Salva su Disco. Che cosa vale la pena di conservare del mercato discografico.

by Simone Dotto

(Simone Dotto)

L’intervento di Cristiano Godano dal suo blog su ilFattoQuotidiano.it fa seguito al testo di una recente canzone dei suoi Marlene Kuntz con lo stesso nome e già piuttosto incarognita con tutta la faccenda del web partecipativo (ovvero “i blogger sputasentenze”) e del download illegale. Una polemica che ormai tiene banco da un decennio buono, più o meno quanto quella sull’indie-non indie che di recente ci ha visto protagonisti di un dibattito rimbalzato anche un po’ per la (Cristiano, perdonaci) ‘blogosfera’ (vedi qui e qui). Figurarsi il vaso di Pandora che si va ad aprire, allora, quando si cerca di mettere le due questioni insieme. Per questo è importante andare con ordine, nello sviluppare un’argomentazione che non vuole essere solo speculare a cosa in quel post scrive ma anche considerare chi lo scrive, con che titolo a da quale posizione. E poi, per quanto possibile, portare avanti un discorso di valore – ahem – indipendente.

Più chiaro di così…

Punto primo: non prendiamoci in giro. Perché quella del “prima scarico e poi decido cosa comprare” era una gran balla, e forse un po’ lo sapevamo già quando ce la raccontavamo tra noi. E poi perché è vero che a forza di avere tutto in poco tempo, si finisce a dedicarne ancora di meno ad ascoltare. Manca una disciplina dell’ascolto e un’unità di misura diversa da quella del disco long playing, legato a doppio filo ad un tempo in cui i dischi “si compravano”. E manca anche una (auto)disciplina della critica e dell’informazione (non solo musicale) sul web, che spesso è approssimativa, scritta male, superficiale, sempre con la scusa del: “ma posso dire la mia anch’io?”, che tanto non costa niente. Brutto a dirsi, ma a togliere il prezzo talvolta si finisce col togliere pure il valore. E su questo – come sulla democrazia un po’ inselvatichita della rete – Godano e quelli che la pensano come lui hanno ragione. Il che, aggiungiamo però noi, non è comunque un buon motivo per ventilare manie di Restaurazione, alla Si-Stava-Meglio-Quando-Si-Stava-Peggio, quando i dischi erano pochi, e arrivavano d’importazione e dovevi aspettarli per settimane e alle volte andare fino a Londra e altre dormire al casello al confine con la Svizzera… Tanto per chiarire: queste cose spesso sono belle solo per chi le ha vissute in diretta. Agli occhi di chiunque altro ci sarebbe poco/nulla di romantico nel giocarsi la pensione della nonna su un lp krautrock che deve arrivare direttamente da Berlino piuttosto che nella strozzatura ad imbuto che il mercato discografico applica(va) agli articoli ritenuti poco interessanti. E c’è poco nulla di vantaggioso nel non potersi più aggiudicare un album a prezzi da comuni mortali soltanto perché Qualcuno, da lassù, ha deciso che basta, non si (ri)stampa più. Perdonate noi “giovani” malnati se diciamo che questa è nostalgia bella e buona, mentre il vero problema ci pare un altro.

Punto secondo: il  Vero Problema, se davvero è uno solo e se si può spiegare in poche righe, riguarda il mercato o meglio, i due modelli di mercato che “l’attacco del progresso” chiamato in causa da Godano mette a confronto. Uno è quello che conosciamo: in crisi profonda, vede negozi di dischi, catene, etichette major o indipendenti chiudere i battenti sempre più spesso o rassegnarsi a pareggiare i conti. L’altro è quello  di rete, “virtuale” in molti sensi: perché per la stragrande maggioranza è non ufficiale, “nero”, uno scambio di copie a titolo gratuito e in barba alle restrizioni del copyright, illimitato e difficilissimo da limitare; e per un’altra parte, è alla luce del sole, anche se viene ancora visto come un’estensione di quello basato sul supporto fisico:  lo stesso presidente di Universal Music, sentito da ‘Repubblica‘ a proposito dello strapotere dei titoli di catalogo sulle vendite, quantifica quelli provenienti dal “fisico” a due terzi dei guadagni totali.

Ma dal momento che lo stesso cantante dei Marlene ammette di avere: “iTunes ingolfato di file impalpabili” ci è lecito ipotizzare che cosa succederebbe se tutto il download illegale fosse d’incanto legalizzato e se i vari software di filesharing lasciassero la strada libera proprio ai Cavalieri Bianchi di iTunes e compagnia. Entrate in rialzo netto per il mercato musicale, senz’altro, e un bel po’ più di respiro per gli addetti ai lavori. Ma arrivati a questo punto, avrebbe davvero senso mantenere tutte le spese richieste dalla filiera di produzione e stampa dei dischi?  Se la musica messa in rete garantisse il giusto profitto a chi la crea, quanta vita avrebbero ancora negozianti, rivenditori e distributori? E quanto ci metterebbero i musicisti a sbarazzarsi definitivamente delle etichette per massimizzare i profitti? Si fa della fantatecnologia e non lo sapremo mai con certezza, ma forse non è troppo azzardato pensare che se l’mp3 fosse stato il rimpiazzo tecnologico ufficiale (e non clandestino) del cd, allora lo stesso cd avrebbe fatto la fine che a suo tempo spettò al vinile, diminuendo gradualmente le stampe fino quasi a scomparire. Ne consegue un bel paradosso: se la circolazione illegale dei file musicali ha ridimensionato notevolmente il “mercato del disco fisico”, oggi il fatto stesso che per la gran parte resti illegale (sottraendo così diversi introiti al download ufficiale) sta aiutando l’altro a mantenersi in vita, spingendo le etichette a investire di più sulle nicchie di quei consumatori interessati alla stampa in vinile (eccolo che torna…), e che per mettere le mani su quel cofanetto o quel box set di rarità non badano troppo a spese.

Naturalmente non ci sogniamo nemmeno di dire che lo scaricamento selvaggio sta salvando il mercato del disco: piuttosto vorremmo una distinzione un po’ più precisa tra due concetti troppo spesso presi a sinonimo. Il mercato legale è diverso quello tradizionale –  ovvero“su supporto fisico” – e l’uno non implica necessariamente la presenza dell’altro solamente perché così è stato fino a qui. Così è, nonostante le major, da brave multinazionali, spesso facciano le furbe e cerchino di legare la propria strategia di sopravvivenza all’affezione per l’oggetto disco, attraverso campagne minatorie che uniscono moralismo (“non rubare”) e nostalgia (“com’era bello quando comandavamo noi”)  presentando la rete (da cui pure  guadagnano) come una pericolosa terra di nessuno. Un assunto che fa da sottinteso anche al discorso di Godano, che vede il buon ascolto e l’acquisto di vinili/cd come un tutt’uno.

Ma così com’è sbagliato suggerire che chi scarica “ruba” (perché materialmente non sottrae nulla: tutt’alpiù copia), quello che associa l’industria del disco a un innocente musicista alle prime armi che vende i suoi cd al banchetto del dopoconcerto è un falso mito a uso e consumo delle label di cui sopra. Il modello dal produttore al consumatore non è mai stato nei piani della grande discografia, casomai di quella indipendente, quando mandava i dischi per posta. Questa (falsa) analogia serve solo ad occultare la legittima – ma forse “poco rappresentabile” – serie di passaggi che giustifica il prezzo di un cd. La stessa che ora con la possibilità di scaricare o di ordinare via internet si rimette totalmente in questione. Nel suo scritto, Godano si richiama al modello imprenditoriale usato dai Radiohead, evidenziando il (più che probabile) fallimento della logica a offerta libera e sottolineando che vendere la propria produzione così – bypassando casa discografica, distribuzione nei negozi e anche la stampa specializzata, che si ritrova a rincorrere anziché anticipare  – è un lusso per pochi privilegiati. Non ci si sofferma però a riflettere su com’è che vendere il proprio disco direttamente a chi lo ascolterà e al prezzo – o “non prezzo” – che si ritiene opportuno, sia diventato un lusso: buona parte del motivo, secondo noi, sta proprio nella resistenza applicata da quel che resta della catena di produzione discografica. Tenerla in vita converrà fino a quando garantirà ancora buona parte dell’introito.

Punto terzo: La questione Morale. Per la verità quasi niente del discorso affrontato dal cantante prende però in considerazione il mercato discografico allo stato attuale. Perlopiù il suo è un ragionamento condotto dalla prospettiva dell’ascoltatore, un ascoltatore che sa quanto vale il lavoro del musicista e che ha tutte le intenzione di dargli il giusto valore. Citiamo:

“Io penso che neanche 20 [euro, ndr] siano troppe. Provate a trovarmi un solo oggetto o attività che alla stessa cifra rappresenti un investimento di analogo valore di ricompensa nel tempo: una pizza con gli amici? Una ricarica telefonica? Una t-shirt comprata al mercato? Due biglietti del cinema? No: un disco che abbiamo amato lo abbiamo ascoltato centinaia di volte, al costo di sole venti euro. Neanche un libro dona così tanto in termini di emozioni rinnovate”.

Personale – e discutibile – la graduatoria con gli altri prodotti culturali ma il messaggio è chiaro: scegliere di comprare qualcosa che si potrebbe avere per nulla è un atto “politico” verso un’industria che si vuole sostenere. Questo, in sostanza, ci chiede Godano. E che il lavoro del musicista venga retribuito per quel che merita. Sacrosanto. Ma come si è visto non è solo il lavoro del musicista a giustificare quanto costerà il prodotto: se molti dei passaggi che contribuiscono a formare il prezzo sono “obbligati” per la realizzazione dell’oggetto in sé, altri servono a portare i soldi nelle casse delle organizzazioni che lavorano intorno al musicista e per la promozione del disco. Si torna insomma alla trafila di cui sopra. E se la convenienza economica da sola non la giustifica più, a farlo dev’essere la scelta di chi compra. Proprio perchè “se una cosa è gratis anche spendere 10 euro per un cd nuovo di zecca è comunque troppo”, l’ascoltatore che sceglie di spenderli dovrebbe chiedere una scelta di pari consapevolezza a tutti i reparti che stanno dietro l’oggetto del suo acquisto. Dando i miei soldi al caro vecchio negoziante di dischi non mi limito a procurarmi qualcosa che quasi sicuramente mi costerebbe meno per altre vie: contribuisco a mantenere in vita un intero sistema e, per farlo, è necessario che quel sistema mi piaccia almeno un po’.

Un esempio pratico, tanto per capirsi. Dopo diversi pellegrinaggi per altrettante label multinazionali, gli ultimi due dischi dei Marlene Kuntz (t’oh!) escono con la targa Sony Music. La stessa etichetta che ha pubblicato l’ultima compilation legata al talent show di Maria De Filippi Amici assieme ad alcuni album dei suoi ex concorrenti; la stessa il cui ex presidente Rudy Zerbi siede nelle giurie della trasmissione; la stessa che ha attualmente nel roster quell’Eros Ramazzotti che Godano bolla come “cantante da autogrill”. La politica “indifferenziata” tipica di una grande casa discografica. Nulla che vada ad inficiare la qualità della musica dei Marlene Kuntz o degli altri artisti sotto contratto, beninteso. Ma già che si tratta di razionare (e razionalizzare) i propri acquisti secondo le disponibilità economiche, qualche potenziale acquirente potrebbe preferire dare i propri risparmi altrove. Comprare un disco della Rough Trade, della Sub Pop, della XL piuttosto che della Tempesta (o del fu Consorzio Produttori Indipendenti, di cui la band cuneese ha fatto parte) aveva e ha ancora senso a prescindere dal titolo: per la forte identità delle relative offerte. Non altrettanto si può dire per le uscite di Sony e Universal, ora più di prima proiettate sul “consumismo per inerzia”, per citare l’efficace espressione godaniana. Che poi oggi è quello che sceglie soprattutto guardando la tv e che, per la cronaca, nella classifica ancora detta legge.

Ecco che le tematiche dell’indipendenza, uscite dalla porta con il tracollo delle industrie, tornano dalla finestra quando il consumatore è reso più (almeno economicamente) “indipendente”, anche grazie al filesharing. E qui davvero non si dice nulla di nuovo. Acquistare un disco anziché scaricarlo, acquistarlo al negozietto sopravvissuto anziché in una grande catena o al famigerato autogrill, acquistarlo da un’etichetta buona ma piccola e male in arnese anziché da un marchio multinazionale: tutti passaggi di una stessa scelta che con la convenienza dell’offerta sul mercato hanno poco a che fare, ma rispondono ad alti criteri. Scegliere di comprare i dischi non significa (e non deve significare) “salvare la musica” indiscriminatamente, come qualche slogan vorrebbe farci credere: può voler dire però separare il bambino dall’acqua sporca e scegliere quale mercato si vuole salvare. L’esatto contrario, insomma, di quanto farebbe un “consumista per inerzia”.

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