infinitext.

Anyone can play descriptive guitar. Quando la stampa mainstream incontra la musica altern…indip…dai, quella lì.

by Simone Dotto

I Fab Two di Repubblica, Gino Castaldo ed Ernesto Assante, sulle orme dei baronetti. Si narra che Assante sia in realtà deceduto e sostituito in redazione con un tirocinante altrettanto anziano

I Fab Two di “Repubblica”, Gino Castaldo ed Ernesto Assante, sulle orme dei baronetti. Leggenda vuole che al tempo dello scatto Assante fosse in realtà deceduto, poi sostituito in redazione con un tirocinante altrettanto anziano.

In ricco anticipo rispetto alla fine dell’anno grazie anche ad un raccolto generoso, proponiamo qui di seguito la nostra Top Five (con bonus) di hornbyana ispirazione che sintetizza il meglio del peggio del giornalismo italiano alle prese con album, concerti e artisti della musica cosiddetta “alternativa”[1]. Perché anche se la discografia sta patendo brutti momenti e la grande editoria non se la passa granchè meglio, non è comunque un buon motivo per conoscersi e darsi una mano a vicenda  -quando si tratta di farsi dare una mano, entrambe si fidano soltanto della televisione. Nota Bene: Non ci è sfuggito che “parlar male di chi parla di musica male” può sembrare una di quelle “meta-cose” saccenti e proprie dei secchioncelli, soprattutto quando si è usi dilettarsi nello stesso campo dei criticati, qui ma soprattutto altrove. Ma dal momento che si parla di una stampa che si definisce “generalista”, di personale non può esserci nulla . È il grande pubblico, bellezza.

5.

Recensione del concerto romano di Cat Power, La Repubblica Roma, 9/7/2013.

L’Icona del rock scende dal palco. “Questo suono mi spezza il cuore”

di Pietro D’Ottavio

Dove si rende conto del “concerto si fa per dire” della cantautrice americana, nota interprete di un “rock originale, creativo e fuorischema”. Momenti concitati che godono del cammeo di Violante Placido, delle dichiarazioni sferzanti raccolte dal regista Nanni Moretti e, soprattutto, dal decisivo Andrea Nuzzo, di professione Spettatore Indignato. Sapiente la stoccata finale, in polemica con l’organizzazione (come hanno potuto dimenticare il rischio maltempo?). In tutto questo trova spazio anche una curiosità geografica: lo sapevate che l’anagrafe di Atlanta si trova proprio ad Atlanta? Per dire le combinazioni…

4.

Intervista a Cosmo, La Stampa, 3/10/2013

Cosmo, il Battisti elettronico. “Quello che non si spiega si può suonare”

di Gabriele Ferraris

Dove il professore e grande firma del quotidiano torinese si avventura, lanternino alla mano, negli oscuri meandri dell’elettronica e lo fa sulla pelle del cantante dei Drink To Me. Siccome nella vita si chiama Marco ma in arte si fa chiamare Cosmo, gli fa dire che si chiama Marco Cosmo così non se ne parla più. Pur rientrando tra i giurati del Premio Tenco (e lo scrive), l’autore dell’articolo ha scelto saggiamente di non fidarsi di quel che dicono gli esperti (e lo scrive). Lui vuole toccare con mano, e quindi va a conoscerlo ad un aperitivo in piazza Vittorio, che è “un posto predestinato per la musica torinese”[2] per via dei Subsonica e di Levante, e poco importa se l’intervistato viene da Ivrea (e l’ha scritto). D’ordinanza i riferimenti random a Battisti e Battiato, ma solo quelli “più avanti”, tanto per far capire che ne capiamo, per far sapere quanto ne sappiamo. Eccitanti le sequenze che descrivono il concerto di Cosmo “fighissimo” (sì, scrive anche questo), pieno di “visuals entusiasmanti” e soprattutto di “macchine elettroniche”. Ma dici tipo i computer, Gabriè?

3.

Recensione del concerto degli Editors a Milano, Il Sole 24 Ore, 11/10/2013

Gli Editors ieri a Milano con una nuova line up non ancora al top rispetto al loro passato (ovvero l’arte del titolar ficcante)

di Cesare Balbo

Dove si disquisisce dottamente dell’evoluzione del gruppo di Birmingham. Cominciando dalla sostituzione del chitarrista e il defilarsi di una tastiera, continuando con il minor peso dato al suono della tastiera, per concludere con un ragionamento intorno alla lenta ripartenza dovuta al cambio in corsa dei chitarristi. E che si trattano così, le tastiere? Il risultato è un “effetto complessivo di alternative rock americano, non a caso il disco è stato registrato a Nashville [noto quartier generale della musica alternativa, ndr] ai Blackbird Studios, ben diverso dall’indie rock prima maniera”. Chiaro. Per fortuna che almeno ora “le canzoni hanno testi più melodici”.

2.

Recensione del concerto di Anna Calvi a Milano, Il Sole 24 Ore, 20/09/2013

Anna Calvi, presenza scenica da togliere il respiro al Parenti di Milano

di Cesare Balbo (a pari merito con se stesso)

Dove si riconoscono il “solido contenuto tecnico vocale” dell’interprete, sia pure al netto di alcune “fioriture vocali” che coerentemente scendono solo “sulle vocali” – quando un virtuosismo di sole consonanti dentali e gutturali avrebbe fatto tutt’altro effetto. Dal resoconto pare che la Calvi soffra un non meglio identificato “travaglio interiore” ma che, al contrario di Amy Winehouse, abbia perlomeno il buon gusto di non esibirlo sul palco: del resto è una cantante matura, non solo artisticamente ma anche anagraficamente[3] dato che “è ben oltre la soglia dei 27 anni che sono costati la vita a molti artisti tra cui proprio la Winehouse”. Grat grat. Tuttavia i demoni di Anna restano ahinoi visibili, se è vero che “il lato oscuro dell’artista, che ha oscurato anche i suoi capelli, come evidenzia il brano ‘Suddendly’ che parla di quello stato depressivo che paralizza e non si sa come superare, nonostante non si voglia crogiolare in quella condizione”. Pensate un po’ che merda dev’esser venuta fuori ‘sta tintura….

1.

…And the winner is:

Recensione del disco Aspettando i Barbari dei Massimo Volume, XL (leggi La Repubblica[4]), Ottobre 2013

Stanno arrivando i barbari e il nemico avanza

di Michele Chisena

Dove l’insuperato autore ci accompagna lungo “questo immaginifico viaggio sonico” e subito va a incagliarsi su di un paragone piuttosto dettagliato con Achtung Baby degli U2 (!?). Ecco dove avevamo già sentito quella sezione ritmica “spietata nel sincronismo metronomico”, ecco perché ci suonava famigliare quel “descrittivismo chitarristico” che a un certo punto diventa anche un po’ “espressionismo cinematografico”. Non è altrettanto chiaro invece com’è che “la vita stinta dell’attesa” sia diventata “stitica”, e perché il ritornello di Dimaxyon Song, “Ti piaccia o no” venga tradotto nel “grido disperato e molto punk ‘Ti piaccio o no?’”. Ma come la musica dei Massimo Volume anche l’interpretazione di Chisena è un’esperienza trasfigurante che rivela nuove, impressionanti verità: ad esempio che Stefano Pilìa è il bassista della band, e non il chitarrista. Se vedete Clementi giungere in sena con un grosso attrezzo a tracolla, è solo perché gli piace far pesi anche sul palco. Anche voi, siate un po’ immaginifici che caspita!

Bonus track, come nei cofanetti

La recensione del concerto di Bon Iver a Milano, 31 ottobre 2012

Musica acuminata e potente. Bon Iver, due dischi per il successo-remix

di Gino Castaldo

La recensione è dell’ottobre 2012 e quindi cade automaticamente fuori classifica. In più c’è che il Ginone è un fuori classe di suo, specialmente quando osa trascurare per un attimo l’ultimo di Phil Collins e le ristampe dei Creedence Clearwater Revival e parte all’esplorazione dell’”acuminato” contemporaneo. L’ingenuità che lo spinse ad equivocare il nome degli amici Wilco, oscura band americana disgraziatamente citata da Bon Iver durante lo show (in fin dei conti sono in giro dal ’94, non si può mica star dietro a tutto…), con quello di un inesistente (ma non per questo privo di talento) “amico Wilko” è già stato oggetto di ingrato dileggio e addirittura di un gruppo Facebook appositamente dedicato. Non tutti però sanno che, con perizia propria del professionista, dopo aver giustamente punito lo stagista in redazione reo di non averlo avvertito come sarebbe stato suo dovere (“machennesò, a me piace David Guetta”, pare sia stata la sua fragile difesa), Castaldo ha corretto di proprio pugno l’errore, cambiando l’incriminata “quando cita il suo amico Wilko” in una più rigorosa “quando cita Wilko”. I detrattori saranno contenti: hanno rovinato un’amicizia.


[1]               Laddove il termine sta ad indicare tutto ciò che eccede l’ultimo cd di Antonello Venditti o il concerto all’olimpico di Lorenzo Jovanotti
[2]             In realtà il posto dove si decidono i destini della musica torinese, più che Piazza Vittorio, sono proprio gli aperitivi a piazza Vittorio. Ma questo è un altro discorso.
[3]             Dati e statistiche gentilmente offerti dall’anagrafe di Austin. Ad Austin.
[4]              No, dai, scherzavo. Non leggerla.
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Roll over Beethoven! Giovanni Allevi si racconta

by Simone Dotto

"E tu chi ti becchi in sonoro?"

“E tu chi ti becchi in sonoro?”

I got the rockin’ pneumonia,
I need a shot of rhythm and blues.
I caught the rollin’ arthiritis
Sittin’ down at a rhythm review.
Roll Over Beethoven they’re rockin’ in two by two.

Chuck Berry, Roll Over Beethoven

 

A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata,
a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie.

Franco Battiato, Bandiera Bianca

Perché Beethoven non ha il ritmo e Jovanotti invece sì. L’ultima è questa, e poco importa se il ritmo nel senso tecnico di “concezione divisiva del tempo” ce lo dovesse avere per forza, dato che per organizzare la musica su spartito un pochino gli era necessario. E’ chiaro che qui per ritmo intende la groova, e quella no, il vecchio Ludovico Van non aveva proprio idea di che cosa fosse, mentre Cherubini ci mette niente a spararti una cassa dritta nello stomaco, di quelle che in un attimo ti fanno ballare tutto il palazzetto, e poco importa anche che quel “ritmo”, che a quanto pare ora è una dote innata del musicista-performer (“o ce l’hai o non ce l’hai”), non l’abbia certo inventato lui.

Al solito, alle esternazioni di Giovanni Allevi fa seguito il solito l’iradiddio di critiche e polemiche e di comesipermette, i nasi arricciati dei critici e degli intellettuali o dei sedicenti indignati (compresi quelli che Beethoven lo difendono in quanto Beethoven, non che lo abbiano mai ascoltato, niente di personale). Monocoli dei melomani si infrangono a terra tra gli sdegnati “parbleau dei benpensanti e i fischi dal loggione del teatro dell’opera da parte dei soliti parrucconi. Sempre che vi riesca ancora di immaginarveli così, quei quattro gatti che ancora si appassionano alla classica, con i loro orologi a cipolla rimasti in ritardo di un paio di secoli, minuto più o minuto meno. Ad Allevi riesce benissimo, e gli fa pure gioco. Da quando sta sotto i riflettori è come se si fosse prefissato un unico, grande obiettivo: raccontarsi al mondo come l’erede della Grande Tradizione Classica, o meglio dell’idea che il pubblico pop, digiuno di nozioni accademiche, ha della Grande Tradizione Classica. Un Maestro della Classica in formato pop, insomma. Lo dice, chiaro e tondo, a una puntata di Parla Con Me edizione 2006 – e quale luogo migliore del Salotto buono della sinistra di Raitre, che da anni si ripropone di portare “la cultura in tv”, salvo poi invitare Fausto Brizzi una volta sì e l’altra pure. Lo presentano come il “Mozart del duemila” e il “Brahms redivivo” (di quella mammoletta di Beethoven in effetti non c’è traccia). Dice che la musica classica fino ai primi del novecento era musica leggera, che è sempre stata “pop” nel senso di popolare, che è tutta colpa di Schoenberg e della sua dodecafonia, che hanno chiuso il tutto a chiave in una torre d’avorio. “Ma adesso siamo tornati”.


Dice così, quasi minaccioso. Poco importa se quello dodecafonico è solo uno dei tanti tentativi che si contavano sul finire del secolo scorso per rinnovare la musica su spartito, anche in reazione alle inedite possibilità date dai media di registrazione e conservazione del suono; poco importa che della musica che ora noi chiamiamo indifferentemente “classica” ma che in realtà dovrebbe dirsi più correttamente “colta” (fatta di chi, cioè, la musica la sa leggere e scrivere) abbiano goduto, in saecula saeculorum, praticamente solo il clero, i principi e i monarchi, l’aristocrazia e la borghesia, cioè quelle che di volta in volta hanno assurto al ruolo di classi dominanti, e che da par suo la vera musica “popolare” vanti una storia altrettanto lunga ma, per sfortuna, non altrettanto ben conservata. Per rendersi riconoscibile il pianista deve dire che tutto è sempre stato così com’è, schiacciare la profondità storica su due dimensioni, a portata di schermo. Prima c’erano Mozart e Bach, poi c’è stato Michael Jackson, e ora Allevi. Fine della storia. Noi ascoltatori veniamo così incoraggiati a immaginarci un passato a colori, dove la gente brandiva accendini e chiedeva a gran voce le sonate con i nomi che gli avrebbero dato gli archivisti secoli dopo, come accade nell’episodio “storico” dei Simpsons qui sotto. E possiamo sbizzarrirci a pensare a un futuro fantascientifico, dove finalmente torneremo a comprare i grandi compositori del futuro nei grandi negozi di musica del futuro, come ha fatto Stanley Kubrick per Arancia Meccanica[1]. La differenza rispetto ai due termini di paragone sta nel distacco ironico con cui vengono presentati, caricandone i tratti: nelle parole di Allevi si potrà senz’altro trovare del caricaturale ma in compenso non esiste alcun distacco, dal momento che della sua narrazione è il soggetto e l’oggetto insieme. Autore e interprete, come della sua musica.

Tutto in Giovanni Allevi è pop. La musica, il modo in cui viene scritta e suonata dalla stessa persona, come un cantautore qualsiasi, e poi pubblicata e “prodotta” per dischi. Album veri e propri, e non immortalata in semplici registrazioni di studio, e con delle copertine che raffigurano l’autore; i titoli, perlopiù in lingua inglese, battezzano i singoli brani quasi sempre contraddistinti da un minutaggio radiofonico – almeno fino a prima che si cominciasse a parlare di Concerti e Sonate. E’ pop la scelta di accompagnare degli spot, non tanto per il fatto di concedere le proprie grazie di artista alla pubblicità, ma perché lo stesso Allevi in queste rèclame ci appare in carne e ossa, ne è quasi il protagonista: chino sul pianoforte, osserva un cervo (…), lo lascia attraversa la ribalta e poi ricomincia a suonare. Poco importa che il prodotto in promozione sia poi un’automobile (la Fiat Punto 500) e che lo slogan reciti “High Tech Human Touch”. Conta ribadire il suo personaggio di genio svagato e romantico, il “classico compositore” per come se lo può figurare uno che di compositori non ne ha mai conosciuti, e quindi, statisticamente, come ce lo possiamo figurare un po’ tutti noi.

Di per sé sarebbe pure una provocazione intellettuale interessante, criticare la musica “classica” con i parametri usati per quella popular, a costo di dover mettere sullo stesso piano un profano Jovanotti e un sacro Beethoven: sembrerà un’idiozia, ma intanto sono quasi cent’anni che succede l’esatto contrario, che il pianista chopiniano di turno si sente legittimato a dare al jazz la patente di “musica seria” per via delle sue qualità ritmiche, mentre “la musica di consumo” non gli piace perché trova i suoi ritmi “primitivi”. Lo ha detto Maurizio Pollini ospite da Fabio Fazio a Che Tempo che fa, e quale luogo migliore del salotto buono della sinistra di Raitre che da anni si propone di riportare “la musica colta in tv”, salvo poi ospitare Baglioni una puntata sì e l’altra pure. Allora però nessuno si è scandalizzato, nessuno è corso per contro a fare le pulci al “sound” di Stravinskij della Sagra di primavera (che a suo tempo, peraltro, fu parimenti definita scandaloso e “primitiva”). Anzi: lo spettatore elevato – quello che la Cultura non la conosce di prima mano ma ne ha quantomeno una colpevole coscienza -scuote la testa, rinnega tra sè il peggio dei propri ascolti, fa la penitenza e si ripromette che al prossimo giro all’autogrill comprerà The Best of Bach, con la solennità con cui ci ostiniamo a dirci che da lunedì, cascasse il mondo, si inizia la dieta.

C’è un senso di colpa che abita in ognuno di noi consumatori culturali di massa, ed è su quello che il successo (anche questo molto pop) di Allevi fa leva: dovremmo ascoltare la musica classica, la “musica d’arte” come ci insegnano Fazio e la Dandini, eppure non ci va mai di farlo. L’esistenza di Allevi e del suo personaggio è proprio ciò che fa al caso nostro. Non dobbiamo andare a cercarlo altrove o tentare di comprenderlo: è lui che viene a noi tramite i mezzi (media) che ci sono più familiari, è lui che ci comprende, e tanto peggio per quei paludati accademici se non sono stati capaci di tanto. Il meccanismo non è diverso da quello che a intervalli regolari tenta di venderci la “vera musica dei veri poveri del Terzo Mondo”, o dalla ragione per cui ogni anno, tra Giugno e Settembre, i palinsesti si ricordano improvvisamente che esiste un’altra America, quella latina, che sta poco al di sotto degli Stati Uniti. Il vago senso dell’esotico che spinge il turista a voler “esplorare”, ma senza per questo  rinunciare al servizio al tavolo. Allevi ci restituisce questo senso dell’esotico per qualcosa che percepiamo lontano e, per averlo a lungo masticato, sa come rendercelo digeribile, comprensibile, famigliare. Assolve le nostre colpe di consumatori di pattumiere pop e ci fa sentire “grandi” (“guarda mamma, ascolto la classica”) sgravandoci dalla spiacevole incombenza di doverci capire qualche cosa, del doversi confrontare con altra arte, composta in altri mondi e altre epoche per altre situazioni sociali, altre persone, altre realtà che, diciamocelo francamente,  proprio non ci va di conoscere.

“Un collage furbescamente messo insieme. Nulla di nuovo. Il suo successo è una conseguenza del trionfo del relativismo: la scienza del nulla, come ha scritto Claudio Magris. Ma non bisogna stancarsi di ricordare che Beethoven non è Zucchero e Zucchero non è Beethoven. Ma Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi”[2].

Per la serie anche le Grande Parrucche si Incazzano, qualcuno qui sta cercando di fare ordine: Uto Ughi, nel lamentare la scarsa qualità musicale del compositore, cerca contestualmente di separare pop e classica secondo criteri di giudizio diversi, e in questo fa il gioco dell’accusato. La vecchia accademia, al fine, esce allo scoperto e si materializza sulla scena. Davanti all’antagonista il compositore può recitare a buon diritto la parte del grande incompreso, l’esiliato dei conservatori da quella gente di cui l’ottanta se non il novanta per cento delle persone non ha mai sentito parlare – e proprio per questo, ne siamo sicuri, devono essere dei gran rompiscatole. Eccoli i famosi abitanti delle “torri d’avorio”, quelli che odiano la gentaglia perché non ha studiato il loro latinorum. Che antipatici! Il “classico della ggente” ne soffre, ci sta male per un po’, ma poi risorge, con una grande idea e una piccola vendetta.

Sono un Giovanni felice. Ho superato i miei blocchi emotivi, derivati da quella critica feroce che mi aveva portato alla paralisi della creatività.  Poi un giorno, mentre viaggiavo in aereo verso il Giappone, ho fatto un sogno e la mia anima ha trovato gli strumenti per uscire dal buio. Per questo ho intitolato l’album Sunrise. Perché è come un’alba. Si è depositata nella mia mente una melodia per violino e orchestra. E mi è venuto da ridere, visto che il mio grande accusatore è un violinista. L’ho appuntata su un foglietto, e quando sono arrivato a Osaka mi sono chiuso in albergo e ho scritto il primo movimento del concerto per violino[3].

Vita e arte che si intrecciano. Non è questo in fondo tutto ciò che chiediamo a una popstar? Di farci vivere un po’ della sua vita per interposta persona? Di rispecchiarsi fedelmente nella sua opera affinchè si possa (ri)conoscerlo? Ad Allevi va riconosciuto il merito di essere un grande narratore di se stesso. Sarebbe anche più raffinato se non sentisse la costante esigenza di appiccicarsi didascalie e sottotitoli da solo, ma la sua evidentemente è una causa che va esplicata, divulgata, raccontata al mondo intero. Un’interpretazione maligna ma ormai piuttosto diffusa azzarda il parallelo con l’autonarrazione di Silvio Berlusconi: adorato senza riserve dalle folle, incompreso e incomprensibile all’establishment, perseguitato da una “casta” di vecchi bacucchi invidiosi e potentissimi eppure, nonostante questo, destinato a uscirne sempre e comunque splendido vincitore. In effetti quadra. Ma che cos’è mai quella berlusconiana se non la Parabola Pop italiana più venduta degli ultimi vent’anni [4]?


[1] la colonna sonora di Walter/Wendy Carlos, che rivisitava le sinfonie beethoveniane al sintetizzatore fece seguito all’enorme successo di Switched on Bach, primo album di “classica” a vendere 500.000 copie e a guadagnare posizioni nella classifica Billboard nonchè un Grammy proprio per l’anomala categoria Best classical

[2] Intervista a La Stampa: “Il successo di Allevi? Mi offende”, di Sandro Cappelletto,

[3] Intervista a La Stampa:L’alba di Allevi, una follia classica contemporanea” di Marinella Venegoni

[4] Qualcuno, tra le fila del partito e le pagine di giornali editi Mondadori, ha anche provato a definire l’ex premier “un politico rock”; su questo, però, dissentiamo fortemente.

Salva su Disco. Che cosa vale la pena di conservare del mercato discografico.

by Simone Dotto

(Simone Dotto)

L’intervento di Cristiano Godano dal suo blog su ilFattoQuotidiano.it fa seguito al testo di una recente canzone dei suoi Marlene Kuntz con lo stesso nome e già piuttosto incarognita con tutta la faccenda del web partecipativo (ovvero “i blogger sputasentenze”) e del download illegale. Una polemica che ormai tiene banco da un decennio buono, più o meno quanto quella sull’indie-non indie che di recente ci ha visto protagonisti di un dibattito rimbalzato anche un po’ per la (Cristiano, perdonaci) ‘blogosfera’ (vedi qui e qui). Figurarsi il vaso di Pandora che si va ad aprire, allora, quando si cerca di mettere le due questioni insieme. Per questo è importante andare con ordine, nello sviluppare un’argomentazione che non vuole essere solo speculare a cosa in quel post scrive ma anche considerare chi lo scrive, con che titolo a da quale posizione. E poi, per quanto possibile, portare avanti un discorso di valore – ahem – indipendente.

Più chiaro di così…

Punto primo: non prendiamoci in giro. Perché quella del “prima scarico e poi decido cosa comprare” era una gran balla, e forse un po’ lo sapevamo già quando ce la raccontavamo tra noi. E poi perché è vero che a forza di avere tutto in poco tempo, si finisce a dedicarne ancora di meno ad ascoltare. Manca una disciplina dell’ascolto e un’unità di misura diversa da quella del disco long playing, legato a doppio filo ad un tempo in cui i dischi “si compravano”. E manca anche una (auto)disciplina della critica e dell’informazione (non solo musicale) sul web, che spesso è approssimativa, scritta male, superficiale, sempre con la scusa del: “ma posso dire la mia anch’io?”, che tanto non costa niente. Brutto a dirsi, ma a togliere il prezzo talvolta si finisce col togliere pure il valore. E su questo – come sulla democrazia un po’ inselvatichita della rete – Godano e quelli che la pensano come lui hanno ragione. Il che, aggiungiamo però noi, non è comunque un buon motivo per ventilare manie di Restaurazione, alla Si-Stava-Meglio-Quando-Si-Stava-Peggio, quando i dischi erano pochi, e arrivavano d’importazione e dovevi aspettarli per settimane e alle volte andare fino a Londra e altre dormire al casello al confine con la Svizzera… Tanto per chiarire: queste cose spesso sono belle solo per chi le ha vissute in diretta. Agli occhi di chiunque altro ci sarebbe poco/nulla di romantico nel giocarsi la pensione della nonna su un lp krautrock che deve arrivare direttamente da Berlino piuttosto che nella strozzatura ad imbuto che il mercato discografico applica(va) agli articoli ritenuti poco interessanti. E c’è poco nulla di vantaggioso nel non potersi più aggiudicare un album a prezzi da comuni mortali soltanto perché Qualcuno, da lassù, ha deciso che basta, non si (ri)stampa più. Perdonate noi “giovani” malnati se diciamo che questa è nostalgia bella e buona, mentre il vero problema ci pare un altro.

Punto secondo: il  Vero Problema, se davvero è uno solo e se si può spiegare in poche righe, riguarda il mercato o meglio, i due modelli di mercato che “l’attacco del progresso” chiamato in causa da Godano mette a confronto. Uno è quello che conosciamo: in crisi profonda, vede negozi di dischi, catene, etichette major o indipendenti chiudere i battenti sempre più spesso o rassegnarsi a pareggiare i conti. L’altro è quello  di rete, “virtuale” in molti sensi: perché per la stragrande maggioranza è non ufficiale, “nero”, uno scambio di copie a titolo gratuito e in barba alle restrizioni del copyright, illimitato e difficilissimo da limitare; e per un’altra parte, è alla luce del sole, anche se viene ancora visto come un’estensione di quello basato sul supporto fisico:  lo stesso presidente di Universal Music, sentito da ‘Repubblica‘ a proposito dello strapotere dei titoli di catalogo sulle vendite, quantifica quelli provenienti dal “fisico” a due terzi dei guadagni totali.

Ma dal momento che lo stesso cantante dei Marlene ammette di avere: “iTunes ingolfato di file impalpabili” ci è lecito ipotizzare che cosa succederebbe se tutto il download illegale fosse d’incanto legalizzato e se i vari software di filesharing lasciassero la strada libera proprio ai Cavalieri Bianchi di iTunes e compagnia. Entrate in rialzo netto per il mercato musicale, senz’altro, e un bel po’ più di respiro per gli addetti ai lavori. Ma arrivati a questo punto, avrebbe davvero senso mantenere tutte le spese richieste dalla filiera di produzione e stampa dei dischi?  Se la musica messa in rete garantisse il giusto profitto a chi la crea, quanta vita avrebbero ancora negozianti, rivenditori e distributori? E quanto ci metterebbero i musicisti a sbarazzarsi definitivamente delle etichette per massimizzare i profitti? Si fa della fantatecnologia e non lo sapremo mai con certezza, ma forse non è troppo azzardato pensare che se l’mp3 fosse stato il rimpiazzo tecnologico ufficiale (e non clandestino) del cd, allora lo stesso cd avrebbe fatto la fine che a suo tempo spettò al vinile, diminuendo gradualmente le stampe fino quasi a scomparire. Ne consegue un bel paradosso: se la circolazione illegale dei file musicali ha ridimensionato notevolmente il “mercato del disco fisico”, oggi il fatto stesso che per la gran parte resti illegale (sottraendo così diversi introiti al download ufficiale) sta aiutando l’altro a mantenersi in vita, spingendo le etichette a investire di più sulle nicchie di quei consumatori interessati alla stampa in vinile (eccolo che torna…), e che per mettere le mani su quel cofanetto o quel box set di rarità non badano troppo a spese.

Naturalmente non ci sogniamo nemmeno di dire che lo scaricamento selvaggio sta salvando il mercato del disco: piuttosto vorremmo una distinzione un po’ più precisa tra due concetti troppo spesso presi a sinonimo. Il mercato legale è diverso quello tradizionale –  ovvero“su supporto fisico” – e l’uno non implica necessariamente la presenza dell’altro solamente perché così è stato fino a qui. Così è, nonostante le major, da brave multinazionali, spesso facciano le furbe e cerchino di legare la propria strategia di sopravvivenza all’affezione per l’oggetto disco, attraverso campagne minatorie che uniscono moralismo (“non rubare”) e nostalgia (“com’era bello quando comandavamo noi”)  presentando la rete (da cui pure  guadagnano) come una pericolosa terra di nessuno. Un assunto che fa da sottinteso anche al discorso di Godano, che vede il buon ascolto e l’acquisto di vinili/cd come un tutt’uno.

Ma così com’è sbagliato suggerire che chi scarica “ruba” (perché materialmente non sottrae nulla: tutt’alpiù copia), quello che associa l’industria del disco a un innocente musicista alle prime armi che vende i suoi cd al banchetto del dopoconcerto è un falso mito a uso e consumo delle label di cui sopra. Il modello dal produttore al consumatore non è mai stato nei piani della grande discografia, casomai di quella indipendente, quando mandava i dischi per posta. Questa (falsa) analogia serve solo ad occultare la legittima – ma forse “poco rappresentabile” – serie di passaggi che giustifica il prezzo di un cd. La stessa che ora con la possibilità di scaricare o di ordinare via internet si rimette totalmente in questione. Nel suo scritto, Godano si richiama al modello imprenditoriale usato dai Radiohead, evidenziando il (più che probabile) fallimento della logica a offerta libera e sottolineando che vendere la propria produzione così – bypassando casa discografica, distribuzione nei negozi e anche la stampa specializzata, che si ritrova a rincorrere anziché anticipare  – è un lusso per pochi privilegiati. Non ci si sofferma però a riflettere su com’è che vendere il proprio disco direttamente a chi lo ascolterà e al prezzo – o “non prezzo” – che si ritiene opportuno, sia diventato un lusso: buona parte del motivo, secondo noi, sta proprio nella resistenza applicata da quel che resta della catena di produzione discografica. Tenerla in vita converrà fino a quando garantirà ancora buona parte dell’introito.

Punto terzo: La questione Morale. Per la verità quasi niente del discorso affrontato dal cantante prende però in considerazione il mercato discografico allo stato attuale. Perlopiù il suo è un ragionamento condotto dalla prospettiva dell’ascoltatore, un ascoltatore che sa quanto vale il lavoro del musicista e che ha tutte le intenzione di dargli il giusto valore. Citiamo:

“Io penso che neanche 20 [euro, ndr] siano troppe. Provate a trovarmi un solo oggetto o attività che alla stessa cifra rappresenti un investimento di analogo valore di ricompensa nel tempo: una pizza con gli amici? Una ricarica telefonica? Una t-shirt comprata al mercato? Due biglietti del cinema? No: un disco che abbiamo amato lo abbiamo ascoltato centinaia di volte, al costo di sole venti euro. Neanche un libro dona così tanto in termini di emozioni rinnovate”.

Personale – e discutibile – la graduatoria con gli altri prodotti culturali ma il messaggio è chiaro: scegliere di comprare qualcosa che si potrebbe avere per nulla è un atto “politico” verso un’industria che si vuole sostenere. Questo, in sostanza, ci chiede Godano. E che il lavoro del musicista venga retribuito per quel che merita. Sacrosanto. Ma come si è visto non è solo il lavoro del musicista a giustificare quanto costerà il prodotto: se molti dei passaggi che contribuiscono a formare il prezzo sono “obbligati” per la realizzazione dell’oggetto in sé, altri servono a portare i soldi nelle casse delle organizzazioni che lavorano intorno al musicista e per la promozione del disco. Si torna insomma alla trafila di cui sopra. E se la convenienza economica da sola non la giustifica più, a farlo dev’essere la scelta di chi compra. Proprio perchè “se una cosa è gratis anche spendere 10 euro per un cd nuovo di zecca è comunque troppo”, l’ascoltatore che sceglie di spenderli dovrebbe chiedere una scelta di pari consapevolezza a tutti i reparti che stanno dietro l’oggetto del suo acquisto. Dando i miei soldi al caro vecchio negoziante di dischi non mi limito a procurarmi qualcosa che quasi sicuramente mi costerebbe meno per altre vie: contribuisco a mantenere in vita un intero sistema e, per farlo, è necessario che quel sistema mi piaccia almeno un po’.

Un esempio pratico, tanto per capirsi. Dopo diversi pellegrinaggi per altrettante label multinazionali, gli ultimi due dischi dei Marlene Kuntz (t’oh!) escono con la targa Sony Music. La stessa etichetta che ha pubblicato l’ultima compilation legata al talent show di Maria De Filippi Amici assieme ad alcuni album dei suoi ex concorrenti; la stessa il cui ex presidente Rudy Zerbi siede nelle giurie della trasmissione; la stessa che ha attualmente nel roster quell’Eros Ramazzotti che Godano bolla come “cantante da autogrill”. La politica “indifferenziata” tipica di una grande casa discografica. Nulla che vada ad inficiare la qualità della musica dei Marlene Kuntz o degli altri artisti sotto contratto, beninteso. Ma già che si tratta di razionare (e razionalizzare) i propri acquisti secondo le disponibilità economiche, qualche potenziale acquirente potrebbe preferire dare i propri risparmi altrove. Comprare un disco della Rough Trade, della Sub Pop, della XL piuttosto che della Tempesta (o del fu Consorzio Produttori Indipendenti, di cui la band cuneese ha fatto parte) aveva e ha ancora senso a prescindere dal titolo: per la forte identità delle relative offerte. Non altrettanto si può dire per le uscite di Sony e Universal, ora più di prima proiettate sul “consumismo per inerzia”, per citare l’efficace espressione godaniana. Che poi oggi è quello che sceglie soprattutto guardando la tv e che, per la cronaca, nella classifica ancora detta legge.

Ecco che le tematiche dell’indipendenza, uscite dalla porta con il tracollo delle industrie, tornano dalla finestra quando il consumatore è reso più (almeno economicamente) “indipendente”, anche grazie al filesharing. E qui davvero non si dice nulla di nuovo. Acquistare un disco anziché scaricarlo, acquistarlo al negozietto sopravvissuto anziché in una grande catena o al famigerato autogrill, acquistarlo da un’etichetta buona ma piccola e male in arnese anziché da un marchio multinazionale: tutti passaggi di una stessa scelta che con la convenienza dell’offerta sul mercato hanno poco a che fare, ma rispondono ad alti criteri. Scegliere di comprare i dischi non significa (e non deve significare) “salvare la musica” indiscriminatamente, come qualche slogan vorrebbe farci credere: può voler dire però separare il bambino dall’acqua sporca e scegliere quale mercato si vuole salvare. L’esatto contrario, insomma, di quanto farebbe un “consumista per inerzia”.

Perchè Sanremo è Sanremo? Pop kills its soul

by Simone Dotto

The shape of punk to come

(di Simone Dotto)

A frugare tra le briciole lasciate dal banchetto sanremese (se ha ancora senso farlo in tempi tanto antitelevisivi, dopo più di due settimane) resta una certezza: chi dice che l’Ariston si aggrappa al passato per difendere un’epoca che non c’è più, ci ha capito poco o nulla. Poche cose funzionano invece da cartina di tornasole mediatica e sociale – non musicale – quanto il Festival della Canzone Italiana. Per capire il perché peschiamo il concetto chiave della nostra analisi, guarda caso, da una serie televisiva, o meglio, da una serie televisiva che parla di televisione, Boris. La Locura teorizzata da uno degli sceneggiatori è la formula magica per risollevare in extremis le sorti della soap opera Gli Occhi del Cuore: «la tradizione con una bella spruzzata di pazzia, il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di pailettes. In una parola: Platinette»

La descrizione calza a pennello e la presenza della stessa Platinette (al secolo Mario Coluzzi) sul palco al fianco dei Matia Bazar (1) sta lì a chiudere il cerchio. I veterani festivalieri e il personaggio glamour, come da copione: un aggiornamento del gattopardesco “tutto cambia perché niente cambi”, se si vuole alzare l’asticella delle citazioni. Solo così il luogo comune di un Sanremo sempre uguale a se stesso può conciliarsi con quello altrettanto diffuso del Sanremo “provocazionista”: quell’attitudine da scandalo ad ogni costo sullo sfondo di una Rai ancora inamidata nel dopoguerra democristiano.

Quel che ci interessa qui non è tanto capire se le provocazioni fossero o meno orchestrate allo scopo di alzare l’audience (come regolarmente si ritorna ad insinuare), ma piuttosto come queste contribuiscano all’economia della trasmissione. «Perché Sanremo è Sanremo» è molto più di uno slogan: è una tautologia che serve a spiegare la natura di un evento totalmente autoreferenziale. Forse addirittura un passo oltre la (neo)televisione cannibale teorizzata da Eco: è una trasmissione evento che si mangia da sola.

Prendiamo ad esempio le chiacchieratissime invettive di Adriano Celentano alla prima serata. Non solo si inseriscono in un continuum tutto mediatico che chi non seguiva il discorso da prima del festival non poteva apprezzare appieno («perché ce l’ha tanto con Famiglia Cristiana e Avvenire? E come mai dà del cretino ad Aldo Grasso?») ma dopo essere state riprese da tutti i media nazionali, con i consueti dibattiti fra schieramenti pro e contro, tornano nella serata finale. La seconda ospitata del cantante, insomma, consiste proprio nella risposta alle critiche ricevute fino a quel momento: un’ora di trasmissione scritta (?) semplicemente consultando la cassetta dei reclami. Di più: i fischi e gli applausi in sala sembrano fatti apposta per fagocitare e rimettere in scena addirittura lo scontro fra sostenitori e detrattori che animato il dibattito nei giorni precedenti (2).

Più del “caso Celentano” (che è quasi evento nell’evento, un’autoreferenzialità a parte) sono indicativi gli interventi dei comici. Luca e Paolo, presenti come ospiti in continuità con l’edizione precedente, sono anche loro oggetto di critiche, queste sì un po’ “alla vecchia maniera”: «troppe parolacce!». Detto fatto: il duo, proprio come Celentano (magari con qualche consapevolezza contestuale in più) si ripresenta  nella finale con un pezzo concepito unicamente per rispondere alle accuse. Il risultato, ciò che nasce apparentemente per andare contro Sanremo, concorre in realtà a formare e conservare lo stesso show in quanto tale.

È anche grazie a quest’autoreferenzialità, ingrediente base per far procedere lo spettacolo, che il contenitore-sanremo riesce ad assorbire e inglobare qualsiasi critica sociale. Come nel caso de I Soliti Idioti, il duo comico targato MTV che, per età e provenienza, si riferisce a platee totalmente diverse da quelle di Rai Uno e del Festival, più giovani e più smaliziate. Gli attori (Mandelli e Biggio) sembrano consapevoli della diversità del contesto e nel primo stacco giocano a ritardare il tormentone con la parolaccia (il celebre: «dai cazzo!») che il pubblico si aspetta. Ma, in definitiva, è soprattutto il contesto a giocare con loro: le battute sulla gente in sala che non paga le tasse (proprio il primo giorno della Kermesse la Guardia di Finanza aveva “aperto il Festival” con i controlli nei negozi della cittadina) passano come acqua fresca. A depotenziare gli sfottò rivolti agli spettatori ci pensano… gli spettatori stessi. Mentre i due “satireggiano” con il personaggio di un padre disposto a tutto pur di «fare il picco» in televisione la gente seduta alle spalle si contorce per guadagnare un angolo di inquadratura. A vanificare i già deboli tentativi di critica sociali dei Soliti Idioti ci sono i soliti idioti che salutano a casa: quando la realtà supera a destra la parodia.

Dulcis in fundo, chi si risente: la musica. Perché anche nella gara tra le canzoni la televisione mette lo zampino, perlomeno da tre anni a questa parte. Da quando, cioè, sulla ribalta sanremese sono sbarcati i giovani dei talent show. La presa dell’Ariston è praticamente immediata: tre vincitori talented, quattro posti sul podio e un vincitore della sezione giovani dal 2009 a oggi.

Il podio dell’edizione appena trascorsa ha segnato un en plein: prima e terza classificata rispettivamente da Amici e X Factor e secondo posto ad Arisa (che personaggio televisivo è stato e pure a X Factor, sia pure dalla parte del giudice) (3). Numeri che riconfermano le distanze ormai quasi nulle tra il tradizionale pubblico di Rai Uno e il target più giovane dei talent show (complice anche lo strumento del televoto) e che vanno a smentire anche la “Maledizione Jalisse”, per cui la canzone vincitrice sarebbe di fatto quella meno venduta e meno trasmessa. Acqua passata, ormai. Eredità di un tempo in cui forse davvero si trionfava in nome di una vecchia concezione di musica leggera. Ora canzoni e cantanti vincitori passano in tv e in radio come ci passavano prima, forse perché ci passavano prima. Un primo posto nel vecchio Festival della Canzone diventa il coronamento di un percorso che nasce, continua (e muore) all’interno della televisione, formando un circolo virtuoso che rende sempre più difficile l’accesso a chi non ha già maturato la cittadinanza catodica.

Note:

(1) La sostanziale bocciatura della performance da parte dal pubblico può essere spiegata con il fatto che, proprio in quell’occasione, Platinette ha rinunciato a Platineggiare, presentandosi senza trucco e parrucco e facendo venir meno forse il senso stesso dell’ospitata. Quel che è certo è che, con l’eliminazione di Sei tu al secondo turno, si è scongiurata l’eventualità del quarto podio consecutivo (dal 2001 a oggi)  per una formazione il cui Regno del Terrore dura ormai da dodici festival e trentasei dischi.

(2) A proposito di autoreferenzialità televisiva: le divergenze di opinione sul cosiddetto caso Celentano hanno creato una dissociazione interna allo stesso Festival e persino nell’azienda della Rai. A un certo punto è addirittura il presentatore Gianni Morandi ad unirsi a chi grida al complotto sostenendo pubblicamente che i fischi contro il monologo del molleggiato fossero pilotati. Il conduttore, in altre parole, confessa di aver condotto uno spettacolo dentro un altro spettacolo più grande.

(3) In pieno spirito corporativo, Emma Marrone – che poi risulterà vincitrice – chiama ad accompagnarla, nella serata dei duetti con voci italiane Alessandra Amoroso, la vincitrice dell’edizione precedente dello stesso talent show Amici. Come a voler dimostrare che i giovani “talenti” non hanno bisogno di padrini né raccomandazioni dall’esterno, e si giustificano in quanto tali… e vai così!