I video dell’ISIS

di Alessandro Ronchi

Ne sono stati diffusi molti, tutti girati nelle zone dell’Iraq dove la falange integralista comandata dal ‘califfo’ al Baghdadi sta effettuando la pulizia etnica di cristiani, sciiti, Shabaks, Yazidi, turcomanni. Ne ho guardati due: nel primo un centinaio di persone era fatto scendere da camion, messo in riga, spinto a colpi di calci di fucile fino a un terreno brullo dove gli uomini venivano fatti sdraiare fino a comporre un rettangolo di corpi senza soluzione di continuità e lì uccisi uno alla volta, con calma studiata e con un colpo alla testa (“come i cani”). Nel secondo, ancora più impressionante, le vittime venivano spinte fino al margine di un fiume dove li aspettava un boia che sparava alla nuca, spingeva (verrebbe da dire “ruzzava”, sarebbe più adatto) il corpo nel fiume e subito avanti un altro. Crescendo il numero dei giustiziati la porzione di cemento inquadrata diventava sempre più un lago rosso-sangue tangente un fiume rapido, marrone-limaccioso.
Sarebbero immagini allucinanti e sconvolgenti anche decontestualizzate, questo è ovvio. Ma analizzandone la sintassi dicono di più.

Prima di tutto il target. Si sa che l’ISIS adotta una strategia mongola: seminare il terrore con surplus di ferocia e devastazione per fare terra bruciata e far arrendere preventivamente senza opporre resistenza. Tuttavia gli iracheni – i prossimi iracheni – o i curdi non vedranno questi video. Anzi sono stati girati appositamente con l’intenzione di farli pervenire alle redazioni dei network occidentali. Eppure, almeno per il momento, la strategia militare è strettamente regionale, mira al di là della propaganda delirante sul califfato fino a Vienna e Madrid a un domino di nazioni arabe (mediorientali e nordafricane), si disinteressa all’internazionalizzazione della jihad – anzi, un europeo o un americano un po’ stronzo potrebbe essere grato del fatto che la staffetta tra Al Quaeda e ISIS ha di fatto interrotto gli attentati nelle loro metropoli. Quindi cosa vogliono dirci?

Innanzitutto la novità è la pubblicità dell’orrore. Da Shabr el Shatila alle purghe di Saddam Hussein o Assad alle guerre di Bush di orrori simili il Medio Oriente ne ha vissuti tanti in tempi recenti. Orrori che, tuttavia, i carnefici hanno sempre cercato di occultare. Le modalità poi sono del tutto differenti dai video di esecuzione di rapiti occidentali diffusi nell’ultimo decennio da gruppi islamisti: lì un giudice autoproclamato eseguiva in nome di Allah una sentenza di morte (di solito con l’accusa, per quanto strumentale, di “spionaggio” restando nel perimetro di una forma riconosciuta di diritto, per quanto delirante), qui c’è la catena di montaggio, il fordismo della morte. Sembra dire: voi occidentali l’avete inventata come modalità produttiva, noi la trasformiamo in modalità distruttiva. Niente, ancora meno, in comune con i proclama monologanti di Bin Laden o al-Zawahiri: lì c’era, prima di tutto, politica. Si minacciava, si offrivano tregue separate ai diversi stati cercando di smembrare la “coalition of the willing”, si promettevano vendette o glasnost a seconda delle fasi e delle convenienze. Nei video ISIS non si parla, non c’è logos, solo morte assurda, idiota, automatica e l’asserzione di poterla impartire con assoluta discrezionalità. Nei video ISIS compare continuamente, a lato di inquadrature sapientemente costruite, a modo di logo uno sbandieratore che tiene ben visibile lo stendardo nero dell’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Conviene soffermarsi perché anche questo dettaglio è totalmente inedito, anche questo dettaglio è puramente terroristico. Non c’è il prevedibile verde, il colore dell’Islam che campeggia in tutte le bandiere, ufficiali e non ufficiali, dei soggetti che a quella religione si riferiscono. Sarebbe stato rassicurante, riconducibile a categorie che l’Occidente ha già razionalizzato. La bandiera è completamente nera, ricorda piuttosto il piratesco Jolly Roger, opaca, ottusa e illeggibile, è notte, incubo, obliterazione del razionale, priva di Storia e di discorso non fosse per alcuni proclama in arabo in caratteri bianchi altrettanto inaccessibili al lettore occidentale, inquietanti come geroglifici.

Perché l’ISIS ci tiene tanto a fornire a noi occidentali l’habeas corpus della sua disumana ferocia? Non vuole dialogare, non vuole trattare, non vuole neppure minacciarci (direttamente, concretamente). Vuole spaventarci per evitare che l’ONU o una coalizione a guida americana intervenga in difesa delle minoranze oppresse e decimate? L’America ha i caccia, i missili, i droni, le portaerei. Se questo volesse l’ISIS mostrerebbe eventualmente la sue batterie missilistiche, i suoi carri armati, la sua artiglieria: come potrebbe la mancanza di scrupolo nell’uccidere civili inermi far indietreggiare il primo esercito del mondo?

Non basta spiegare tanta ferocia con il lavaggio del cervello, la rabbia cieca maturata spesso nei carceri speciali a stelle e strisce e l’imbottitura di droghe a cui sono sottoposti i militanti. Sembra piuttosto che attraverso queste immagini di orrore, sadismo, massacro semplice l’esercito jihadista voglia autorappresentarsi, identificarsi nei confronti del “mondo civile” come il suo incubo, come il cuore di tenebra sepolto a fatica sotto l’archittettura della civiltà che ha redatto un’etichetta anche per l’arte della guerra (convenzionale, assurda e da infrangere ogni volta nessuno stia guardando, certo, ma non per questo sentita meno sacra e inviolabile). Sembra dire: noi non abbiamo paura di fare apertamente ciò che voi probabilmente vorreste ma non potete, siamo il grado zero dell’umano e la nostra sfida (non politica, non ideologica) è mostrarvelo, mostrarvi il terrore e l’anarchia che avete rimosso dal vostro orizzonte morale strutturato, pacificato. I will show you fear in a handful of dust, la paura del collasso. Come il vampiro infestava i sogni dell’Inghilterra vittoriana, l’ISIS turba il sonno dell’Occidente nel 2014 e paralizza. Non stupisce, al di là delle ragioni geopolitiche dovute all’imbarazzante legame finanziario covalente degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita a sua volta legata da un imbarazzante supporto logistico e finanziaro al califfato, che il “mondo civile” sia tanto restio e impacciato a intervenire per arrestare il genocidio.

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