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Sanremo, il tempo perduto e la locura perenne: Italia 2014

by Hamilton Santià

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E Raffaella canta a casa mia

I profili finti dei personaggi politici ormai sono una costante nell’attuale scenario politico. Non è facile farli bene. Ma quando ci si riesce, spesso ci prendono. Uno dei più interessanti esperimenti è quello che ha fatto Davide Astolfi, che nella vita vera è un ricercatore scientifico, quando ha messo su (creato?) il riuscitissimo fake di Gianni Cuperlo. La sfida, vinta, ha imposto un nuovo obiettivo: Giorgio Napolitano. Da qui il profilo i Moniti di Re Giorgio in cui il presidente, custode delle larghe intese, lavora incessantemente per garantire la continuità politica contro la rottura di ogni schema e ogni altra maggioranza possibile.

Due giorni fa, sospesi tra le consultazione per il futuro Governo Renzi I e il day after della pessima serata d’esordio del Festival di Sanremo (qui, una guida pratica), il profilo twitter del (finto) Presidente della Repubblica scrive:

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La saggezza del moderatismo

Si fa riferimento alla performance di Raffaella Carrà, che all’alba dei 71 anni ha messo in piedi l’esibizione migliore vista sul palco dell’Ariston. Un po’ come è successo l’anno scorso con il ritorno spettacolare di Al Bano. Stiamo parlando dell’eterno ritorno e della nostalgia di un passato rassicurante e luccicante per una generazione, la stessa cui fa riferimento il Walter Veltroni direttore de L’Unità con i suoi album di figurine e il suo cineforum, che non si è mai messa in gioco veramente. Una generazione da che tempo che fa che si riconosce nell’orizzonte del buonsenso, della pacificazione, dell’annullamento del conflitto e che quindi trova una buonissima sponda politica nella post-ideologia incarnata da Matteo Renzi.

Ed ecco quindi che Raffaella Carrà non riesce nemmeno più a essere riletta nella chiave camp che ieri ancora la rendeva la cosa più fresca della serata. Ed ecco che non vale nemmeno più l’interpretazione trash perché non c’è nessuna traccia di ridicolo che punta al sublime. Niente di niente. C’è solo un messaggio piatto che vaga da qualche parte e gode di scossoni quando il passato ritorna sotto forma di necrofilia (Luciano Ligabue che canta Crêuza de mä di Fabrizio De André per i 30 anni dall’uscita del disco), o farsa (Al Bano, Raffaella, ecc.). Sembra felliniana se per felliniano intendiamo anche quel senso di ineluttabile morte oltre lo specchio e il luccichio. Felliniano se prendiamo per buone le parole che lo sceneggiatore di Boris tira fuori quando parla della locura, che per Sanremo sono sempre buone. Felliniano se constatiamo che per anni la nostra paura di estetizzare la realtà, di renderla prima cinematografica e poi televisiva ha in realtà permesso che diventasse altro: fiction. Su Rai Uno. Senza conflitto, quindi sedato, irrisolto, soggiacente. Come se pure il disagio sociale fosse un elemento del manuale Cencelli. Vedi l’interruzione dello spettacolo-consolazione quando, in apertura, due persone hanno minacciato di suicidarsi: Pippo Baudo, che comprende la magia della televisione meglio di Fabio Fazio, avrebbe reso quel momento la speranza di un domani migliore. La consolazione almeno usiamola bene.

E cosa c’entra, quindi, la politica?

C’entra perché un paese che non riconosce il suo deambulare verso la morte non può e non potrà mai cercare di costruire una classe dirigente e una classe politica capace di produrre delle scosse telluriche, degli shock costruttivi che riescano a fare quello che non siamo più in grado di fare: immaginare un futuro.

Se Raffaella Carrà è la cosa migliore capitata a Sanremo nel 2014, allora va benissimo Piero Fassino ministro nonostante sia già sindaco di una grande città. Va benissimo che Matteo Renzi forzi lo schema proponendo una vecchia logica da Prima Repubblica nella sordità generale perché, per dirla con gli Smiths, the world won’t listen. Va benissimo che lo schema ora veda una tripartizione di leader extra-parlamentari, populisti, che usano il consenso come arma ricattatoria e che dialogano attraverso un linguaggio comune che si declina in diversi aspetti (gli schemi a cui si rifanno Grillo, Berlusconi e Renzi sono uguali, ma in quanto prodotti di marketing hanno target diversi).

La politica è incapace di essere costruttiva e lungimirante così come l’arte e la cultura popolare ora non sono in grado di essere usate e elaborate in proposte che funzionino come coda lunga contro il disagio e contro il terremoto. Bisogna cercare di capire quali sono gli spazi d’azione in tutto questo. Se no di sordità si muore e mentre tutti guardano dall’altra parte, si torna al paradosso dell’albero che cade nel bosco.

PS – Pubblico questo articolo due giorni dopo averlo scritto. Nel frattempo a Sanremo c’è stata anche l’esibizione di Claudio Baglioni. Un lunghissimo medley vetrina sulla sua carriera e sulla sua futura tournée da tutto esaurito. Ci sarebbero molte cose da dire anche in questo caso. Non è perfettamente interscambiabile con Raffaella Carrà, ma in ogni caso siamo dalle stesse parti.

Guida all’esperienza social di Sanremo

by Hamilton Santià

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When in trouble, go big

1. Puoi usare Facebook come twitter. Il numero di like sarà proporzionale al numero di gente che ti rimuoverà dagli amici.
2. Puoi usare twitter come twitter, ma se cerchi di rispondere a Scanzi hai sprecato il tuo tempo.
3. Non cercare di fare il simpatico se non lo sei.
4. Se uno status su Facebook relativo a Sanremo ha meno di 10 like, hai chiaramente sbagliato.
5. Dire che più una cosa fa schifo più a Sanremo è bella è già #toomainstream
6. Sanremo ridefinisce i canoni del gusto, ma se interpreti tutto con cinismo finisce che annoi anche i tuoi migliori amici.
7. Non chiedere scusa, hai bestemmiato anche tu quando gli altri parlavano di Master Chef, o della campagna elettorale di Civati.
8. I casi umani tirano sempre, ma devi essere empatico. Ricordati cosa dicevano in “Tropic Thunder” sugli handicappati che vincono gli Oscar.
9. Di solito il vincitore di Sanremo si azzecca al primo giorno, il resto è costume.
10. Quest’anno ci sono i Perturbazione, se non li conosci è colpa tua, ma saranno loro a vincere il premio della critica (forse in lotta con Riccardo Sinigallia).
11. Rufus Wainwright è omosessuale.
12. Non è fondamentale sapere chi canterà: basta che ad un certo punto ci sia il ritornello con gli archi e sarà grande momento su twitter.
13. Il chitarrista biondo si chiama Luca Colombo. Ha una sua claque di cui faccio parte.
14. Quest’anno si prevede un ampio utilizzo della formula “Ma come +…”. Adeguati e vedi tu.
15. Se usi gli hashtag ufficiali poi non lamentarti se nessuno ti segue, è ovvio che nessuno userà mai #sanremo2014
16. Rudy Zerbi
17. Qualunque cosa succeda, ricordati di NON LAMENTARTI. Chi si lamenta di Sanremo è come chi si lamenta del Natale, un Nanni Moretti di terzo grado che vuole solo essere invitato.

La mezzaluna e il bulldozer

by Alessandro Ronchi

#occupy

Accade spesso che i moti di piazza, le rivolte, le sollevazioni popolari in luoghi differenti del mondo si sincronizzino. Accadde per esempio nel ’48 del diciannovesimo secolo la Primavera dei popoli e divenne un numero proverbiale. Accadde nel 1968 e fu un momento altrettanto epocale. A cavallo tra un millennio e l’altro ci fu il movimento No Global. Col passare dei secoli il raggio d’estensione dei focolai d’incendio è andato aumentando parallelamente al processo di estensione dell’area di influenza dell’Occidente nell’ottica di un rapporto sempre più interconnesso, non più di carattere coloniale, tra nazioni. Le ragioni di queste sinergie sono nella situazione economica o politica che spesso interessa più nazioni dando a ogni singolo moto cause simili e collegate, altre volte l’induzione e il contagio, in altri casi la diffusione continentale o planetaria di idee e sistemi di pensiero. Sarebbe anche interessante, en passant, trattare la sincronizzazione di ritmi naturali e umani per cui rivoluzioni e ribellioni avvengono quasi sempre in primavera.

Se ciò era vero per fatti del tempo della carrozza e della stampa a caratteri mobili, non può che esserlo a maggior ragione nell’epoca della rete globale, di Twitter e Facebook, del mercato planetario e dei G20 in cui le differenze locali tendono a svanire e tutti (o quasi) possono conoscere in tempo reale le notizie provenienti da un globo mosso dall’effetto domino dove una crisi finanziaria o un nuovo governo nello stato X ha ripercussioni su tutti gli altri. Il ruolo giocato da social network e blog nelle proteste di piazza e nei moti in Egitto, Libia, Tunisia, Siria, Algeria noti come Primavera araba nel 2010/2011 è stato ampiamente dibattuto e funziona come trait d’union a sollevazioni che hanno avuto modalità, svolgimento, esito molto differente a seconda delle situazioni specifiche. In particolare le piattaforme digitali sono servite, verso l’interno, come luogo di mobilitazione e organizzazione dei ribelli e, verso l’esterno, come canale mediatico capace di aggirare la censura governativa per far conoscere all’opinione pubblica mondiale le ragioni della protesta e i fatti, spesso sanguinosi, della repressione. Allo stesso modo la condivisione di contenuti e notizie non filtrate sotto gli hashtag ad hoc #OccupyGezi e #DirenGeziPark è stato un elemento caratterizzante la recentissima sollevazione di “giovani turchi” a Istanbul e poi in tutto il paese.

I fatti, in estrema sintesi. Il 28 maggio un piccolo gruppo di ambientalisti, applicando il modus operandi del movimento Occupy, pianta le tende all’interno del parco Gezi, una delle ultime aree verdi superstiti nella parte europea di Istanbul, per fermarne l’abbattimento e l’attuazione di un “piano di riqualificazione” che prevede la costruzione di un centro commerciale e una moschea. Nel giro di 48 ore il numero di manifestanti cresce vertiginosamente e si insedia anche nella vicina Piazza Taksim. All’originaria rivendicazione ecologista si unisce il malcontento diffuso nei confronti del governo, in carica da più di un decennio, di Recep Tayyip Erdoğan accusato di corruzione, legami dubbi con l’industria delle costruzioni e soprattutto di aver gradualmente limitato la libertà di opinione e espressione trasformando la laicissima Turchia del padre della patria Ataturk in una nazione islamica attraverso un giro di vite sul consumo di alcolici, rendendo l’aborto virtualmente impossibile e la blasfemia un reato penale, ignorando qualsiasi diritto LGBT, stringendo la morsa del Corano nelle scuole e arrivando persino a proporre una legge ridicola che vieti qualsiasi effusione amorosa nei luoghi pubblici. La protesta interessa tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età e tutto lo spettro ideologico e l’assembramento in piazza Taksir cresce esponenzialmente nonostante il governo decida di bloccare il trasporto pubblico in città. La polizia carica i manifestanti con manganelli e gas urticante. La protesta si diffonde nell’intera Turchia e tuttora, dopo proclami contrastanti dello stesso Erdogan, sei morti, scioperi, arresti di massa e la mobilitazione dell’intelligentja e delle diplomazie la situazione è fluida e incerta.

Occupy Gezi non è l’unica protesta imponente per dimensioni e eco mediatico accaduta nelle ultime settimane. Sicuramente la recessione economica planetaria rende i nostri tempi i più adatti all’esplosione di rivolte popolari e sommosse tuttavia le differenze specifiche ideologiche e geopolitiche impediscono di trovare un filo rosso che colleghi immediatamente, come poteva essere per la Primavera Araba o per i movimenti No Global, la primavera turca con le proteste degli Indignados che in Brasile si oppongono alle spese faraoniche (e alla corruzione che vi gira attorno perché tutto il mondo è paese) per eventi sportivi internazionali mentre buona parte della popolazione non trae benefici dall’essere la prima lettera dell’acronimo BRIC oppure alla Manif pour tous che ha portato milioni di francesi, in una serie di sfumature che andavano dai semplici conservatori ai fanatici di estrema destra, a scendere in piazza per fermare l’approvazione della legge, voluta dal presidente Hollande, che estendeva il diritto al matrimonio alle coppie omosessuali. Tuttavia il tratto comune delle manifestazioni della primavera 2013 è il rifiuto della modernità, l’opposizione non tanto allo status quo – come fu nel 1968 – ma a una nuova, specifica direzione della società. Nonostante la caratura ideologica profondamente divergente, in ogni caso si è trattato, si tratta di proteste “conservatrici”, atte a impedire una trasformazione dei costumi o della morfologia di una nazione. E, in ogni caso, la gente, come si legge nei link più populisti da far girare sui social network, ha fatto sentire la sua voce e si è ribellata contro i governanti che aveva precedentemente eletto. Come distinguere allora proteste “buone” e “cattive” uscendo da una retorica del ribellismo da cui discenderebbe un’equiparazione dei neonazisti che hanno ucciso a sprangate il diciottenne Clément Méric a Parigi con gli insorti di Istanbul che chiedono libertà di stampa e osteggiano le leggi islamiche? Semplicemente attraverso la valutazione delle singole motivazioni, rivendicazioni, proposte e attraverso il giudizio di merito specifico. Si tratta anche di abbandonare posizioni ideologiche pro o contro il progresso e le sue modalità, scindendo i diritti fondamentali dell’individuo dallo sfruttamento speculativo degli ecosistemi. Si può stare con i progressisti francesi che seguono la direzione della Storia nell’estensione della piena cittadinanza oltre un modello familiare tradizionale antiquato e superato e con i conservatori ambientalisti turchi.

Erdogan incarna perfettamente la tendenza a utilizzare un credo mobilitante illiberale, antistorico e totalitario (l’Islam – in Cina, per esempio, è il maoismo; in Russia il nazionalismo muscolare) come collante ideologico per una prassi di governo che sposa gli interessi del capitalismo corporativista più predatorio e disumano, altrettanto anacronistico, quello religioso del profitto prima di tutto e dell’espansione perpetua, lo squalo che deve continuamente muoversi (e mangiare, distruggere ciò che non gli è asservito) per sopravvivere. Quello per cui si falcia un parco per costruire un ennesimo, inutile, mall dove magari vietare la vendita di alcolici. Il bulldozer e la mezzaluna come armi di distruzione e sopraffazione. Esaltare i nuovi “giovani turchi” perché loro si sono ribellati e noi no equivale a mortificare loro azzerando il fatto politico che rappresentano. Più utile semmai valutare cosa ci dicono a proposito della contemporaneità e delle direzioni sostenibili che potrebbe prendere. 

#cattivogiornalismo (2) – Il rumore di fondo dello split-screen

by infinitext.

(SPECIALE  #cattivogiornalismo. Leggi anche: Il mormorio ci seppellirà?)

 di Philip Di Salvo

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Straniamento alla Brian De Palma

La sparatoria davanti a Palazzo Chigi è rimbalzata anche su Twitter, come qualsiasi altro evento accada ovunque, anche dall’altra parte dell’Oceano. Rispetto ad altri avvenimenti passati, però, i media tradizionali in questo frangente hanno finalmente perso l’occasione di riflettere sul loro ruolo in questo ecosistema e sul modo in cui sono chiamati a comportarsi quando una tragedia accade da qualche parte nel globo. Con sorpresa, questa volta, “la notizia è arrivata prima su Twitter” non è stata una notizia.

La curiosità superficiale dei media mainstream nell’approcciare quelli che, erroneamente – Facebook festeggia nel 2014 il suo decimo anno di vita – sono ancora considerati nuovi media, non ha partorito, in occasione degli spari davanti alla sede dell’esecutivo, alcuna riflessione sulla lentezza dei mezzi di comunicazione professionali in confronto alla snellezza e velocità dei cinguettii. Vivaddio. Il merito, forse, è da dare nelle mani della troupe di Rai News 24 che si trovava nelle immediate vicinanze del luogo della sparatoria e ha potuto trasmettere in diretta da Piazza Colonna a partire dai primi concitati attimi che hanno seguito la sparatoria e per il resto della giornata, fornendo un ottimo servizio d’informazione.

Twitter, questa volta, ha dovuto seguire la televisione per quanto concerne la pura cronaca. Non c’erano testimoni diretti davanti a Palazzo Chigi pronti a twittare dell’accaduto fornendo informazioni in tempo reale. In buona sostanza e per esempio, contrariamente a quanto avvenuto per l’uccisione di Osama Bin Laden1, le violenze durante le manifestazioni degli indignados italiani2 o la morte di Oscar Lugi Scalfaro3, Twitter non ha dato la notizia, l’ha solo potuta commentare. Facendo quello che, purtroppo, gli riesce meglio in questi frangenti: creare confusione. Twitter è uno strumento magnifico e la sua massima potenza si manifesta proprio come mezzo di diffusione d’informazioni, prima ancora che di conversazione. Ma Twitter è una stanza dove tutti parlano e, solitamente, tutti insieme. In frangenti tragici Twitter può essere estremamente utile per chi si trova sul posto e ha modo di fornire informazioni e testimonianze in prima persona, riuscendo anche a superare blocchi informativi funzionando come unica fonte di informazione. In prossimità di eventi tragici, però, il commento non serve a nulla. Ed è persino dannoso, quando va a braccetto con il fare ipotesi e speculazioni. Non c’è molta differenza con il fermarsi in autostrada a guardare un incidente. Avere uno strumento non significa necessariamente doverlo usare. O meglio, il fatto che Twitter dia a chiunque modo di dire la propria opinione su qualcosa che sta avvenendo, non si traduce automaticamente nell’effettiva utilità di questa ipotesi. Specialmente in uno scenario confuso, con i feriti a terra e un governo che sta giurando a poca distanza.

In occasione delle bombe a Boston, Mat Honan ha scritto per Wired4 una cosa tanto semplice quanto corretta: la migliore risposta che Twitter può dare a una tragedia è tacere. Il mio commento dal mio salotto a Como a 8 minuti dall’esplosione dei colpi quale beneficio informativo può portare? Nessuno, e anzi, peggiora le cose come si è visto ieri pomeriggio: l’attentatore ha cambiato nome diverse volte, insieme a molti altri dettagli cangianti sull’accaduto. E Twitter li ha riportati tutti, come se le voci arrivassero dal vento e il fatto che potessero essere riportare da tutti fosse protezione e messa al riparo dal dire quelle che, inevitabilmente, sono solo parole in libertà, twittate da una distanza di sicurezza. Lo schermo del computer/smartphone può solo rafforzare la distanza. Ma oltre a rafforzarsi, quella distanza dovrebbe anche essere disincentivo all’aprire bocca, agendo come certificazione della lontananza. E come incentivo all’attesa.

Poi, su Twitter, i commenti si sono lentamente spostati sull’analisi di quello che Rai News e gli altri network stavano mandando in onda: uno spettrale ma necessario split-screen diviso tra il Quirinale – dove i neo ministri si stringevano la mano ignari ancora di quanto stava accadendo – e palazzo Chigi, dove le ambulanze erano appena giunte per soccorrere i feriti. Twitter è moralista e non perde occasione per esserlo, e ad alta voce. In un attimo, quello split-screen è diventato il simbolo del “distacco della politica dalla realtà”, della “inadeguatezza di una classe politica alla frutta” e via discorrendo fino alle più esecrabili e criminali apologie di reato. Ed ecco che lo split-screen diventa motivo scaturente del più becero scenarismo. Accompagnato, ancora una volta, dalla slavina di commenti. Inutili, inopportuni, confusi, fuori luogo. Al Quirinale nessuno sapeva ancora nulla, ma i commentatori davano per scontato che così non fosse. Come se l’istantaneità consentita al commento su Twitter raggiungesse automaticamente chiunque, anche in occasione di una cerimonia ufficiale.

Questo è solo rumore di fondo che non aiuta e non serve: fa, al contrario, danni e dà l’illusione che l’informazione sia semplice da fare o, peggio ancora, alla portata di tutti. Anche i giornalisti e gli organi di stampa non hanno dato bella prova di sé ieri pomeriggio, come potete leggere qui sopra. Ieri, però, c’era un altro split-screen ed era, questo, tutto su Twitter. Da un lato, i confusi commenti sugli spari. Dall’altro, il live blogging dal già citato International Journalism Festival di Perugia. Tra gli argomenti? La cura delle notizie sui social network.

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Philip Di Salvo è web editor e ricercatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo. Scrive per Wired. Su Twitter è @philipdisalvo.

#cattivogiornalismo (1) – Il mormorio ci seppellirà?

by Hamilton Santià

(SPECIALE #cattivogiornalismo. Leggi anche: Il rumore di fondo dello split-screen)

In virtù di quel che scriviamo, non pubblicheremo nessuna immagine al di fuori di questa.

La sparatoria a Palazzo Chigi non ha bisogno di ulteriori commenti dal momento che, nell’epoca dei social network e della comunicazione istantanea, abbiamo saputo tutti tutto e subito. Non è questione di giudicare, analizzare, studiare e vedere cosa ha spinto l’attentatore a compiere un gesto “fuori dall’ordinario”, ma considerare come questa notizia è stata sviscerata nelle ore immediatamente successive. Abbiamo saputo tutto e subito, dicevo. Abbiamo saputo subito troppo e il tutto non è quel tutto esaustivo che delinea una vicenda e te la spiega, ma quel tutto che ti investe, ti disorienta e ti fa perdere il contatto con le cose che sono veramente importanti nel diffondere una notizia. I siti di informazione italiani si sono lasciati prendere la mano, dando il via ad una inopportuna logorrea sensazionalistica. Non sembrava importante verificare i fatti, quanto dare subito tutte le informazioni che arrivavano. Confuse, a flusso, a getto continuo. Cognomi sbagliati. Motivazioni accampate. Dichiarazioni dei politici che si accodavano per apparire più lucidi di altri nel condannare il gesto. E così via. Insomma, anziché alzare una barriera protettiva attorno al ciarpame, si è favorita l’esondazione di quel mormorio che secondo Umberto Eco rappresenta uno dei paradigmi del nostro tempo che bisogna combattere non tanto per debellarlo, quanto per interpretarlo criticamente.

Non sono una tweet star, né ho l’ambizione di diventarla (@infinitext). Ogni tanto lancio hashtag così, come esercizio compulsivo (anche io sono un logorroico abbastanza preoccupante). Mentre stavo seguendo il flusso di interventi, ho pensato che molti giornali online – soprattutto il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano – stessero speculando su una tragedia umana e sociale per ottenere qualche migliaio di click in più. Ho cominciato a lamentarmi per la pubblicazione nelle rispettive home page di una foto a “otto colonne” del carabiniere a terra col sangue che cola lungo la strada e l’istituzione dell’immancabile galleria fotografica sull’attentato con lo slogan #cattivogiornalismo (che è diventato il titolo di questo minispeciale che vedrà un altro intervento tra qualche ora). Ovviamente non è diventato un trend topic, ma rende bene l’idea. Tra i vari osservatori che si sono giustamente sentiti presi in giro da questa speculazione, i più attenti sono stati Maurizio Crosetti e Tommaso Labate. Concentrati a condannare il diluvio di informazioni, spesso errate, spesso affrettate e spesso inopportune, i due commentatori hanno fatto emergere un disagio fortissimo attorno al senso del giornalismo oggi. Due, soprattutto, i motivi scatenati. Primo: la pubblicazione della foto del carabiniere prima che la famiglia lo venisse a sapere. Non si possono immaginare certe cose ma non faccio fatica a credere che essere informato che tuo marito è stato colpito da un proiettile al collo dalla stampa – assieme al solito corredo di conclusioni (è morto, è in pericolo di vita, sta benissimo, prognosi riservata, colpito di striscio, ecc.) – invece che dalle autorità competenti non sia esattamente bellissimo. Secondo: il chiacchiericcio attorno al cognome dell’attentatore. Prima della versione definitiva, Preiti, se ne sono sentite di ogni: Prete, Prieto, Prieti, Preti, Prati… Ma che senso ha? A che pro? E, soprattutto, a cosa serve?

Non voglio tirare fuori le regole auree del giornalismo anglosassone. Ma credo possa esistere un modo per combattere questa emorragia di dati che i giornalisti non si preoccupano nemmeno più di filtrare. Tutte le professioni terziarie legate al mondo dei media stanno cambiando, e anche il dare notizie deve essere in linea con i tempi che stiamo vivendo. Quello che mi sorprende è che sembra essersi confusa la speculazione con la completezza.

Curiosamente, in questi giorni, si è svolto a Perugia l’International Journalism Festival in cui si è cercato di riflettere sui problemi della professione nel contemporaneo. Secondo Emily Bell, direttrice del Tow Center for Digital Journalism della Scuola di Giornalismo della Columbia University di New York, bisogna puntare sulla fusione della notizia con la comunità in cui questa notizia si propaga.

Un metodo fondamentale attraverso cui le organizzazioni di stampa possono rinnovarsi è tramite la specializzazione e l’individualizzazione. Il team ha osservato un eccessivo potere passato dall’istituzione del marchio all’individuo.

“Il giornalismo da prodotto confezionato si sta trasformando nell’attuale giornalismo individuale”, ha detto la Bell.

Questa tendenza potrebbe essere la riorganizzazione necessaria per salvare il settore. Gli organi di stampa hanno bisogno di spostare la propria mentalità dal servire i bisogni del brand alla responsabilizzazione dei singoli giornalisti: sono loro l’elemento umano che crea un legame con i lettori e dà vita a una comunità.

Sicuramente, ha aggiunto Bell, le abilità fondamentali del giornalismo di riconoscere e riportare una storia resistono ancora. È cambiato solo il modo di farlo: adesso dipende tutto dalla comprensione della comunità e di quello di cui ha bisogno.1

Ecco. Abbiamo bisogno di questa speculazione in uno scenario tecnologico in cui tutto viene immediatamente amplificato? Non bisognerebbe usare Twitter e Facebook come delle possibilità di condivisione e di co-partecipazione anziché di megafono unidirezionale in cui si riportano solo le tante voci che arrivano nel luogo della notizia senza considerare che, forse, quelle voci, non sono precise? Insomma, perché anziché accendere il radar e alzare la soglia critica, abbiamo annullato le capacità di giudizio e preso ogni voce per buona? Ogni input come fondamentale? Ogni mattoncino decisivo? Perché questi frammenti portati così come sono anziché ricostruiti a monte e, soprattutto, liberati da quel ciarpame che rende una notizia una carrellata di pornografia che stimola gli istinti bassi come se ci fosse un continuo bisogno di eccitazione sensoriale e di speculazione sulle cose che accadono?

Dal sindaco di Roma Alemanno che dichiara di non saltare a conclusioni affrettate mentre definisce l’attentatore “un pazzo” a Giulia Innocenzi, giornalista dello staff di Michele Santoro, che subito cerca di politicizzare la notizia per difendere Beppe Grillo (tirato in ballo quasi immediatamente da altri esponenti del mondo politico con la brillante argomentazione per cui: «quando uno parla per anni di sparare al palazzo poi uno non può lamentarsi quando qualcuno al palazzo spara davvero»), passando per chi ha subito tirato in ballo la strategia della tensione, gli anni Settanta, la lotta di classe. Insomma, le parole sono importanti. Il senso del pudore anche. Io probabilmente sarò un moralista, ma ho apprezzato quando Barack Obama ha deciso di non divulgare le foto del cadavere di Osama Bin Laden. Perché questa voglia di vedere tutto, di sapere tutto con il rischio di vedere appiattita qualunque cosa per cui l’immagine di un morto è uguale alla galleria di immagini sulle “notti brave” che tanti click portano alla colonna destra del sito de La Repubblica? Insomma, ad annullare lo spirito critico si rischia di non capire più da che parte orientarsi e se si viene investiti da un mare di informazioni inutili e da una serie di shock che ottunde e quindi porta fuori strada, probabilmente non si riuscirà mai a ricostruire quello che si sta cercando di apprendere.

Insomma, è necessario non smettere di riflettere sul senso del giornalismo oggi. Mario Calabresi, direttore de La Stampa, si è schierato contro la speculazione sull’attentato (e infatti sul sito del quotidiano torinese non sembrano esserci gallerie fotografiche con la foto del carabiniere a terra). Il Post ha evitato qualunque allarmismo concentrandosi sulle notizie accertate. Insomma, è possibile opporsi al flusso indisciplinato. Ma non bisogna mai dimenticare che i nuovi tempi e le nuove tecnologie hanno da un lato “liberato” il pensiero, riformandolo e rendendolo più fluido, ma in parallelo hanno reso necessario un rafforzamento dello spirito critico perché la deriva populista dell’informazione, anche in un luogo definito democratico per antonomasia, è lì ad un passo. Infatti, non sembra ancora esistere una vera dialettica specifica dei media sociali, per cui si mutua un certo tipo di approccio “uno molti” proprio dei media tradizionali. Sembra, anzi, che questa liberalizzazione abbia fatto esplodere i difetti della stampa tradizionale portandoli a misura di utente. La comunicazione social, in questo senso, è solo un modo più veloce di campionare e riutilizzare un repertorio di banalità già note perché – a livello individuale, commentare – nella maniera più brillante e cinica possibile – è più importante che informare. Il mormorio va combattuto con le armi dell’osservazione, della confutazione e dell’interpretazione. Risolvere attraverso le solite categorie (la pazzia come movente passepartout, il sangue come elemento di fascinazione, le interviste ad amici e familiari per guardare le aggressioni private dal buco della serratura, ecc.) significa disinformare o, ancora peggio, guidare il pubblico verso una certa interpretazione. Non possiamo più permetterci l’ingenuità di considerare tutto uguale a tutto in partenza, ma capire cosa dire e come. Altrimenti questo mormorio ci seppellirà.