#cattivogiornalismo (2) – Il rumore di fondo dello split-screen

by infinitext.

(SPECIALE  #cattivogiornalismo. Leggi anche: Il mormorio ci seppellirà?)

 di Philip Di Salvo

split

Straniamento alla Brian De Palma

La sparatoria davanti a Palazzo Chigi è rimbalzata anche su Twitter, come qualsiasi altro evento accada ovunque, anche dall’altra parte dell’Oceano. Rispetto ad altri avvenimenti passati, però, i media tradizionali in questo frangente hanno finalmente perso l’occasione di riflettere sul loro ruolo in questo ecosistema e sul modo in cui sono chiamati a comportarsi quando una tragedia accade da qualche parte nel globo. Con sorpresa, questa volta, “la notizia è arrivata prima su Twitter” non è stata una notizia.

La curiosità superficiale dei media mainstream nell’approcciare quelli che, erroneamente – Facebook festeggia nel 2014 il suo decimo anno di vita – sono ancora considerati nuovi media, non ha partorito, in occasione degli spari davanti alla sede dell’esecutivo, alcuna riflessione sulla lentezza dei mezzi di comunicazione professionali in confronto alla snellezza e velocità dei cinguettii. Vivaddio. Il merito, forse, è da dare nelle mani della troupe di Rai News 24 che si trovava nelle immediate vicinanze del luogo della sparatoria e ha potuto trasmettere in diretta da Piazza Colonna a partire dai primi concitati attimi che hanno seguito la sparatoria e per il resto della giornata, fornendo un ottimo servizio d’informazione.

Twitter, questa volta, ha dovuto seguire la televisione per quanto concerne la pura cronaca. Non c’erano testimoni diretti davanti a Palazzo Chigi pronti a twittare dell’accaduto fornendo informazioni in tempo reale. In buona sostanza e per esempio, contrariamente a quanto avvenuto per l’uccisione di Osama Bin Laden1, le violenze durante le manifestazioni degli indignados italiani2 o la morte di Oscar Lugi Scalfaro3, Twitter non ha dato la notizia, l’ha solo potuta commentare. Facendo quello che, purtroppo, gli riesce meglio in questi frangenti: creare confusione. Twitter è uno strumento magnifico e la sua massima potenza si manifesta proprio come mezzo di diffusione d’informazioni, prima ancora che di conversazione. Ma Twitter è una stanza dove tutti parlano e, solitamente, tutti insieme. In frangenti tragici Twitter può essere estremamente utile per chi si trova sul posto e ha modo di fornire informazioni e testimonianze in prima persona, riuscendo anche a superare blocchi informativi funzionando come unica fonte di informazione. In prossimità di eventi tragici, però, il commento non serve a nulla. Ed è persino dannoso, quando va a braccetto con il fare ipotesi e speculazioni. Non c’è molta differenza con il fermarsi in autostrada a guardare un incidente. Avere uno strumento non significa necessariamente doverlo usare. O meglio, il fatto che Twitter dia a chiunque modo di dire la propria opinione su qualcosa che sta avvenendo, non si traduce automaticamente nell’effettiva utilità di questa ipotesi. Specialmente in uno scenario confuso, con i feriti a terra e un governo che sta giurando a poca distanza.

In occasione delle bombe a Boston, Mat Honan ha scritto per Wired4 una cosa tanto semplice quanto corretta: la migliore risposta che Twitter può dare a una tragedia è tacere. Il mio commento dal mio salotto a Como a 8 minuti dall’esplosione dei colpi quale beneficio informativo può portare? Nessuno, e anzi, peggiora le cose come si è visto ieri pomeriggio: l’attentatore ha cambiato nome diverse volte, insieme a molti altri dettagli cangianti sull’accaduto. E Twitter li ha riportati tutti, come se le voci arrivassero dal vento e il fatto che potessero essere riportare da tutti fosse protezione e messa al riparo dal dire quelle che, inevitabilmente, sono solo parole in libertà, twittate da una distanza di sicurezza. Lo schermo del computer/smartphone può solo rafforzare la distanza. Ma oltre a rafforzarsi, quella distanza dovrebbe anche essere disincentivo all’aprire bocca, agendo come certificazione della lontananza. E come incentivo all’attesa.

Poi, su Twitter, i commenti si sono lentamente spostati sull’analisi di quello che Rai News e gli altri network stavano mandando in onda: uno spettrale ma necessario split-screen diviso tra il Quirinale – dove i neo ministri si stringevano la mano ignari ancora di quanto stava accadendo – e palazzo Chigi, dove le ambulanze erano appena giunte per soccorrere i feriti. Twitter è moralista e non perde occasione per esserlo, e ad alta voce. In un attimo, quello split-screen è diventato il simbolo del “distacco della politica dalla realtà”, della “inadeguatezza di una classe politica alla frutta” e via discorrendo fino alle più esecrabili e criminali apologie di reato. Ed ecco che lo split-screen diventa motivo scaturente del più becero scenarismo. Accompagnato, ancora una volta, dalla slavina di commenti. Inutili, inopportuni, confusi, fuori luogo. Al Quirinale nessuno sapeva ancora nulla, ma i commentatori davano per scontato che così non fosse. Come se l’istantaneità consentita al commento su Twitter raggiungesse automaticamente chiunque, anche in occasione di una cerimonia ufficiale.

Questo è solo rumore di fondo che non aiuta e non serve: fa, al contrario, danni e dà l’illusione che l’informazione sia semplice da fare o, peggio ancora, alla portata di tutti. Anche i giornalisti e gli organi di stampa non hanno dato bella prova di sé ieri pomeriggio, come potete leggere qui sopra. Ieri, però, c’era un altro split-screen ed era, questo, tutto su Twitter. Da un lato, i confusi commenti sugli spari. Dall’altro, il live blogging dal già citato International Journalism Festival di Perugia. Tra gli argomenti? La cura delle notizie sui social network.

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Philip Di Salvo è web editor e ricercatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo. Scrive per Wired. Su Twitter è @philipdisalvo.