Sanremo, il tempo perduto e la locura perenne: Italia 2014

di Hamilton Santià

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E Raffaella canta a casa mia

I profili finti dei personaggi politici ormai sono una costante nell’attuale scenario politico. Non è facile farli bene. Ma quando ci si riesce, spesso ci prendono. Uno dei più interessanti esperimenti è quello che ha fatto Davide Astolfi, che nella vita vera è un ricercatore scientifico, quando ha messo su (creato?) il riuscitissimo fake di Gianni Cuperlo. La sfida, vinta, ha imposto un nuovo obiettivo: Giorgio Napolitano. Da qui il profilo i Moniti di Re Giorgio in cui il presidente, custode delle larghe intese, lavora incessantemente per garantire la continuità politica contro la rottura di ogni schema e ogni altra maggioranza possibile.

Due giorni fa, sospesi tra le consultazione per il futuro Governo Renzi I e il day after della pessima serata d’esordio del Festival di Sanremo (qui, una guida pratica), il profilo twitter del (finto) Presidente della Repubblica scrive:

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La saggezza del moderatismo

Si fa riferimento alla performance di Raffaella Carrà, che all’alba dei 71 anni ha messo in piedi l’esibizione migliore vista sul palco dell’Ariston. Un po’ come è successo l’anno scorso con il ritorno spettacolare di Al Bano. Stiamo parlando dell’eterno ritorno e della nostalgia di un passato rassicurante e luccicante per una generazione, la stessa cui fa riferimento il Walter Veltroni direttore de L’Unità con i suoi album di figurine e il suo cineforum, che non si è mai messa in gioco veramente. Una generazione da che tempo che fa che si riconosce nell’orizzonte del buonsenso, della pacificazione, dell’annullamento del conflitto e che quindi trova una buonissima sponda politica nella post-ideologia incarnata da Matteo Renzi.

Ed ecco quindi che Raffaella Carrà non riesce nemmeno più a essere riletta nella chiave camp che ieri ancora la rendeva la cosa più fresca della serata. Ed ecco che non vale nemmeno più l’interpretazione trash perché non c’è nessuna traccia di ridicolo che punta al sublime. Niente di niente. C’è solo un messaggio piatto che vaga da qualche parte e gode di scossoni quando il passato ritorna sotto forma di necrofilia (Luciano Ligabue che canta Crêuza de mä di Fabrizio De André per i 30 anni dall’uscita del disco), o farsa (Al Bano, Raffaella, ecc.). Sembra felliniana se per felliniano intendiamo anche quel senso di ineluttabile morte oltre lo specchio e il luccichio. Felliniano se prendiamo per buone le parole che lo sceneggiatore di Boris tira fuori quando parla della locura, che per Sanremo sono sempre buone. Felliniano se constatiamo che per anni la nostra paura di estetizzare la realtà, di renderla prima cinematografica e poi televisiva ha in realtà permesso che diventasse altro: fiction. Su Rai Uno. Senza conflitto, quindi sedato, irrisolto, soggiacente. Come se pure il disagio sociale fosse un elemento del manuale Cencelli. Vedi l’interruzione dello spettacolo-consolazione quando, in apertura, due persone hanno minacciato di suicidarsi: Pippo Baudo, che comprende la magia della televisione meglio di Fabio Fazio, avrebbe reso quel momento la speranza di un domani migliore. La consolazione almeno usiamola bene.

E cosa c’entra, quindi, la politica?

C’entra perché un paese che non riconosce il suo deambulare verso la morte non può e non potrà mai cercare di costruire una classe dirigente e una classe politica capace di produrre delle scosse telluriche, degli shock costruttivi che riescano a fare quello che non siamo più in grado di fare: immaginare un futuro.

Se Raffaella Carrà è la cosa migliore capitata a Sanremo nel 2014, allora va benissimo Piero Fassino ministro nonostante sia già sindaco di una grande città. Va benissimo che Matteo Renzi forzi lo schema proponendo una vecchia logica da Prima Repubblica nella sordità generale perché, per dirla con gli Smiths, the world won’t listen. Va benissimo che lo schema ora veda una tripartizione di leader extra-parlamentari, populisti, che usano il consenso come arma ricattatoria e che dialogano attraverso un linguaggio comune che si declina in diversi aspetti (gli schemi a cui si rifanno Grillo, Berlusconi e Renzi sono uguali, ma in quanto prodotti di marketing hanno target diversi).

La politica è incapace di essere costruttiva e lungimirante così come l’arte e la cultura popolare ora non sono in grado di essere usate e elaborate in proposte che funzionino come coda lunga contro il disagio e contro il terremoto. Bisogna cercare di capire quali sono gli spazi d’azione in tutto questo. Se no di sordità si muore e mentre tutti guardano dall’altra parte, si torna al paradosso dell’albero che cade nel bosco.

PS – Pubblico questo articolo due giorni dopo averlo scritto. Nel frattempo a Sanremo c’è stata anche l’esibizione di Claudio Baglioni. Un lunghissimo medley vetrina sulla sua carriera e sulla sua futura tournée da tutto esaurito. Ci sarebbero molte cose da dire anche in questo caso. Non è perfettamente interscambiabile con Raffaella Carrà, ma in ogni caso siamo dalle stesse parti.

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