discorso che sto per affrontare, ne indico due.

  1. L’uso strumentale dei paratesti influenza il modo in cui il testo viene fruito. L’esperienza di una cosa viene comunque “guidata” da una serie di aspettative che non avremmo se non esistessero i paratesti, che assumono quindi un significato politico
  2. L’arena della politica (senza corsivi, questa volta) è diventato il luogo ideale per vedere come queste costruzioni che “accompagnano” un testo agiscono per costruire il significato, guidare il giudizio e creare aspettative.

Uso la politica perché è un caso molto interessante. E anche se le cose sono andate diversamente in Italia rispetto agli Stati Uniti, possiamo parlare di uso strumentale di alcuni paratesti anche in assenza di un Barack Obama usato, nella relazione di Gray, come esempio principale.

Ragassi…

Nel recente tour per presentare il suo nuovo libro, Oltre la rottamazione (Mondadori, Milano 2013), Matteo Renzi ha espresso il suo scetticismo sullo slogan della campagna elettorale del Partito Democratico – il celeberrimo, ancorché famigerato, Smacchiamo il giaguaro – affermando come il problema non fosse nella povertà della frase in sé, quanto nel fatto che la frase sia stata suggerita da Maurizio Crozza, che sull’imitazione di Pier Luigi Bersani ci ha fatto una discreta fortuna4. Per Renzi, insomma, l’errore comunicativo è stato inseguire Crozza che imitava Bersani. Inseguire e non rovesciare, non sfruttare la satira a proprio favore per “condurre il gioco”. Non a caso, il sindaco di Firenze sta cercando di prendersi in giro instaurando un dialogo e non leggere un testo plasmato su una sua parodia. Si veda, ad esempio, il dialogo che ha recentemente instaurato con la sua “imitazione” a Quelli che il calcio.

Effettivamente, è uno spunto interessante. L’imitazione di Bersani da parte di Crozza è di fatto un paratesto. Un paratesto non ufficiale, ovvero un prodotto che non arriva dal produttore del testo di riferimento, ma da un’altra parte. In questo caso, un comico che “risponde” al messaggio del politico proponendone un doppio speculare. E più l’imitazione ha successo, più il giudizio di chi guarda Bersani sarà influenzato dal “Crozza che imita Bersani”. È sempre stato così, nella satira. E non siamo davanti a niente di nuovo. Come dice Jonathan Gray, riferendosi ovviamente al contesto americano, “è molto difficile sentire Sarah Palin senza pensare a Tina Fey che imita Sarah Palin”. Ecco. Uguale. Con la differenza che Sarah Palin, probabilmente, non si autoimiterebbe mai. Così come si usano certe scorciatoie per ironizzare su un politico attraverso vezzi, atteggiamenti e “parti per il tutto” che vengono prese, isolate e trasformate in bersagli da parte della satira (dal “mi consenta” berlusconiano all’ecumenismo veltroniano portato in auge dello strepitoso Guzzanti5). Questa volta, però, il caso è leggermente diverso. Perché, ad un certo punto, succede questo:

Bersani insegue Crozza. Non il contrario. È un cortocircuito. Non è più il paratesto a influenzare la visione del testo, ma il contrario. È Bersani che guida alla visione di Crozza e alla lettura del “suo” Bersani. Come se Bersani fosse spersonalizzato rivivendo solo grazie alla sua imitazione, che a quel punto non è più imitazione. Crozza è Bersani. La gag riesce a essere contro se stessa. I detti di Bersani – che, puntualizza Umberto Eco, non sono metafore ma esempi paradossali6 sono indecifrabili e assurdi, diventano però slogan ufficiali. Come se Bersani non solo attingesse a un paratesto ma dimostrasse anche di non aver (volutamente?) colto la critica implicita. Sia chiaro, Bersani non ha perso le elezioni solo perché ha inseguito Crozza diventando il paratesto di se stesso. Ma questo è un altro discorso. Qui ci occupiamo di rappresentazione. E quello che succede quando Bersani incontra, incoraggia e insegue la sua caricatura segna – anche a sinistra – la disintegrazione di quell’ormai labile confine tra realtà e finzione. La “politica spettacolo” che raggiunge il suo grado massimo, sublimandosi nello spettacolo politico contro se stesso. A pensarci, potrebbe essere una trama perfetta per un romanzo di Thomas Pynchon. Uno come lui dovrebbe essere interessato alle “cose italiche”, ne uscirebbe come un bambino dopo il suo primo giro sull’ottovolante.

Tutto questo per dire cosa?

In effetti certi ragionamenti non ci danno risposte, ma complicano ulteriormente le nostre domande. In relazione alla questione dei paratesti, il caso di Bersani è interessante perché si tratta di un classico detournement, in cui i ruoli non sono più chiari e il cortocircuito porta a un drammatico autogol, a dimostrazione che quando la fiction funziona quando imita la realtà. Non l’opposto. Sembra quasi di poter dire, parafrasando Gray, “quando senti parlare Crozza è molto difficile non pensare a Bersani”. Giulio Andreotti non è mai stato Oreste Lionello. Giusto per restare in tema di celebri imitazioni parodiche.

Andreotti dirige il suo imitatore, non il contrario. Democristianamente si fa passare per autoironico e per modesto ma di sicuro non legge le battute del suo imitatore. Le spiega, dirige il gioco, e passa pure per simpatico. Quella de Il Bagaglino è una satira “di servizio” che la politica usa per umanizzarsi.

Bisognerebbe, forse, ristabilire quel confine. Opporsi al concetto di infotainment applicato alla politica o, per lo meno, rifiutare una spettacolarizzazione della politica che diventa solo uno sterile alternarsi di situazioni (e non una grande costruzione narrativa e mitopoietica come nel caso delle elezioni statunitensi). Ma è ancora possibile? Ora che la soglia critica è definitivamente sotto il livello del mare. Ora che tutto è uguale a tutto. Ora che Silvio Berlusconi riesce, grazie a una grande narrazione in cui tout se tient, a recuperare venti punti percentuale prima del voto e ad essere in vantaggio – adesso, in pieno Governo Letta – nonostante sia il principale responsabile delle condizioni in cui versa il paese? Insomma, il ruolo del “racconto” è centrale, fondamentale, e l’uomo che racconta meglio una storia, vince. Forse bisogna tornare a pensare a come raccontare una storia e non andare a rimorchio di chi ne inventa una fatta essenzialmente per criticare la mancanza di una storia. E probabilmente bisognerebbe capire come usare i media, ed essere consapevoli che tutto serve se usato bene. Non è una questione di vecchio vs nuovo. Diventando tutto un racconto, tutto può essere raccontato. E forse bisognerebbe, per la sinistra, essere in grado di ridarsi il senso di un racconto.

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1 Chi è interessato può proseguire con la raccolta di atti del convegno dell’edizione 2012. Cfr. Claudio Bisoni, Veronica Innocenti (a cura di), Gli ecosistemi narrativi nello scenario mediale contemporaneo. Spazi, modelli, usi sociali, Mucchi, Modena 2013. [link]

2 Per spiegare il paratesto sono ottime le parole di Wikipedia. “Il paratesto, dal punto di vista linguistico-semiotico è l’insieme di una serie di elementi distinti, testuali e grafici, che sono di contorno a un testo e lo prolungano nel tempo e nello spazio. Questa frangia, dai limiti non sempre definiti, conferisce al testo una sua materialità ed una dimensione pragmatica. Il paratesto viene aggiunto al testo per presentarlo, nel senso corrente del termine, ma anche nel suo senso più profondo, renderlo presente, strettamente collegato alla distribuzione, ricezione e al consumo del testo.” Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Paratesto

3 Per gli interessati, sul sito del convegno c’è l’archivio streaming. Cfr. http://www.mediamutations.org

4 Nel mentre ho poi letto il libro e il ragionamento è espresso anche lì. Per quanto riguarda lo stile di Renzi, rimando all’interessante esegesi di Christian Raimo, La retorica del buon senso, pubblicata per L’Inkiesta. Cfr. http://www.linkiesta.it/raimo-renzi

5 Negli ultimi mesi è tornata di stretta attualità un suo spettacolo in cui conclude il monologo del finto Veltroni con la frase: “E siamo sicuri che con la maggioranza dei voti potremo fare una grande opposizione!”. Ovviamente, ancora una volta, la realtà supera la finzione. Ovviamente la supera a sinistra, data la tendenza al masochismo del Partito Democratico. Insomma, nemmeno con la maggioranza dei voti riesce a fare una grande opposizione.

6 Umberto Eco, Il senso di Bersani per la metafora, L’Espresso, 13 dicembre 2012. Cfr. <http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-senso-di-bersani-per-la-metafora/2196553/18>