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Mese: gennaio, 2013

Lo spettacolo berlusconiano e la morte del varietà

by Hamilton Santià

(Alessandro Ronchi)

Non mi era mai capitato di guardare con attenzione I fatti vostri, il programma in onda ogni mattina su RAI 2 da tutte le mattine del mondo, a memoria d’uomo. C’è un gruppo di rimasti improbabili e male assortiti – i conduttori – che fa cose ex abrupto, senza soluzione di continuità, freneticamente, muovendosi in uno studio apparentemente emicircolare e pieno di spazi eterogenei. Queste cose sono schegge impazzite del “cadavere del varietà”: canzoni, sketch, giochi col pubblico a casa, oroscopi. Ogni tanto appaiono e scompaiono figuranti, sempre apparentemente senza logica né motivo. Aleggia un senso di disperazione, qualcosa a metà tra l’ospedale psichiatrico e la Notte di Valpurga. Ne sono rimasto molto affascinato. Si avverte anche la tristezza del circo contemporaneo, dell’arena di segatura dove gli ultimi epigoni di lignaggi consacrati all’intrattenimento si dannano l’anima per divertire e meravigliare un pubblico sempre più raro e meno impressionabile, combattuti tra l’accettare compromessi con il nuovo entertainment parricida oppure ritirarsi sull’Aventino della propria riserva indiana (circa come accadde per gli attori del muto dopo il passaggio al sonoro e con le radio star killed – o, più spesso, traslocate – dal video).

Piazza Italia, da qualche parte nel tempo

Perché tutto si può dire del colorito cast de I fatti vostri se non che non ce la mettano tutta. Si direbbe gente disposta a morire intrattenendo, combattendo ad armi impari con un linguaggio televisivo egemone che si è articolato cannibalizzando dal suo ventre il linguaggio RAI del varietà, quando il neonato network di Berlusconi ne acquistò a suon di miliardi i protagonisti per neutralizzarli mentre lo stato dell’arte diventava, gradualmente, Drive In, Striscia la Notizia, il reality show, il talk show di Barbara d’Urso. Il risultato di tanti sforzi è ovviamente camp, qualcosa di cui si può ridere. Tuttavia, fedelmente ai presupposti teorizzati da Susan Sontag nelle sue Notes (pubblicate in Contro l’interpretazione, 1998), il camp è cattivo gusto senza coscienza né secondi fini, è il cattivo gusto innocente.

Non c’è nulla di innocente, invece, nell’estetica e nell’antropologia dei format condotti da Bonolis o Enrico Papi o Teo Mammuccari nei quali, all’apologia dei vizi atavici dell’italiano fanfarone, familista amorale e ricco in espedienti quanto povero in coscienza civica (italiano che nella commedia all’italiana, almeno, era simpatico) si sovrappone un freak show di nuovi mostri ignoranti e cafoni, per cui l’apparire è il messaggio e il livellamento verso il basso corrisponde all’approssimarsi all’egemonia culturale, in un corto circuito tra studi televisivi, strade e case e luoghi del potere e delle istituzioni. Videocracy, vallettopoli, politica-spettacolo e spettacolo-politica: superfluo indicare, ancora una volta, le strutture e le persone responsabili di questa mutazione antropologica.

Ad un livello più profondo non sono innocenti neppure i quiz di Gerry Scotti dove, pacatamente, sottotraccia, subliminalmente viene ratificata una visione del mondo reazionaria e bigotta. Il/la concorrente, Renzo o Lucia secondo i casi, cerca, portando in olocausto il proprio nozionismo, di ingraziarsi la divinità della TV e il suo pingue sacerdote da strapaese affinché come per miracolo gettoni d’oro piovano dal cielo e possa avverarsi il sogno: terminare gli studi, sposarsi, trovare un lavoro e formare una famiglia felicemente alienata, purché tradizionale e eterosessuale. E lasciare qualche spicciolo in beneficenza, a modo di tangente al politically correct. Non a caso le vallette di Passaparola finiscono ad Arcore, lo Scotti benedice il pubblico a fine show come un telepredicatore e recentemente conduce (anzi, officia) un gioco a premi facendo volare mazzette di banconote come neanche la camorra quando ricicla il denaro sporco. Tout se tient, sempre.

Non sono innocenti ovviamente Barabara d’Urso e il suo populismo funzionale al Potere che risolve qualsiasi istanza civica preventivamente ridotta alla propria caricatura con la lacrima e la compassione automatica, superficiale, assolutoria per tutti. Chiagne e fotte se è vero che il populismo porta alle dittature – oppure le invita a conversare amabilmente senza contradditorio per ore.
Non è necessario dilungarsi, l’hanno fatto già in molti a partire da Giovanni Sartori in Homo Videns, sulla nuova antropologia italiana, sull’homo televisivus e sui disegni di potere ai quali è funzionale e in vista dei quali è stato plasmato come un Golem. Comunque ricordiamo che, quattordici anni dopo il lancio in grande stile di Canale 5, Canale 5 e le altre reti Fininvest hanno lanciato, sempre in grande stile, la neonata formazione “politica” Forza Italia. Tuttavia, la penetrazione dell’idioma dei barbari di Cologno Monzese nella Città Eterna di Saxa Rubra era già cominciato sulla scorta di ragioni di concorrenza sul piano degli ascolti e della raccolta pubblicitaria ben prima della designazione post elettorale di direttori e consiglieri. Berlusconi e il suo mondo, la sua versione italianissima dell‘American Way of Life, anello mancante tra il darwinismo innervante le dinamiche sociali a stelle e strisce nella sua versione spettacolare dello yuppismo e l’autoctono craxismo, stavano già vincendo, culturalmente ed economicamente, prima di prendersi tutto.

Cosa c’era, nella tv italiana, nell’evo pre Drive In? Certo, c’era la “RAI dei professori”, l’esperienza “corsara” di Eco, Vattimo e Colombo, il Match arbitrato da Alberto Arbasino, La notte della Repubblica di Sergio Zavoli e sceneggiati che rendevano pop Dostoevskij, Balzac e Gogol e, a volte, poco avevano da invidiare a nouvelle vague e neorealismo (e spesso ne condividevano le firme, da Cesare Zavattini a Liliana Cavani). Tuttavia le élite resistono sempre, magari ritratte nelle catacombe di reti amiche e orari notturni, per poi rifiorire in termini di quantità e visibilità nella primavera dell’offerta digitale (ad esempio la RAI 4 di Freccero, la RAI 5 di Daverio, la RAI Storia di Minoli). L’agnello sacrificale dell’evoluzione di tempi e linguaggi è stato l’intrattenimento popolare, nello specifico il varietà, apoteosi e rituale della televisione generalista per le masse. E pare molto scontato ma inevitabile ricordare l’abusata profezia di Pasolini sulla corruzione delle masse popolari ad opera della società dello spettacolo.

Non è difficile oggi farsi un’idea almeno sommaria di cosa fosse, allora, il varietà. È sufficiente fare zapping, meglio nei mesi estivi, tra Blob e programmi-sutura. Il varietà, forma contenitrice a partire dal nome, raccoglieva nel sabato sera italiano canzoni, sketch comici, ospiti, giochi, balletti… valeva tutto ciò che poteva intrattenere. Lo spettacolo berlusconiano, troppo intelligente per riformare la liturgia di un popolo antropologicamente conservatore, ne riprende i tipi stravolgendone il senso. Non si tratta – non soltanto quanto meno – di rimpiangere il garbo, l’eleganza, l’understatement, la professionalità e anche il wit dei bei tempi andati quando le videostar si chiamavano Walter Chiari, Vittorio de Sica, Mina, Alberto Sordi, Tognazzi & Vianello. Non si tratta neppure di stravolgere l’ideologia essenzialmente reazionaria del varietà. Suscitano tenerezza, a distanza di oltre quarant’anni, gli sketch sui “capelloni” paragonati a curiosi animali. Semmai il varietà è sempre stato attento a inglobare nel suo vasto ventre le tendenze sociali che furono radicali nell’istante stesso in cui si trasformavano in mainstream e si disinnescavano – quanti “punk” all’acqua di rose nel varietà degli anni Ottanta!

La differenza tra lo spettacolo del varietà RAI e lo spettacolo berlusconiano è sostanzialmente stilistica, si regge sulla nozione di estetica come suggestione di un immaginario e quindi di un’etica. In un caso da manuale della televisione Raffaella Carrà era capace di ipnotizzare una nazione intera chiedendo di contare i fagioli contenuti in un barattolo, il grado zero quasi zen e quasi dada del medium. Di senso opposto, ma altrettanto radicale, l’inserimento quasi carbonaro, che rimandava ai fenomeni allora d’avanguardia, delle tendenze dell’arte informale, della danza contemporanea, del design optical da parte di scenografi, coreografi, costumisti dell’age d’or del varietà. L’estetica Mediaset rimanda semplicemente agli interni del Billionaire (si veda, a puro titolo esemplificativo, Chiambretti Night) o a nonluoghi di cartapesta e spotlight che a loro volta rimandano a Milano 2 o alle scenografie elettorali di Berlusconi n una riduplicazione delle forme più volgari e deleterie dell’esistente e del provinciale. Semplificando, da Busby Berkeley a Flavio Briatore.

Siccome ogni vero regime, politico ma anche estetico, crea da sé gli spazi del dissenso funzionali alla sua sopravvivenza, aggiungiamo una postilla – di stretta attualità – sullo spettacolo berlusconiano di marca ideologica opposta. Il linguaggio di Santoro e dei suoi talk show, pregni di populismo, monologhi, semplificazioni manichee e risse quanto poveri di dialettica, si rivela uno specchio fedelissimo come provato dal recente two man show per cui il Guardian che vede gli eventi in prospettiva geografica (e, en passant, ha sempre ragione), non ha potuto evitare di commentare: “some things have not changed in Italy since crowds watched with morbid fascination during the bloodshed at the Colosseum”. Tanto funzionale ai disegni berlusconiani di polarizzazione da far apparire, al confronto, I fatti vostri un esempio di resistenza culturale.

Alessandro Ronchi si occupa di arte, cinema, musica, visual culture e cultura pop. Attualmente è redattore di Artribune.

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«Effetto» Nirvana

by Hamilton Santià

(Hamilton Santià)

Cloud Nothings. File under: spaccare

Premessa

Tra i vari pregi di abitare, anche solo per qualche tempo, in una global city, c’è la possibilità di vedere dal vivo praticamente tutte le band del mondo. Non si può prescindere da posti come Londra, New York, Berlino, Parigi, Tokyo, se suoni. E quando suoni lì, suoni come se da qual concerto dipendesse gran parte della tua carriera. Sono i contro di una “città globale”. Non puoi scherzare. Ora si fa sul serio. Come dice il personaggio interpretato da Jimmy Fallon agli Stillwater quando, in Almost Famous (Cameron Crowe, 2000), la band arriva a New York: “Fate bene a essere nervosi.” Sono quelle metropoli angolari. In cui si sente il polso delle cose mentre queste stanno accadendo.

Negli ultimi anni, due delle band che più sono state in grado di accendere il mio personale entusiasmo sono state i Japandroids e i Cloud Nothings. Entrambe hanno avuto un grandissimo 2012. I loro rispettivi dischi sono finiti nelle classifiche di fine anno dei siti di riferimento come Pitchfork e Stereogum. Li visti dal vivo a Londra a distanza di poche settimane li uno dagli altri. E nonostante le affinità ideologiche (sia a livello sonoro, sia a livello esistenziale), i due concerti hanno sottolineato alcune differenze fondamentali.

Al netto di una qualità di scrittura superiore alla media, i concerti dei Japandroids (uso il plurale perché a Londra ho avuto conferma delle sensazioni che avevo percepito durante un concerto della band a Barcellona) sono la quintessenza della stilizzazione. Sono un duo che non è in grado di suonare dal vivo come un duo. Ma pur non essendo in grado – batteria e chitarra vanno per i fatti loro, e spesso la sezione ritmica è costretta a inseguire gli svolazzi del cantante: l’impressione è che non si sentano mentre suonano – si ostinano a non assumere nessun bassista. Ci sta. È la logica dietro al loro brand specifico. I Japandroids si sono venduti come un duo. E questo sarà sempre. Un duo. Non una band, un duo. Nonostante questo, e nonostante tutte le impressioni che uno si può fare dall’ascolto dei testi di Celebration Rock, però, Brian King (chitarra e voce) sembra essere più interessato a costruirsi un personaggio cool. Mosse studiate, atteggiamenti sopra le righe, sensazione di distanza tra loro e il pubblico un po’ come se da un lato ci fosse qualcuno che, anche attraverso i monologhi – in linea con i testi delle canzoni – sulla società post-industriale e il consumismo, sembra “volerti spiegare come vanno le cose”. Ci sta. Nessuno è obbligato a una totale aderenza musica-testi-stile_di_vita. Ma questo fa sembrare il progetto della band un po’ più falso e distaccato. Tutto studiato. Tutto preciso. Tutto impostato ad ottenere un determinato effetto. E non è un caso che Celebration Rock sia mediamente presente in più classifiche e in posizioni più alte rispetto a Attack on Memory dei Cloud Nothings. I Japandroids sono il classico gruppo che sta vivendo un momentum, lo sta sfruttando al meglio e cerca di non fare passi falsi nonostante dei concerti che, date le aspettative, non esito a definire deludenti. Ma non sto dicendo siano un gruppo “disonesto”. Quanto un gruppo che fa una netta distinzione tra essere e rappresentazione, come se l’ultima prendesse il sopravvento in determinate situazioni.

I Cloud Nothings, invece, sembrano riportare sul palco una sorta di immediatezza perduta. Salgono davvero coi vestiti che avevano la sera prima. Non si perdono in parole inutili e quando attaccano i distorsori, attaccano i distorsori. I Cloud Nothings spaccano. Ma soprattutto, i Cloud Nothings hanno un senso e una strada da percorrere. Sul palco urlano come se fosse davvero il loro ultimo concerto. E le loro urla sono convincenti. Sono grida di disperazione che non cadono nel vuoto. Anzi. Il pubblico va vicino. Avanza brano dopo brano. Si ammassa davanti al cantante e, addirittura, si unisce in coro. Niente di strano, direte voi. E avreste ragione. Ma i sing-along avvengono su strofe come: “No one knows our plan for us/We won’t last long” (Our Plan) oppure: I thought/I would/Be more/Than this” (Wasted Days). L’età media è bassa. Le prime file sono occupate da 20-25enni. Ondeggiano su brani da titoli come No Future/No Past. Urlano quel tipo di strofe e si sentono rappresentati. Urlano riportando il sing-along al suo compito principale: non tanto narcisismo distaccato ma espressione di un senso di appartenenza. Se consideriamo anche quanto è diventato importante il concerto nell’attuale configurazione dell’esperienza musicale1, i Cloud Nothings sembrano più attuali, più vicini, più sintonizzati alle cose che stanno accadendo rispetto ai Japandroids.

Ma non è solo una questione di gusto personale o di affinità elettive o, ancora, di infinitesime differenze di tono e stile tra i due gruppi. Quanto una differenza di paradigma. Come se i Japandroids fossero gli alfieri – vagamente di retroguardia – di una sorta di postmoderno realizzato mentre i Cloud Nothings cerchino di usare la musica come mezzo per un ritorno all’onestà e all’espressione esplicita di un sentimento.

Japandroids. File under: post-nothing

Ironia vs Sincerità

La differenza fondamentale, almeno per quanto riguarda gli approcci dal vivo, quindi, sta nel cambio di paradigma. È come se i Japandroids fossero ancora legati al rassicurante distacco ironico. Come se dovessero nascondersi da qualcosa. Nel loro atteggiamento si vede la volontà di creare una sorta di barriera emotiva tra loro e il resto. Come se il cinismo fosse un’armatura impossibile da scalfire. Armatura fatta di citazioni. Si leggano i titoli dei brani: si può quasi comporre un pantheon di riferimento sospeso tra indie-rock (Dream Syndicate, Gun Club) e classicismo (Bruce Springsteen, Thin Lizzy). Citazioni che rivoltano il senso originale creando una sorta di scenario distopico in cui consumismo, capitalismo e aridità umana hanno ormai reso impossibile qualunque genere di empatia. La sensazione, però, è che un atteggiamento del genere sia inesorabilmente fuori dal tempo. Non voglio salire a tutti i costi sul carrozzone di chi urla la fine del postmoderno a tutti i costi perché è così, ma qualche considerazione va fatta. In molti campi della critica e dell’analisi si stanno argomentando tesi sul ritorno del reale. Per David Shields2, ad esempio, il proliferare di frammenti documentaristici e autobiografici nei romanzi, il ricorrere a una narrazione in prima persona, e l’esplosione del memoir come genere letterario (non importa se vero o autentico, ma come genere in grado di garantire un certo effetto) risponde all’esigenza di una fame di realtà. Per Geoff King, invece, il cinema contemporaneo americano viaggia su una doppia strada in cui il confine tra empatia e distacco emotivo è non solo sottile, ma spesso addirittura inesistente3. In Italia, poi, è in atto una proficua e stimolante querelle culturale iniziata dal filosofo Maurizio Ferraris sul ritorno del reale come esigenza pragmatica per distaccarsi dai danni residuali del pensiero debole4. Questa tesi è stata sposata, tra gli altri, da Umberto Eco con alcuni recenti interventi pubblicati su Repubblica e alfabeta2 (e nel recente volume pubblicato da Einaudi Bentornata realtà5). Già nel 1985, il semiologo alessandrino, pubblica le Postille al suo Il nome della rosa in cui rifletteva sulla piega pericolosa che il reame dell’ironia – per cui tutto diventava postmoderno – poteva far prendere a tutta la produzione culturale.

Quando una rivista come The Atlantic, per rispondere a un editoriale “fuori tempo massimo” del New York Times – in cui si esegue l’ennesima tassonomia sull’hipster come “alieno metropolitano apolitico”6 afferma che è ora di alzare il tiro e smetterla di fermarsi alle solite argomentazioni, esprime una posizione chiara. La Generazione Y, nata nella rivoluzione digitale e che ha subìto l’influsso dell’ironia e del postmoderno grazie al sistema dei media e i fratelli maggiori della Generazione X sta ritornando alla sincerità, sta rifiutando il distacco ed è alla ricerca del “proprio” reale. Non dobbiamo confondere, però, questa ricerca con il mito dell’autenticità a tutti i costi. Un mito che rischia di essere costruito e stilizzato al pari di chi ancora si arrocca nella confortevole nicchia del distacco ironico. Quello che sta accadendo è qualcosa di diverso.

Si può fare una distinzione del genere anche sulle persone? Probabilmente no, ma se consideriamo i testi e le tendenze che stanno emergendo si percepisce che qualcosa sta cambiando. E il cambiamento sembra portare alla luce un certo tipo di esigenza che, in musica, i Cloud Nothings sembrano aver intercettato. Spingendo il pubblico a unirsi, urlare e riconoscersi in versi in cui si esplicita il disagio generazionale post-crisi economica, la band di Cleveland segnala i sintomi e le urgenze di una generazione che sta cercando una voce. E lo fa attraverso il ritorno a un’elettricità incazzata capace di rappresentare la sincerità di un disagio reale e di una precarietà esistenziale. Precarietà esistenziale che si cerca di combattere in qualche modo.

From here to… quale «Effetto»?

Un ultimo appunto sul titolo di questo articolo: «Effetto» Nirvana. In un diverso contesto, con una diversa configurazione e in uno scenario infinitamente più stratificato e dispersivo (e sono passati solo vent’anni!), i Cloud Nothings sono riusciti a farsi carico e ad intercettare il disagio generazionale degli under-30, anche se non avranno mai quel tipo di influenza né quel potere di incidere e di far cambiare qualcosa. Non per mancanza di strumenti o di capacità, ma per colpa di una ridefinizione delle “gerarchie culturali” in cui la musica sembra non essere più in grado di essere la forza eruttiva capace di creare una sorta di punto fondamentale nella storia. Si parla dell’uscita di Nevermind e del 1991 come uno spartiacque generazionale e sociale. Ma è stato forse l’ultimo cambiamento in cui la musica è stata agente attiva. Il senso, però, è lo stesso. Ed è significativo il fatto che questo avvenga attraverso l’indie-rock riportato alla sua funzione primitiva di suono abrasivo, dirompente e distintivo. Adesso, questa musica è una musica tra le tante, ma forse ancora in grado – se fatta non tanto con autenticità (che in questo senso rimanda più a un immaginario classico che vede ancora in gente come Springsteen e Neil Young i suoi alfieri) quanto con sincerità – di farsi portatrice non solo del disagio ma anche di una reazione caratteristica. Non sto dicendo che il rock è più sincero dell’hip-hop o della dubstep. Sono tutte tendenze che hanno il loro senso specifico e la loro forza che infatti, nonostante le infinite sfaccettature, viene intercettata da un pubblico ideale. Credo però la rabbia dei Cloud Nothings sia espressa meglio grazie al tono delle loro chitarre. Una rabbia e una sincerità che non si percepisce nei Japandroids, ma anche in altri gruppi (come i Soft Pack o gli Yuck) che negli ultimi anni hanno cercato di proporsi come esponenti di un revival anni Novanta in cui si prendevano le chitarre ma se ne smarriva l’insegnamento.

1 Ne ho già parlato diffusamente qui.

2 Cfr. David Shields, Fame di realtà. Un manifesto. Fazi, Roma 2011.

3 Cfr. Geoff King, Indie 2.0. I.B. Tauris & co., London 2013.

4 Cfr. Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, Roma-Bari 2012.

5 Cfr. Mario De Caro, Maurizio Ferraris (a cura di), Bentornata realtà. Il nuovo realismo in discussione. Einaudi, Torino 2012.

6 Ricordo la necessità di fare una distinzione tra la nostra percezione dell’hipster e quella del mondo anglosassone. Da noi il fenomeno sta accadendo ora con il consueto lustro di ritardo rispetto a Londra e New York. Oltre la Manica e l’atlantico, invece, è qualcosa di ormai perfettamente assimilato e integrato nel tessuto urbano.