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I video dell’ISIS

by Alessandro Ronchi

Ne sono stati diffusi molti, tutti girati nelle zone dell’Iraq dove la falange integralista comandata dal ‘califfo’ al Baghdadi sta effettuando la pulizia etnica di cristiani, sciiti, Shabaks, Yazidi, turcomanni. Ne ho guardati due: nel primo un centinaio di persone era fatto scendere da camion, messo in riga, spinto a colpi di calci di fucile fino a un terreno brullo dove gli uomini venivano fatti sdraiare fino a comporre un rettangolo di corpi senza soluzione di continuità e lì uccisi uno alla volta, con calma studiata e con un colpo alla testa (“come i cani”). Nel secondo, ancora più impressionante, le vittime venivano spinte fino al margine di un fiume dove li aspettava un boia che sparava alla nuca, spingeva (verrebbe da dire “ruzzava”, sarebbe più adatto) il corpo nel fiume e subito avanti un altro. Crescendo il numero dei giustiziati la porzione di cemento inquadrata diventava sempre più un lago rosso-sangue tangente un fiume rapido, marrone-limaccioso.
Sarebbero immagini allucinanti e sconvolgenti anche decontestualizzate, questo è ovvio. Ma analizzandone la sintassi dicono di più.

Prima di tutto il target. Si sa che l’ISIS adotta una strategia mongola: seminare il terrore con surplus di ferocia e devastazione per fare terra bruciata e far arrendere preventivamente senza opporre resistenza. Tuttavia gli iracheni – i prossimi iracheni – o i curdi non vedranno questi video. Anzi sono stati girati appositamente con l’intenzione di farli pervenire alle redazioni dei network occidentali. Eppure, almeno per il momento, la strategia militare è strettamente regionale, mira al di là della propaganda delirante sul califfato fino a Vienna e Madrid a un domino di nazioni arabe (mediorientali e nordafricane), si disinteressa all’internazionalizzazione della jihad – anzi, un europeo o un americano un po’ stronzo potrebbe essere grato del fatto che la staffetta tra Al Quaeda e ISIS ha di fatto interrotto gli attentati nelle loro metropoli. Quindi cosa vogliono dirci?

Innanzitutto la novità è la pubblicità dell’orrore. Da Shabr el Shatila alle purghe di Saddam Hussein o Assad alle guerre di Bush di orrori simili il Medio Oriente ne ha vissuti tanti in tempi recenti. Orrori che, tuttavia, i carnefici hanno sempre cercato di occultare. Le modalità poi sono del tutto differenti dai video di esecuzione di rapiti occidentali diffusi nell’ultimo decennio da gruppi islamisti: lì un giudice autoproclamato eseguiva in nome di Allah una sentenza di morte (di solito con l’accusa, per quanto strumentale, di “spionaggio” restando nel perimetro di una forma riconosciuta di diritto, per quanto delirante), qui c’è la catena di montaggio, il fordismo della morte. Sembra dire: voi occidentali l’avete inventata come modalità produttiva, noi la trasformiamo in modalità distruttiva. Niente, ancora meno, in comune con i proclama monologanti di Bin Laden o al-Zawahiri: lì c’era, prima di tutto, politica. Si minacciava, si offrivano tregue separate ai diversi stati cercando di smembrare la “coalition of the willing”, si promettevano vendette o glasnost a seconda delle fasi e delle convenienze. Nei video ISIS non si parla, non c’è logos, solo morte assurda, idiota, automatica e l’asserzione di poterla impartire con assoluta discrezionalità. Nei video ISIS compare continuamente, a lato di inquadrature sapientemente costruite, a modo di logo uno sbandieratore che tiene ben visibile lo stendardo nero dell’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Conviene soffermarsi perché anche questo dettaglio è totalmente inedito, anche questo dettaglio è puramente terroristico. Non c’è il prevedibile verde, il colore dell’Islam che campeggia in tutte le bandiere, ufficiali e non ufficiali, dei soggetti che a quella religione si riferiscono. Sarebbe stato rassicurante, riconducibile a categorie che l’Occidente ha già razionalizzato. La bandiera è completamente nera, ricorda piuttosto il piratesco Jolly Roger, opaca, ottusa e illeggibile, è notte, incubo, obliterazione del razionale, priva di Storia e di discorso non fosse per alcuni proclama in arabo in caratteri bianchi altrettanto inaccessibili al lettore occidentale, inquietanti come geroglifici.

Perché l’ISIS ci tiene tanto a fornire a noi occidentali l’habeas corpus della sua disumana ferocia? Non vuole dialogare, non vuole trattare, non vuole neppure minacciarci (direttamente, concretamente). Vuole spaventarci per evitare che l’ONU o una coalizione a guida americana intervenga in difesa delle minoranze oppresse e decimate? L’America ha i caccia, i missili, i droni, le portaerei. Se questo volesse l’ISIS mostrerebbe eventualmente la sue batterie missilistiche, i suoi carri armati, la sua artiglieria: come potrebbe la mancanza di scrupolo nell’uccidere civili inermi far indietreggiare il primo esercito del mondo?

Non basta spiegare tanta ferocia con il lavaggio del cervello, la rabbia cieca maturata spesso nei carceri speciali a stelle e strisce e l’imbottitura di droghe a cui sono sottoposti i militanti. Sembra piuttosto che attraverso queste immagini di orrore, sadismo, massacro semplice l’esercito jihadista voglia autorappresentarsi, identificarsi nei confronti del “mondo civile” come il suo incubo, come il cuore di tenebra sepolto a fatica sotto l’archittettura della civiltà che ha redatto un’etichetta anche per l’arte della guerra (convenzionale, assurda e da infrangere ogni volta nessuno stia guardando, certo, ma non per questo sentita meno sacra e inviolabile). Sembra dire: noi non abbiamo paura di fare apertamente ciò che voi probabilmente vorreste ma non potete, siamo il grado zero dell’umano e la nostra sfida (non politica, non ideologica) è mostrarvelo, mostrarvi il terrore e l’anarchia che avete rimosso dal vostro orizzonte morale strutturato, pacificato. I will show you fear in a handful of dust, la paura del collasso. Come il vampiro infestava i sogni dell’Inghilterra vittoriana, l’ISIS turba il sonno dell’Occidente nel 2014 e paralizza. Non stupisce, al di là delle ragioni geopolitiche dovute all’imbarazzante legame finanziario covalente degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita a sua volta legata da un imbarazzante supporto logistico e finanziaro al califfato, che il “mondo civile” sia tanto restio e impacciato a intervenire per arrestare il genocidio.

How the West was won (and where it got us) – Kiev e Sochi

by Alessandro Ronchi

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Due dei fatti più in evidenza in queste settimane nella sezione “esteri” di quotidiani, telegiornali, siti di informazione provengono da aree ex-sovietiche: la guerriglia urbana a Kiev e le imminenti Olimpiadi Invernali a Sochi, nella Russia Meridionale. Sembrerebbe un collegamento fondato su una prossimità geografica (più o meno si tratta della stessa area del mondo) o al massimo strettamente geopolitica in riferimento al ruolo e alle manovre di Vladimir Putin. In realtà le implicazioni sono più complesse e globali.

I manifestanti di Kiev sono gli eredi della “rivoluzione arancione” che nel 2004 rovesciò il governo filorusso e portò precariamente al potere i filoeuropei Viktor JuščenkoJulija Tymošenko. Dal 2010 il governo dell’Ucraina è tornato anche formalmente in mano ai fantocci di Putin con l’elezione a Presidente della Repubblica di Viktor Janukovič e l’incarcerazione in seguito a un processo-farsa di Julija Tymošenko (precedentemente il presidente Juščenko era sopravvissuto miracolosamente a un avvelenamento da polonio, la firma del FSB). Il potere di Vladimir Putin negli stati satellite come l’Ucrania si fonda sugli stessi elementi che strutturano il suo ventennale dominio in patria: eliminazione fisica degli avversari con metodi da vecchio KGB, ricatto petrolifero, brogli elettorali, corruzione e costruzione di un vasto e diffuso consenso negli strati meno alfabetizzati della popolazione attraverso l’esibizione di un panslavismo muscolare che proietta sulla sua persona, sulla sua iconografia la figura di un nuovo zar. Dal 21 novembre 2013 a oggi a Kiev ci sono state manifestazioni oceaniche e contromanifestazioni, barricate, guerriglia, cinque manifestanti morti, assalti ai palazzi governativi, offerte di dimissioni da parte di Janukovič e operazioni militari da parte della polizia. La situazione è tuttora fluida. Il dato politico è che la folla che occupa le piazze di Kiev, esattamente come gli arancioni dieci anni fa, identifica l’Europa, l’Unione Europea con ciò che dovrebbe essere: un sinonimo di progresso e diritti civili, libertà di espressione e di impresa, di modernità e opportunità. L’Europa (e l’Occidente intero, con gli USA in testa) ha una doppia responsabilità nei confronti dei manifestanti ucraini. Si minacciano sanzioni, ci si scandalizza per i proiettili ad altezza uomo poi ci si ricorda che il petrolio russo passa per i gasdotti ucraini e non si parla più di sanzioni ma ci si limita agli “auspichiamo” seguendo una tradizione di ignavia lunga oltre settant’anni (il Patto di Monaco venne stretto nel 1939). L’altra responsabilità è culturale. Nelle nazioni che, a vario grado di coinvolgimento, nell’Unione Europea sono stabilmente e comodamente come l’Italia, la Francia o l’Inghilterra i partiti politici antieuropeisti, dal Movimento 5 stelle al Front National di Le Pen figlia, vedono crescere i consensi in modo esponenziale. Non si tratta di sposare acriticamente le decisioni delle istituzioni europee che, come tutte le istituzioni umane, possono commettere (e hanno commesso) errori, anche molto gravi. Si tratta di correggerli diventando tutti più europei. Si tratta di non rifiutare l’ideale europeo federale in nome di localismi autarchico-barbarici anacronistici e suicidi. Anacronistici e suicidi (se l’Europa diventa sempre più provincia dell’impero nei giochi economici mondiali, figuriamoci un piccolo stato europeo isolato) e soprattutto culturalmente perdenti se vogliamo dare un senso al progetto europeo come laboratorio più avanzato delle tendenze progressiste in ambito di diritti, civiltà, libertà e modernità ovvero capitalizzare, realizzare ciò che rappresenta il simbolo-Europa a Kiev. Insomma, perso ampiamente il primato economico dovremmo concentrarci su un progetto civile e culturale comune proiettando nella contemporaneità la valenza simbolica e storica positiva dell’Europa come “culla della civiltà” e superando il suo lato oscuro di “culla di guerre, genocidi e totalitarismi” i cui echi tornano nella propaganda e nei riferimenti ideologici dei movimenti No Euro di destra e sinistra.

Nel frattempo è imminente l’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Sochi. Si tratta di una consacrazione internazionale attraverso un grande evento di risonanza mondiale per lo zar di tutte le Russie Vladimir Putin che recentemente ha aggiunto al suo già esteso curriculum di tiranno e genocida la qualifica di omofobo. Il parallelo con le Olimpiadi hitleriane di Berlino del 1936 può essere preconfezionato e pericolosamente omologante ma aiuta a notare alcune analogie. Nel gennaio 2013 la Duma ha varato le cosiddette “Leggi contro la propaganda gay” firmate dal presidente in persona. Con l’assurdo pretesto di “proteggere i bambini” e salvaguardare la purezza della razza russa dalle influenze decadenti occidentali e in realtà perseguendo un’antica strategia secondo cui nulla consolida il potere come l’individuazione arbitraria di un nemico interno facilmente isolabile in quanto ritenuto “diverso”, non omologabile in una struttura sociale e nazionale uniforme perché apolide o perché presenta tratti devianti dalla norma ortodossa – nella storia gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari hanno servito perfettamente alla bisogna – le persone omosessuali sono state improvvisamente trasformate in paria corruttori di minori. Il risultato concreto della nuova legislazione sono stati dozzine di attivisti LGBT in carcere e soprattutto un numero imprecisato di giovani adescati nelle chat da squadracce di aguzzini che li hanno umiliati, torturati, violentati, spesso spinti al suicidio nell’impunità totale garantita dalla connivenza del potere, tanto che molti filmati di sevizie sono stati pubblicati su youtube. Conviene guardarli, per quanto siano stomachevoli. Non tanto per scoprire la ferocia potenziale e il sadismo gratuito che in molti esseri umani attendono le condizioni ottimali per scatenarsi – sarebbe solo l’ennesima conferma – piuttosto per capire quanto il dettato delle leggi, la coscienza collettiva, l’esempio delle istituzioni siano decisivi nell’arginare questa ferocia. Se lo stato, l’autorità costituita dice che è giusto essere omofobi seguono automaticamente pogrom. Il grado di responsabilità aumenta in maniera progressiva avvicinandosi al vertice della piramide dei ruoli e del potere: il primo responsabile della mattanza è Vladimir Putin le cui mani grondano nuovo sangue. Notiamo en passant che, mentre in tutto il mondo civile i matrimoni gay e spesso anche le adozioni sono una prassi assodata e pacifica, in Italia si è atteso il settembre 2013 per una blanda legge anti-omofobia – ed è stata necessaria un’epidemia di aggressioni, pestaggi, accoltellamenti. Il parallelo tra la situazione dei gay in Russia nel 2013 e degli ebrei in Germania nel 1936 è spaventosamente coincidente: verso la fine del 1935 furono promulgate le leggi di Norimberga e, benché non esistesse ancora un piano di eliminazione sistematica dei non ariani, le aggressioni ai “giudei” erano diffusissime e completamente impunite. Ciò nonostante la Comunità Internazionale scelse di non boicottare le Olimpiadi naziste come oggi si presenta compatta all’apoteosi dell’omofobo Putin. Certamente ci sono stati atti simbolici apprezzabili: Obama non manderà nessun esponente di primo piano del governo ma una delegazione di atlete lesbiche e attiviste LGBT, gli atleti tedeschi vestiranno una tuta rainbow. Tuttavia a nessuno è venuto in mente di dire a Putin di farsele da solo, le olimpiadi, o al massimo con gli altri suoi amici tiranni. Gli intrecci economico-energetici sono da sempre più forti dei diritti fondamentali dell’individuo. Soprattutto in Italia dove gli intrecci sono annodati più strettamente e il premier Enrico Letta non ha ritenuto necessario proferire parola sull’argomento. Ci ha pensato Mario Pescante, ex presidente del Coni e parlamentare PDL, ora membro CIO che così si è rivolto all’amministrazione americana: “E’ assurdo che un paese così invii in Russia quattro lesbiche solo per dimostrare che in quel paese i diritti dei gay sono calpestati. Lo facciano in altre occasioni, basta con queste strumentalizzazioni. E’ terrorismo politico”.

Kiev e Sochi mostrano la debolezza, la subalternità, la connivenza dell’Occidente e, più specificamente, dell’Europa. Abbiamo due alternative: la battaglia di retroguardia dei regionalisti e il disfacimento del progetto unitario cominciato nel 1948 con l’utopia del Manifesto di Ventotene o lavorare per edificare un’Europa più forte, più europea che non sia solo una federazione finanziaria ma un soggetto politico che difenda e promuova i principi esposti nella sua Carta dei Diritti Fondamentali.

Take the poison of your age: la fortuna degli Arcade Fire

by Alessandro Ronchi

Just a Reflektor

Nell’imminente uscita dell’album più atteso, chiacchierato e congetturato del 2013, il doppio Reflektor a firma Arcade Fire, il rapido ascolto concesso da una giornata di leak autorizzato non permette ancora di esprimere giudizi compiuti sullo specifico musicale ma fornisce un ottimo alibi per parlare del “discorso Arcade Fire”.

Dopo un decennio, gli anni Novanta, in cui i gruppi alternative schizzavano ai vertici di Billboard a dozzine, gli Arcade Fire sono la sola (o quasi) indie band nata in pieni anni zero ad aver assunto lo status di superpopstar. Il peso specifico artistico dei quattro album non basta a giustificare il salto. Il merito non è mai stato condizione sufficiente al successo, tanto più al successo immediato, tanto più nell’epoca delle immagini persuasive. Attraversiamo la discografia della band canadese cercando il segreto del loro successo.

Gli Arcade Fire hanno raccontato, costruito, abitato un immaginario ben definito e sviluppato attraverso la musica, i testi e una cura di raro calibro per l’aspetto visivo e ipertestuale: i videoclip diventano cortometraggi autonomi a firma Spike Jonze oppure esperimenti di augmented reality in cui inserire il proprio corpo via webcam. Chi ha assistito a un concerto ricorderà un’attenzione alla resa scenica (visual) che sembra riprendere qualcosa che il rock sembrava aver rinnegato con la voga esplosa nell’anno 2000 di gruppi con la particella “The” nela ragione sociale e nessun fronzolo (semmai le giacche griffate) dopo la deriva kitsch e baraccona degli ultimi decenni di cui sono responsabili band criminali come gli U2. Si intende il concerto come un’esperienza artistico-teatrale plurisensoriale a proposito della quale non è improbabile che il mentore David Bowie abbia dato qualche dritta. Il lancio degli album, soprattutto l’ultimo Reflektor, si trasforma in happening virtuali dove il sito ufficiale diventa di fatto luogo performativo. L’immaginario è illustrato con estrema cura grafica nei booklet. Ma qual è, esattamente, l’immaginario degli Arcade Fire?

I luoghi, innanzitutto. Le canzoni sono ambientate in una ipotetica suburbia americana, l’idea americanissima e platonica assieme del suburb nel quale possono identificarsi gli abitanti di tutte le periferie del mondo. Un “luogo dell’anima” verso il quale spingono sentimenti ambivalenti. La abitano teenager ipersensibili, simpleton, bambini prodigio che cercano costantemente la fuga. In una dimensione onirica, quanto meno. Un non-luogo abitato soltanto da vicini di casa dove, in uno dei climax che sono un marchio di fabbrica Arcade Fire, si può solo gridare: «I don’t want to live in my father’s house no more» o «I don’t want to work in the building downtown» (Antichrist Television Blues da The Neon Bible). La ribellione evocata fin dal titolo del brano più innodico di Funeral è il rifiuto di una china discendente scritta nel destino dei figli della classe medio-bassa fatta di produci–consuma–crepa e del grigiore del colletto bianco o della tuta blu. In questo scenario sono possibili slanci verso l’ideale come accade ai Romeo e Giulietta dell’epoca delle sottoculture e della precarietà di Suburban War dove gli amanti sono divisi prima dalle appartenenze poi dai trasferimenti (lavorativi?) e ciò nonostante «Now the cities we live in could be distant stars and I’ll search for you in every passing car». Così nell’imminente Reflektor si trasferisce la vicenda di Orfeo e Euridice. Riferimenti precisi alla realtà socioeconomica che vivono i propri contemporanei e mito, archetipi, romanticismo. Una formula vincente. Così nell’epopea in quattro atti del vicinato che apre Funeral il racconto di un omicidio domestico si chiude con l’allucinazione poetica «Now the neighbours can dance in the police disco lights» (Neighborhood #2 (Laika)).

Funeral, appunto. Pubblicato nel 2004, fu l’irruzione di uno stato di grazia e di una formula nuova che attingeva ugualmente dalla new wave più minimale all’innodismo più barocco nella storia della musica. Vuoi perché si tratta di un album d’esordio, vuoi per la trafila di eventi luttuosi accaduti ai membri della band che furono il motore dell’album, con Funeral gli Arcade Fire disegnano compiutamente il loro immaginario ma vi sviluppano un discorso ancora ampiamente privato, personale. Si afferma la tesi. The Suburbs del 2010 sarà un compendio di due attitudini, coerente al principio del 3 come numero sintetico della dialettica, una specie di summa in attesa di cambiare registro come sembra accaduto con Reflektor. Ci sono brani come Ready to Start o Modern Man che riflettono il disagio dell’uomo nell’epoca del terziario avanzato e tanti momenti lirici di periferia.

Invece Neon Bible del 2006, nonostante le prime apparenze, è un album politico. Un album dove il privato è politico e viceversa. Forse il più grande, preciso album politico del primo decennio del secolo. Perciò è il più interessante per la nostra analisi. Fin dal titolo non ci sono dubbi: siamo in America, non l’America liberal, piena di college e multiculturale delle due coste bensì nel ventre molle degli USA, da qualche parte tra la Bible Belt e le Motor Cities. L’America bigotta dei telepredicatori al neon e l’America in declino che sta trasformando Detroit in una città fantasma. Il 2006 è un anno decisivo di presidenza Bush, di guerre reattive agli attentati dell’11 Settembre trasformate in sanguinosi pantani, dello scoppio della crisi dei mutui subprime, del tracollo di Chrysler e General Motors. Insomma l’anno che certifica la fine dell’auto-illusione americana di essere l’unica superpotenza economica e militare e di poter proseguire l’american way of life fatto di sprechi, cartapesta e gigantismo come nulla fosse in un mondo che sposta baricentri e priorità. L’anno in cui l’America e gli americani scoprirono che è possibile essere poveri e marginali.

Neon Bible parla di tutto ciò, in modo trasversale, senza nulla perdere in lirismo, immaginario, epopea. A differenza delle instant band italiane – se mi è concesso il parallelo blasfemo – spuntate a mazzi dall’inizio della crisi per enumerare l’insieme delle condizioni socio economiche come fossero un elenco telefonico, sfruttando un meccanismo identificativo base su contingenze meschine o dei vetusti cantautori impegnati che schifavano la cura formale come controrivoluzionaria, “arte” che verrà dimenticata in un istante appena le contingenze che l’hanno generata muteranno, The Neon Bible può parlare a chiunque e continuerà a parlare per molto tempo, irrorato dagli archetipi che eternano i prodotti culturali umani.

Antichrist Television Blues è, genialmente, uno Springsteen apocrifo. Se non che il working class hero cantato da Spingsteen per decenni diventa un uomo che vuole sfuggire alla routine lavorativa della classe media utilizzando come strumento di emancipazione le doti canore della figlia gettate in pasto a talent show e industria discografica. Ovviamente il protagonista si dichiara un good Christian man, come tutte le figure dell’album, ricoperte dalla cappa di anacronistico ritualismo bigotto e ipocrita che copre il centro geografico degli USA e al contempo attratte come falene dalle luci scintillanti dello showbiz, isolati in una bolla spazio temporale tra due luci ustorie. Mentre, come detto, il mondo sta cambiando ed entrambe le illusioni si sgretolano. Qualcuno se ne accorge: «because the tide is high and it’s rising still and I don’t want to see it from my windowsill» (Windowsill) e sembra l’incipit dell’epopea dell’uomo (contemporaneo) in rivolta. E poi: «Mtv, what have you done to me?» additando l’emittente come principale responsabile della fabbricazione della “società delle celebrities”, evoluzione della società dello spettacolo come distopia warholiana, caratterizzata dall’azzeramento dei contenuti in favore dell’apparenza, dove “mostrare” diventa un verbo riflessivo e la visibilità un valore intrinseco, l’unico a suscitare fenomeni emulativi. “Il colmo dell’illusione coincide sempre con il colmo del sacro” profetizzava Feuerbach nella prefazione a L’essenza del cristianesimo. Chissà se immaginava che la sua profezia si sarebbe avverata in senso palindromo. La religione è un’illusione oppressiva, il mondo glitchy di Paris Hilton e Kim Kardashian suscita devozioni irrazionali.

A proposito di profezie, scorrendo le liriche di Intervention leggiamo «You say it’s money that we need just as we were mouths to feed but no matter what you say there are debts you’ll never pay». Notiamo, per inciso, come il lemma debt stesse subendo in quei mesi una risematizzazione, da motore di uno sviluppo perpetuo debitore del mito della Frontiera a piaga in diffusione come una pestilenza medievale che metteva sul lastrico da un giorno all’altro l’intera classe media. In questi versi c’è il nucleo del più pernicioso danno culturale provocato dalla recessione economica planetaria: l’economia come Moloch, come ultimo grado di giudizio (di valore), come ultima parola su qualsiasi questione. In tempi di crisi ciò che è buono per l’economia è buono per tutto e chi oppone altre valutazioni concorrenti è trattato come un irresponsabile o un idiota. Con il risultato di saldare all’impoverimento delle condizioni materiali un impoverimento delle condizioni della vita psichica e dell’attività gnoseologica e teoretica, un imbarbarimento verso il materialismo più gretto per cui l’uomo deve vivere di solo pane e il mondo che fino a ieri, nell’America transnazionale in cui il protagonista di Windowsill dichiara di non voler più vivere, coincideva con le proiezioni fantasmatiche delle celebrities improvvisamente si riduce al mero campo d’azione di leggi finanziarie. Oltre a tanti corollari pratici di rara miopia per cui non si investe nell’istruzione e nella ricerca alimentando la stessa crisi che si pensa di combattere.

Perché, quindi, tanto meritato successo? Perché gli Arcade Fire forniscono diagnosi e cura, la realtà e il sogno. Dentro la contemporaneità, in rivolta contro i suoi aspetti disumanizzanti. «Take the poison of your age, don’t lick your fingers when you turn the page» (Neon Bible).

[renzismo] Galleria scelta

by Alessandro Ronchi

Matteo Renzi è veramente un uomo di sinistra

Alfonso Signorini

Matteo Renzi è, da qualche anno, l’eterno “uomo nuovo” della politica italiana. L’”uomo nuovo” più amato dagli avversari politici. È luogo comune dell’elettorato destrorso che esistano due tipi di “comunisti”. 1) Lo spettro che si aggira per l’Europa – ormai un nightwalker dopo quasi due secoli di vagabondaggio – che alle ultime elezioni aveva assunto le grigie fattezze emiliane del compagno Bersani, già autore delle bolsceviche privatizzazioni delle partecipazioni statali, i cui hobby sono aumentare la pressione fiscale per semplice sadismo e farcire di carni infantili i panini della già Festa dell’Unità. 2) Renzi, la potenziale evoluzione “moderata” del partito delle manette che magari ci racconta anche qualche barzelletta con l’irresistibile parlata fiorentina.

Ricordiamo, per completezza di informazione, che in Italia per moderati si intende quelli per cui Eluana Englaro poteva ancora procreare ed è stata assassinata.

In questa sede non interessa trattare di Matteo Renzi, della sua biografia politica, delle sue proposte e del suo programma elettorale. Piuttosto del renzismo: l’immaginario che lo circonfonde – sia esso da lui abilmente studiato e approvato o semplicemente subito – affibiandogli il soprannome “berluschino” e rendendolo digeribile a un popolo antropologicamente di destra addomesticato da tre decenni di Mediaset. Ecco una breve disanima semiseria che si concentra sull’immaginario del primo uomo politico “di sinistra” (garantisce Alfonso Signorini) della storia italiana la cui carta vincente è proprio l’immagine mediatica. Una selezione di icone che aiutino a capire come mai, nonostante tutto, all’italiano medio Matteo Renzi piace proprio.

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Il giovane Matteo concorrente della “Ruota della Fortuna”.

La notorietà di Renzi comincia con Berlusconi, la televisione e Mike Bongiorno, l’uomo “che non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi” (come ebbe a scrivere Umberto Eco nel 1963 facendo la Fenomenologia di Mike Bongiorno). Da non sottovalutare la componente del gioco a premi, della lotteria, della sorte contrapposta al progetto nel pursuit of happiness. Gli italiani sognano di implementare il proprio stato grazie a un colpo di (ruota della) fortuna. Berlusconi rappresentava l’italiano medio che ce l’ha fatta scatenando nell’elettore un’identificazione proiettiva verticale. Renzi ci ha provato, l’uomo della strada può esclamare “è uno di noi!” (proprio come nella sequenza del matrimonio in Freaks di Tod Browning).

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Abbasso la politica ingessata!

Dalla pagine amiche di Chi, Matteo Renzi lancia l’outfit rottamatore per il politico giovane. Non più i completi democristiani grigi e stazzonati e neppure il doppiopetto blu con cravatta Marinella abbinata del primo Berlusconi. Il salto è vertiginoso, l’icona è il supergiovane ribelle americano: Fonzie di Happy Days. Peccato – ammesso che il giovanilismo sia una conditio sine qua non per essere un buono statista – si tratti del supergiovane anni Cinquanta. Qualcosa di ormai ampiamente digerito anche dalla più reazionaria massaia delle valli prealpine. Vestirsi da Black Block sarebbe stato un errore comunicativo enorme ma avrebbe sicuramente rappresentato un motivo iconografico più radical e interessante

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…ma non toccatemi le mie nonne.

Se qualcuno, nonostante tutto, tra una replica di Casa Vianello e l’altra, si fosse sentito minacciato dall’audace giubbotto di pelle, un’altra prestigiosa testata accorre a rasserenare gli animi. In Italia se tocchi la famiglia (allargata in lungo e in largo nelle generazioni e nelle diramazioni purché tradizionalissime e approvate dal Vaticano) muori.

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Renzi ripete spesso di non voler distruggere Berlusconi, bensì di volerlo sconfiggere. Al massimo di volerlo citare ironicamente indossando una bandana, un copricapo altrimenti esclusiva di pirati e baristi del Cocoricò. Anche qui l’immagine non può essere considerata ingenua: si ammicca all’elettorato berlusconiano marcando al contempo una differenza, uno straniamento contestuale. Renzi non si fa fotografare durante un bagno di folla in Costa Smeralda bensì su un’anonima e un poco squallida sdraio gialla. L’elettorato cattocomunista può respirare di sollievo. E maneggia uno smartphone, lui. Non come quell’altro che invia VHS e chiama Google “Gogol”.

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Matteo Renzi non è snob. Ha tanti amici disparati in tanti ambiti disparati. Da Jovanotti a Baricco, da Farinetti di Eataly a Roberto Cavalli, da Signorini a Maria de Filippi. Presentarsi a una puntata di Amici significa familiarizzare con la parte di elettorato che si informa attraverso la televisione e in larga maggioranza, conseguentemente, crede ancora alla leggenda del fantasma che si aggira per l’Europa di cui sopra. Da un punto di vista strategico-numerico è una mossa probabilmente vincente. Al contempo, tuttavia, si ratifica il collaborazionismo con il braccio armato del berlusconismo: il sistema videocratico che ha imbarbarito definitivamente i costumi italiani. Si può sconfiggere Berlusconi abbracciando Maria de Filippi e Roberto Cavalli ma si rischia di rivitalizzare un berlusconismo appena riveduto e corretto. Se la parabola umana e politica di Silvio Berlusconi si sta probabilmente estinguendo in questi giorni, il berlusconismo come visione del mondo, sistema di valori, modalità di rapporto con la civitas potrebbe continuare a inquinare le cose italiche per decenni. Il berlusconismo va combattuto ben più aspramente dell’uomo Berlusconi. Come sosteneva Giorgio Gaber, non ho paura di Berlusconi in sé ma di Berlusconi in me.

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Poi però ci vuole un ammiccamento a un’icona liberal sempreverde come JFK per correggere il tiro.

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Il problema è che, a forza di operazioni spericolate attorno al proprio immaginario, la situazione può sfuggire di mano e qualcuno, nello specifico lo “stilista” Jerry Tommolini, crederà di far cosa gradita con un omaggio che pochi mesi prima sarebbe stato inviato, in forma privata, oltre i cancelli di Arcore. Qualcuno potrebbe finire a identificarti pienamente con l’Italia più cafonal, sessista, volgare e retrograda incarnata da colui che vorresti sconfiggere.

La mezzaluna e il bulldozer

by Alessandro Ronchi

#occupy

Accade spesso che i moti di piazza, le rivolte, le sollevazioni popolari in luoghi differenti del mondo si sincronizzino. Accadde per esempio nel ’48 del diciannovesimo secolo la Primavera dei popoli e divenne un numero proverbiale. Accadde nel 1968 e fu un momento altrettanto epocale. A cavallo tra un millennio e l’altro ci fu il movimento No Global. Col passare dei secoli il raggio d’estensione dei focolai d’incendio è andato aumentando parallelamente al processo di estensione dell’area di influenza dell’Occidente nell’ottica di un rapporto sempre più interconnesso, non più di carattere coloniale, tra nazioni. Le ragioni di queste sinergie sono nella situazione economica o politica che spesso interessa più nazioni dando a ogni singolo moto cause simili e collegate, altre volte l’induzione e il contagio, in altri casi la diffusione continentale o planetaria di idee e sistemi di pensiero. Sarebbe anche interessante, en passant, trattare la sincronizzazione di ritmi naturali e umani per cui rivoluzioni e ribellioni avvengono quasi sempre in primavera.

Se ciò era vero per fatti del tempo della carrozza e della stampa a caratteri mobili, non può che esserlo a maggior ragione nell’epoca della rete globale, di Twitter e Facebook, del mercato planetario e dei G20 in cui le differenze locali tendono a svanire e tutti (o quasi) possono conoscere in tempo reale le notizie provenienti da un globo mosso dall’effetto domino dove una crisi finanziaria o un nuovo governo nello stato X ha ripercussioni su tutti gli altri. Il ruolo giocato da social network e blog nelle proteste di piazza e nei moti in Egitto, Libia, Tunisia, Siria, Algeria noti come Primavera araba nel 2010/2011 è stato ampiamente dibattuto e funziona come trait d’union a sollevazioni che hanno avuto modalità, svolgimento, esito molto differente a seconda delle situazioni specifiche. In particolare le piattaforme digitali sono servite, verso l’interno, come luogo di mobilitazione e organizzazione dei ribelli e, verso l’esterno, come canale mediatico capace di aggirare la censura governativa per far conoscere all’opinione pubblica mondiale le ragioni della protesta e i fatti, spesso sanguinosi, della repressione. Allo stesso modo la condivisione di contenuti e notizie non filtrate sotto gli hashtag ad hoc #OccupyGezi e #DirenGeziPark è stato un elemento caratterizzante la recentissima sollevazione di “giovani turchi” a Istanbul e poi in tutto il paese.

I fatti, in estrema sintesi. Il 28 maggio un piccolo gruppo di ambientalisti, applicando il modus operandi del movimento Occupy, pianta le tende all’interno del parco Gezi, una delle ultime aree verdi superstiti nella parte europea di Istanbul, per fermarne l’abbattimento e l’attuazione di un “piano di riqualificazione” che prevede la costruzione di un centro commerciale e una moschea. Nel giro di 48 ore il numero di manifestanti cresce vertiginosamente e si insedia anche nella vicina Piazza Taksim. All’originaria rivendicazione ecologista si unisce il malcontento diffuso nei confronti del governo, in carica da più di un decennio, di Recep Tayyip Erdoğan accusato di corruzione, legami dubbi con l’industria delle costruzioni e soprattutto di aver gradualmente limitato la libertà di opinione e espressione trasformando la laicissima Turchia del padre della patria Ataturk in una nazione islamica attraverso un giro di vite sul consumo di alcolici, rendendo l’aborto virtualmente impossibile e la blasfemia un reato penale, ignorando qualsiasi diritto LGBT, stringendo la morsa del Corano nelle scuole e arrivando persino a proporre una legge ridicola che vieti qualsiasi effusione amorosa nei luoghi pubblici. La protesta interessa tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età e tutto lo spettro ideologico e l’assembramento in piazza Taksir cresce esponenzialmente nonostante il governo decida di bloccare il trasporto pubblico in città. La polizia carica i manifestanti con manganelli e gas urticante. La protesta si diffonde nell’intera Turchia e tuttora, dopo proclami contrastanti dello stesso Erdogan, sei morti, scioperi, arresti di massa e la mobilitazione dell’intelligentja e delle diplomazie la situazione è fluida e incerta.

Occupy Gezi non è l’unica protesta imponente per dimensioni e eco mediatico accaduta nelle ultime settimane. Sicuramente la recessione economica planetaria rende i nostri tempi i più adatti all’esplosione di rivolte popolari e sommosse tuttavia le differenze specifiche ideologiche e geopolitiche impediscono di trovare un filo rosso che colleghi immediatamente, come poteva essere per la Primavera Araba o per i movimenti No Global, la primavera turca con le proteste degli Indignados che in Brasile si oppongono alle spese faraoniche (e alla corruzione che vi gira attorno perché tutto il mondo è paese) per eventi sportivi internazionali mentre buona parte della popolazione non trae benefici dall’essere la prima lettera dell’acronimo BRIC oppure alla Manif pour tous che ha portato milioni di francesi, in una serie di sfumature che andavano dai semplici conservatori ai fanatici di estrema destra, a scendere in piazza per fermare l’approvazione della legge, voluta dal presidente Hollande, che estendeva il diritto al matrimonio alle coppie omosessuali. Tuttavia il tratto comune delle manifestazioni della primavera 2013 è il rifiuto della modernità, l’opposizione non tanto allo status quo – come fu nel 1968 – ma a una nuova, specifica direzione della società. Nonostante la caratura ideologica profondamente divergente, in ogni caso si è trattato, si tratta di proteste “conservatrici”, atte a impedire una trasformazione dei costumi o della morfologia di una nazione. E, in ogni caso, la gente, come si legge nei link più populisti da far girare sui social network, ha fatto sentire la sua voce e si è ribellata contro i governanti che aveva precedentemente eletto. Come distinguere allora proteste “buone” e “cattive” uscendo da una retorica del ribellismo da cui discenderebbe un’equiparazione dei neonazisti che hanno ucciso a sprangate il diciottenne Clément Méric a Parigi con gli insorti di Istanbul che chiedono libertà di stampa e osteggiano le leggi islamiche? Semplicemente attraverso la valutazione delle singole motivazioni, rivendicazioni, proposte e attraverso il giudizio di merito specifico. Si tratta anche di abbandonare posizioni ideologiche pro o contro il progresso e le sue modalità, scindendo i diritti fondamentali dell’individuo dallo sfruttamento speculativo degli ecosistemi. Si può stare con i progressisti francesi che seguono la direzione della Storia nell’estensione della piena cittadinanza oltre un modello familiare tradizionale antiquato e superato e con i conservatori ambientalisti turchi.

Erdogan incarna perfettamente la tendenza a utilizzare un credo mobilitante illiberale, antistorico e totalitario (l’Islam – in Cina, per esempio, è il maoismo; in Russia il nazionalismo muscolare) come collante ideologico per una prassi di governo che sposa gli interessi del capitalismo corporativista più predatorio e disumano, altrettanto anacronistico, quello religioso del profitto prima di tutto e dell’espansione perpetua, lo squalo che deve continuamente muoversi (e mangiare, distruggere ciò che non gli è asservito) per sopravvivere. Quello per cui si falcia un parco per costruire un ennesimo, inutile, mall dove magari vietare la vendita di alcolici. Il bulldozer e la mezzaluna come armi di distruzione e sopraffazione. Esaltare i nuovi “giovani turchi” perché loro si sono ribellati e noi no equivale a mortificare loro azzerando il fatto politico che rappresentano. Più utile semmai valutare cosa ci dicono a proposito della contemporaneità e delle direzioni sostenibili che potrebbe prendere. 

The Next Day (and another day)

by Alessandro Ronchi

Nel giorno in cui viene distribuito il nuovo video di David Bowie The Next Day, pubblichiamo questo intervento con un tempismo che più tempismo non si può.

David Bowie's The Next Day

Nel 1977 a Berlino c’è il Muro. Come tutte le zone di confine è frontiera e laboratorio e faglia innescata dall’attrito di due zolle. Si respira un’aria positivamente anarchica nei locali, negli atelier, nei palazzi occupati dell’enclave lontana dal potere centrale della Bundesrepublik, un spirito dimenticato dai proverbiali anni Venti assassinati dal nazismo. Si può parlare di creatività prima che il termine e il concetto si squalificassero diventando intransitivi e autoreferenziali al giorno d’oggi: si sperimenta, si procede per tentativi per inventare l’inedito. A metà degli anni Settanta Berlino è il luogo dove essere se si vuole stare dentro la matrice del futuro.

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Negli studi Hansa by the Wall insieme a Brian Eno e Robert Fripp

Nel 1977 a Berlino David Bowie occupa un appartamento signorile a Schöneberg, dipinge, gira per locali e musei insieme a Iggy Pop e altri artisti sciamati verso l’ex capitale godendo di un relativo anonimato. Compone insieme a Brian Eno la trilogia berlinese con la quale plasma la forma della musica d’avanguardia del decennio successivo dal punk al post punk, dalla new wave alla ambient. La biografia di David Bowie, inscindibilmente legata attraverso l’interpretazione di alter ego alla musica in un connubio vita-arte dai tratti estremisticamente decadentisti, si è evoluta negli anni Settanta per fasi mitologiche. Il musicista giunto a Berlino è un uomo deciso a disintossicarsi dai panni bianconeri del Thin White Duke, il sottile Duca Bianco, l’algido performer ariano vissuto per due anni a Los Angeles seguendo una stretta dieta di peperoni verdi, latte e cocaina “in dosi astronomiche”, di paranoia e occultismo. Bowie ha dichiarato di non possedere ricordi diretti degli anni in cui fece esorcizzare la piscina della villa dove fuggiva la luce diurna studiando i testi della Qabbalah e di Aleister Crowley, identificandosi con Prospero, il “right Duke of Milan” della Tempesta shakesperiana che, dal castello sulla rupe comanda gli elementi e getta incantesimi sull’isola dove è esiliato. Non ricorda nulla neppure delle session di Young Americans e Station To Station dove prese forma l’ennesima metamorfosi da una versione “bianca” e sterilizzata del soul americano verso i territori pionieristici dell’elettronica tedesca e del kraut rock (Station To Station omaggia i Kraftwerk, i Kraftwerk apprezzano e pochi mesi successivi ricambiano il favore con Trans-Europe Express).

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Durante le session di Station to Station

Dal biennio 1975-76 Bowie esce come un uomo distrutto nel fisico e nella psiche. Berlino appare una stazione successiva naturale per ricostruire uno stile di vita meno outrageous e seguire la direzione di interessi musicali e culturali recenti e storici. Brecht e la Dietrich, gli anni dei cabaret quando la città tedesca era additata come nuova Sodoma & Gomorra e la recente amicizia californiana con un superstite eccellente dell’epoca come Christopher Isherwood. E anche le radici esoteriche e occulte del nazismo, una passione che provocò un certo numero di equivoci e episodi ambigui come il mai chiarito e sempre smentito “Sieg Heil” regalato alla folla della Victoria Station londinese. Il lost weekend a Los Angeles richiama una versione colta e raffinata del mito autodistruttivo e sulfureo del rock’n’roll suicide. Al contrario il periodo berlinese, con le sue foto in bianco e nero mitteleuropeo, è ricordato come un biennio di esplosione creativa che partecipa al mito secondo le categorie del miracoloso, del leggendario, dell’aura.

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Heroes photo reel

Molti considerano la trilogia berlinese (composta da Low, Heroes e Lodger insieme a Lust For Life e The Idiot scritti e realizzati con e per Iggy Pop) un momento culminante per importanza e peso specifico del Novecento pop. Nessuna band del decennio successivo potrà evitare di fare i conti con l’opus magna firmata Bowie/Eno e la tabula rasa punk e new wave farà per loro una devota eccezione alla parola d’ordine “don’t trust anyone over twenty”. Nei suoni, nei ritmi, nelle atmosfere sono presenti lo zeitgeist, la musica che verrà e il compendio di una cultura mitteleuropea sospesa tra prussiane cadenze glaciali e metronomiche e la suggestione dell’Est, dell’oltrecortina distante un muro e una No-go zone, evocata dai pattern di Warszawa e dalla “traduzione sonora” delle atmosfere del quartiere turco di Neukőln. E si va oltre, poi, nella quête di un Oriente che continua ad avanzare come un mito della Frontiera al contrario nello zen di Moss Garden e nei continui richiami all’amatissimo Giappone oppure alla secret life di un’Arabia onirica da mille e una notte. La trilogia si conclude con un disco programmaticamente picaresco: Lodger. “We’re gonna sail to the hinterland”: la suburbia delle metropoli europee è già meta possibile di viaggi fantastici. Che dire allora di African night flight fin dal titolo un mash-up tra Scott Walker e la afro, dei toni muezzin di Yassassins e dei brani manifesto Red Sails e Move On dove Bowie sembra un bambino che sfoglia un atlante fantasticando:

Africa is sleepy people
Russia has its horsemen
Spent some nights in the old Kyoto
Sleeping on the matted ground
Cyprus is my island

Pur nella varietà geografica di rimandi evocativa di un altrettanto complesso immaginario culturale, la trilogia resta saldamente “Berliner” e Heroes, unico album interamente registrato negli studi Hansa by the Wall, è il più squisitamente berlinese della terna. La title track è anche la canzone più celebre, l’inno dell’hic et nunc della Berlino metà anni settanta divisa dal Muro e percorsa dall’effervescenza, una Berlino palcoscenico e simbolo della vertigine onnipotente della giovinezza. Racconta la storia d’amore di due ragazzi divisi dalla partizione in zone di influenza che si incontrano presso il Muro e si baciano “as though nothing could fall” mentre “the guns shot above our head”. La canzone non possiede una struttura tradizionale e procede come un ininterrotto climax, un continuo crescendo: al posto del ritornello Bowie ripete il verso “We can be ‘Heroes’ just for one day”. Si può essere “eroi”, si può essere avventati, giovani, si può sfidare la Storia solo per un giorno. La copertina, altrettanto iconica, è un ritratto in bianco e nero di Bowie che indossa un berlinesissimo giubbotto di pelle nera e ricalca la posa di un disegno di Egon Schiele visto nei musei cittadini.

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Egon Schiele

L’8 gennaio 2013, in occasione del sessantaseiesimo compleanno, David Bowie ha rotto un silenzio decennale che molti pensavano un antiteatrale sipario modellato sull’autoesilio dal mondo dell’idolo Greta Garbo rilasciando nella sorpresa generale il singolo Where are we now?, riuscendo nel più clamoroso di una carriera costellata di coups de theatre: mantenere un segreto nell’epoca dei leak, dei social network e del peer-to-peer. Si è già parlato ampiamente, a caldo, delle implicazioni mediatiche e nel frattempo è stato pubblicato un album la cui cover è la copertina di Heroes obliterata da un quadrato bianco sul quale è sovrascritto The Next Day, il giorno dopo. Concentriamoci sul senso dell’album che è già tutto in questi due elementi.

L’autoreferenzialità è la peste degli esordienti ma un vezzo che ci si può permettere vantando la carriera del Duca. The Next Day è un album che si legge solo in prospettiva, cogliendo un dialogo intrecciato col proprio personale passato. Prevedibilmente il rimando primo di un ritorno che è, letteralmente, una proroga (un giorno in più rispetto all’unica giornata campale degli “eroi”) è all’age d’or berlinese. David Bowie si è sempre reinventato a ogni ritorno creando ex novo un personaggio e una rete di riferimenti culturali. Stavolta il personaggio è lo stesso Bowie invecchiato e la rete referenziale il suo corpus biografico e artistico.

Where are we now?, una ballad elegiaca e struggente che rievoca gli anni berlinesi attraverso la trovata narrativa di un ritorno simile alla passeggiata di un fantasma (“Just walking the dead”) nei luoghi della gloria passata enumerati da un elenco di toponimi berlinesi sembrava promettere che la ricostruzione/ricognizione sarebbe avvenuta sotto il segno della nostalgia. Le quattordici tracce dell’album, con un ulteriore colpo di scena, ribaltano radicalmente il mood. Title track e opening track, The Next Day si pone in continuità con ouverture come Station To Station e It’s no game (da Scary Monsters). Si apre con una dichiarazione forte, in prima persona: in mezzo a immagini di tortura degne del Titus Andronicus o delle biografie di tiranni medievali che rappresentano l’ultima sua grande passione, le frasi che restano nella memoria dal primo ascolto sono “Here I am, not quite dying” e la promessa reiterata di un “next day, and the next and another day”. Si può essere eroi soltanto per un giorno ma si può essere David Bowie molto a lungo. Specialmente se, fedeli alla tesi buddhista dell’impermanenza (Anytia), in concordanza con il principio novecentesco della split personality e in scacco all’eterno ritorno dell’identico nietzschiano, si è deciso di abiurare all’impostura cattolica della personalità come costrutto concreto e monolitico riportandosi verso la più saggia versione classica della “persona” come sinonimo di “maschera”. In molte interviste, distanti anni tra loro, emerge la paura di percepirsi un abisso vuoto coperto da continui cambi d’abito: un tratto meno immediato dell’immagine flamboyant dell’uomo caduto sulla Terra – ma lampante se si considera che un suo eroe personale è il grande lunatico della dispersione negli spazi interstellari, quel Syd Barrett che cantava “inside me I feel alone and unreal” e si interpreta correttamente la fase sci-fi di Ziggy Stardust/Aladdin Sane dove l’alieno è superficialmente il marziano ma profondamente l’altro da sé.

David Bowie Heathen 2002 Inside II

Infine, la copertina. Il progetto grafico è affidato allo studio di Jonathan Barnbrook che già curo l’artwork geniale di Heathen nel 2003. Allora il Cristo Benedicente di Raffaello, una Strage degli Innocenti, un gruppo di putti apparivano sfregiati da tagli e paintdripping. Bowie stesso, in un look anni Cinquanta, appariva seduto a una scrivania con il volto cancellato. Nell’ultima pagina del libretto La gaia scienza di Nietzsche, La teoria generale della relatività di Einstein e L’interpretazione dei sogni di Freud come totem e simulacri della civiltà occidentale chiarivano il concept: l’avvento di una nuova barbarie iconoclasta, un cupio dissolvi dell’Occidente negli anni appena successivi all’attentato alle Twin Towers e delle guerre di civiltà tra gli oscurantismi di Bush e dei talebani. Stavolta l’identico procedimento dell’obliterazione è utilizzato come reagente di un discorso privato. Si tratta di un gesto che Bowie, esperto di arte contemporanea, non compie leggermente, senza conoscerne le implicazioni. Obliterare i volti, le icone, i monumenti, cancellare i testi è un gesto principe dell’arte concettuale novecentesca da Arnulf Rainer a Christo a Emilio Isgrò e vuole alludere ora alla morte dell’aura, ora alla spersonalizzazione dell’individuo, ora alla fuga dal logos, ora alla fuga dalle immagini della società dello spettacolo. Il “Quadrato bianco su fondo bianco” è l’esordio suprematista di Kazimir Malevic attraverso il quale profetizzare “un mondo senza oggetti” liberato dalla tirannia delle forme. Insomma, una sottrazione e una dispersione. Come fu, sulla rampa di lancio del successo di Bowie, la sorte di Major Tom. “Planet earth is blue/and there’s nothing I can do”.

Bowie scrisse nella prefazione al libro fotografico di Mick Rock, Blood and glitter: The Americans at heart are a pure and noble people. Things to them are either black or white. (…) We Brits putter around in the grey area. Il ritorno di Bowie è ancora una volta ambiguo: rivendica il proprio passato, lo rimastica attraverso canzoni che non fanno il verso a nessuna delle voghe del momento ma soltanto al proprio repertorio, se ne riappropria quando sembrava averlo consegnato anzitempo ai biografi per poterlo cancellare servendosi della sua icona massima – la cover di Heroes. Si autocelebra attraverso l’iconoclastia.

Un’ultimo aggancio alle radici culturali del Duca Bianco illumina il processo di sottrazione zen culminante nei versi di I’d rather be high. La rockstar più colta dopo aver citato Nabokov e Grunewald, Cairo e il Tamigi, conclude:

I’m seventeen and my looks can prove it
I’m so afraid that I will lose it
I’d rather smoke and phone my ex
Be pleading for some teenage sex
Yeah

Prima che tutto cominciasse, molto prima di Berlino e anche di Space Oddity, i sedici anni del teenager David Jones sono il quadrato bianco. Non più Greta Garbo ma Mary Stuart. In my end is my beginning.