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[renzismo] Galleria scelta

by Alessandro Ronchi

Matteo Renzi è veramente un uomo di sinistra

Alfonso Signorini

Matteo Renzi è, da qualche anno, l’eterno “uomo nuovo” della politica italiana. L’”uomo nuovo” più amato dagli avversari politici. È luogo comune dell’elettorato destrorso che esistano due tipi di “comunisti”. 1) Lo spettro che si aggira per l’Europa – ormai un nightwalker dopo quasi due secoli di vagabondaggio – che alle ultime elezioni aveva assunto le grigie fattezze emiliane del compagno Bersani, già autore delle bolsceviche privatizzazioni delle partecipazioni statali, i cui hobby sono aumentare la pressione fiscale per semplice sadismo e farcire di carni infantili i panini della già Festa dell’Unità. 2) Renzi, la potenziale evoluzione “moderata” del partito delle manette che magari ci racconta anche qualche barzelletta con l’irresistibile parlata fiorentina.

Ricordiamo, per completezza di informazione, che in Italia per moderati si intende quelli per cui Eluana Englaro poteva ancora procreare ed è stata assassinata.

In questa sede non interessa trattare di Matteo Renzi, della sua biografia politica, delle sue proposte e del suo programma elettorale. Piuttosto del renzismo: l’immaginario che lo circonfonde – sia esso da lui abilmente studiato e approvato o semplicemente subito – affibiandogli il soprannome “berluschino” e rendendolo digeribile a un popolo antropologicamente di destra addomesticato da tre decenni di Mediaset. Ecco una breve disanima semiseria che si concentra sull’immaginario del primo uomo politico “di sinistra” (garantisce Alfonso Signorini) della storia italiana la cui carta vincente è proprio l’immagine mediatica. Una selezione di icone che aiutino a capire come mai, nonostante tutto, all’italiano medio Matteo Renzi piace proprio.

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Il giovane Matteo concorrente della “Ruota della Fortuna”.

La notorietà di Renzi comincia con Berlusconi, la televisione e Mike Bongiorno, l’uomo “che non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi” (come ebbe a scrivere Umberto Eco nel 1963 facendo la Fenomenologia di Mike Bongiorno). Da non sottovalutare la componente del gioco a premi, della lotteria, della sorte contrapposta al progetto nel pursuit of happiness. Gli italiani sognano di implementare il proprio stato grazie a un colpo di (ruota della) fortuna. Berlusconi rappresentava l’italiano medio che ce l’ha fatta scatenando nell’elettore un’identificazione proiettiva verticale. Renzi ci ha provato, l’uomo della strada può esclamare “è uno di noi!” (proprio come nella sequenza del matrimonio in Freaks di Tod Browning).

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Abbasso la politica ingessata!

Dalla pagine amiche di Chi, Matteo Renzi lancia l’outfit rottamatore per il politico giovane. Non più i completi democristiani grigi e stazzonati e neppure il doppiopetto blu con cravatta Marinella abbinata del primo Berlusconi. Il salto è vertiginoso, l’icona è il supergiovane ribelle americano: Fonzie di Happy Days. Peccato – ammesso che il giovanilismo sia una conditio sine qua non per essere un buono statista – si tratti del supergiovane anni Cinquanta. Qualcosa di ormai ampiamente digerito anche dalla più reazionaria massaia delle valli prealpine. Vestirsi da Black Block sarebbe stato un errore comunicativo enorme ma avrebbe sicuramente rappresentato un motivo iconografico più radical e interessante

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…ma non toccatemi le mie nonne.

Se qualcuno, nonostante tutto, tra una replica di Casa Vianello e l’altra, si fosse sentito minacciato dall’audace giubbotto di pelle, un’altra prestigiosa testata accorre a rasserenare gli animi. In Italia se tocchi la famiglia (allargata in lungo e in largo nelle generazioni e nelle diramazioni purché tradizionalissime e approvate dal Vaticano) muori.

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Renzi ripete spesso di non voler distruggere Berlusconi, bensì di volerlo sconfiggere. Al massimo di volerlo citare ironicamente indossando una bandana, un copricapo altrimenti esclusiva di pirati e baristi del Cocoricò. Anche qui l’immagine non può essere considerata ingenua: si ammicca all’elettorato berlusconiano marcando al contempo una differenza, uno straniamento contestuale. Renzi non si fa fotografare durante un bagno di folla in Costa Smeralda bensì su un’anonima e un poco squallida sdraio gialla. L’elettorato cattocomunista può respirare di sollievo. E maneggia uno smartphone, lui. Non come quell’altro che invia VHS e chiama Google “Gogol”.

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Matteo Renzi non è snob. Ha tanti amici disparati in tanti ambiti disparati. Da Jovanotti a Baricco, da Farinetti di Eataly a Roberto Cavalli, da Signorini a Maria de Filippi. Presentarsi a una puntata di Amici significa familiarizzare con la parte di elettorato che si informa attraverso la televisione e in larga maggioranza, conseguentemente, crede ancora alla leggenda del fantasma che si aggira per l’Europa di cui sopra. Da un punto di vista strategico-numerico è una mossa probabilmente vincente. Al contempo, tuttavia, si ratifica il collaborazionismo con il braccio armato del berlusconismo: il sistema videocratico che ha imbarbarito definitivamente i costumi italiani. Si può sconfiggere Berlusconi abbracciando Maria de Filippi e Roberto Cavalli ma si rischia di rivitalizzare un berlusconismo appena riveduto e corretto. Se la parabola umana e politica di Silvio Berlusconi si sta probabilmente estinguendo in questi giorni, il berlusconismo come visione del mondo, sistema di valori, modalità di rapporto con la civitas potrebbe continuare a inquinare le cose italiche per decenni. Il berlusconismo va combattuto ben più aspramente dell’uomo Berlusconi. Come sosteneva Giorgio Gaber, non ho paura di Berlusconi in sé ma di Berlusconi in me.

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Poi però ci vuole un ammiccamento a un’icona liberal sempreverde come JFK per correggere il tiro.

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Il problema è che, a forza di operazioni spericolate attorno al proprio immaginario, la situazione può sfuggire di mano e qualcuno, nello specifico lo “stilista” Jerry Tommolini, crederà di far cosa gradita con un omaggio che pochi mesi prima sarebbe stato inviato, in forma privata, oltre i cancelli di Arcore. Qualcuno potrebbe finire a identificarti pienamente con l’Italia più cafonal, sessista, volgare e retrograda incarnata da colui che vorresti sconfiggere.

Roll over Beethoven! Giovanni Allevi si racconta

by Simone Dotto

"E tu chi ti becchi in sonoro?"

“E tu chi ti becchi in sonoro?”

I got the rockin’ pneumonia,
I need a shot of rhythm and blues.
I caught the rollin’ arthiritis
Sittin’ down at a rhythm review.
Roll Over Beethoven they’re rockin’ in two by two.

Chuck Berry, Roll Over Beethoven

 

A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata,
a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie.

Franco Battiato, Bandiera Bianca

Perché Beethoven non ha il ritmo e Jovanotti invece sì. L’ultima è questa, e poco importa se il ritmo nel senso tecnico di “concezione divisiva del tempo” ce lo dovesse avere per forza, dato che per organizzare la musica su spartito un pochino gli era necessario. E’ chiaro che qui per ritmo intende la groova, e quella no, il vecchio Ludovico Van non aveva proprio idea di che cosa fosse, mentre Cherubini ci mette niente a spararti una cassa dritta nello stomaco, di quelle che in un attimo ti fanno ballare tutto il palazzetto, e poco importa anche che quel “ritmo”, che a quanto pare ora è una dote innata del musicista-performer (“o ce l’hai o non ce l’hai”), non l’abbia certo inventato lui.

Al solito, alle esternazioni di Giovanni Allevi fa seguito il solito l’iradiddio di critiche e polemiche e di comesipermette, i nasi arricciati dei critici e degli intellettuali o dei sedicenti indignati (compresi quelli che Beethoven lo difendono in quanto Beethoven, non che lo abbiano mai ascoltato, niente di personale). Monocoli dei melomani si infrangono a terra tra gli sdegnati “parbleau dei benpensanti e i fischi dal loggione del teatro dell’opera da parte dei soliti parrucconi. Sempre che vi riesca ancora di immaginarveli così, quei quattro gatti che ancora si appassionano alla classica, con i loro orologi a cipolla rimasti in ritardo di un paio di secoli, minuto più o minuto meno. Ad Allevi riesce benissimo, e gli fa pure gioco. Da quando sta sotto i riflettori è come se si fosse prefissato un unico, grande obiettivo: raccontarsi al mondo come l’erede della Grande Tradizione Classica, o meglio dell’idea che il pubblico pop, digiuno di nozioni accademiche, ha della Grande Tradizione Classica. Un Maestro della Classica in formato pop, insomma. Lo dice, chiaro e tondo, a una puntata di Parla Con Me edizione 2006 – e quale luogo migliore del Salotto buono della sinistra di Raitre, che da anni si ripropone di portare “la cultura in tv”, salvo poi invitare Fausto Brizzi una volta sì e l’altra pure. Lo presentano come il “Mozart del duemila” e il “Brahms redivivo” (di quella mammoletta di Beethoven in effetti non c’è traccia). Dice che la musica classica fino ai primi del novecento era musica leggera, che è sempre stata “pop” nel senso di popolare, che è tutta colpa di Schoenberg e della sua dodecafonia, che hanno chiuso il tutto a chiave in una torre d’avorio. “Ma adesso siamo tornati”.


Dice così, quasi minaccioso. Poco importa se quello dodecafonico è solo uno dei tanti tentativi che si contavano sul finire del secolo scorso per rinnovare la musica su spartito, anche in reazione alle inedite possibilità date dai media di registrazione e conservazione del suono; poco importa che della musica che ora noi chiamiamo indifferentemente “classica” ma che in realtà dovrebbe dirsi più correttamente “colta” (fatta di chi, cioè, la musica la sa leggere e scrivere) abbiano goduto, in saecula saeculorum, praticamente solo il clero, i principi e i monarchi, l’aristocrazia e la borghesia, cioè quelle che di volta in volta hanno assurto al ruolo di classi dominanti, e che da par suo la vera musica “popolare” vanti una storia altrettanto lunga ma, per sfortuna, non altrettanto ben conservata. Per rendersi riconoscibile il pianista deve dire che tutto è sempre stato così com’è, schiacciare la profondità storica su due dimensioni, a portata di schermo. Prima c’erano Mozart e Bach, poi c’è stato Michael Jackson, e ora Allevi. Fine della storia. Noi ascoltatori veniamo così incoraggiati a immaginarci un passato a colori, dove la gente brandiva accendini e chiedeva a gran voce le sonate con i nomi che gli avrebbero dato gli archivisti secoli dopo, come accade nell’episodio “storico” dei Simpsons qui sotto. E possiamo sbizzarrirci a pensare a un futuro fantascientifico, dove finalmente torneremo a comprare i grandi compositori del futuro nei grandi negozi di musica del futuro, come ha fatto Stanley Kubrick per Arancia Meccanica[1]. La differenza rispetto ai due termini di paragone sta nel distacco ironico con cui vengono presentati, caricandone i tratti: nelle parole di Allevi si potrà senz’altro trovare del caricaturale ma in compenso non esiste alcun distacco, dal momento che della sua narrazione è il soggetto e l’oggetto insieme. Autore e interprete, come della sua musica.

Tutto in Giovanni Allevi è pop. La musica, il modo in cui viene scritta e suonata dalla stessa persona, come un cantautore qualsiasi, e poi pubblicata e “prodotta” per dischi. Album veri e propri, e non immortalata in semplici registrazioni di studio, e con delle copertine che raffigurano l’autore; i titoli, perlopiù in lingua inglese, battezzano i singoli brani quasi sempre contraddistinti da un minutaggio radiofonico – almeno fino a prima che si cominciasse a parlare di Concerti e Sonate. E’ pop la scelta di accompagnare degli spot, non tanto per il fatto di concedere le proprie grazie di artista alla pubblicità, ma perché lo stesso Allevi in queste rèclame ci appare in carne e ossa, ne è quasi il protagonista: chino sul pianoforte, osserva un cervo (…), lo lascia attraversa la ribalta e poi ricomincia a suonare. Poco importa che il prodotto in promozione sia poi un’automobile (la Fiat Punto 500) e che lo slogan reciti “High Tech Human Touch”. Conta ribadire il suo personaggio di genio svagato e romantico, il “classico compositore” per come se lo può figurare uno che di compositori non ne ha mai conosciuti, e quindi, statisticamente, come ce lo possiamo figurare un po’ tutti noi.

Di per sé sarebbe pure una provocazione intellettuale interessante, criticare la musica “classica” con i parametri usati per quella popular, a costo di dover mettere sullo stesso piano un profano Jovanotti e un sacro Beethoven: sembrerà un’idiozia, ma intanto sono quasi cent’anni che succede l’esatto contrario, che il pianista chopiniano di turno si sente legittimato a dare al jazz la patente di “musica seria” per via delle sue qualità ritmiche, mentre “la musica di consumo” non gli piace perché trova i suoi ritmi “primitivi”. Lo ha detto Maurizio Pollini ospite da Fabio Fazio a Che Tempo che fa, e quale luogo migliore del salotto buono della sinistra di Raitre che da anni si propone di riportare “la musica colta in tv”, salvo poi ospitare Baglioni una puntata sì e l’altra pure. Allora però nessuno si è scandalizzato, nessuno è corso per contro a fare le pulci al “sound” di Stravinskij della Sagra di primavera (che a suo tempo, peraltro, fu parimenti definita scandaloso e “primitiva”). Anzi: lo spettatore elevato – quello che la Cultura non la conosce di prima mano ma ne ha quantomeno una colpevole coscienza -scuote la testa, rinnega tra sè il peggio dei propri ascolti, fa la penitenza e si ripromette che al prossimo giro all’autogrill comprerà The Best of Bach, con la solennità con cui ci ostiniamo a dirci che da lunedì, cascasse il mondo, si inizia la dieta.

C’è un senso di colpa che abita in ognuno di noi consumatori culturali di massa, ed è su quello che il successo (anche questo molto pop) di Allevi fa leva: dovremmo ascoltare la musica classica, la “musica d’arte” come ci insegnano Fazio e la Dandini, eppure non ci va mai di farlo. L’esistenza di Allevi e del suo personaggio è proprio ciò che fa al caso nostro. Non dobbiamo andare a cercarlo altrove o tentare di comprenderlo: è lui che viene a noi tramite i mezzi (media) che ci sono più familiari, è lui che ci comprende, e tanto peggio per quei paludati accademici se non sono stati capaci di tanto. Il meccanismo non è diverso da quello che a intervalli regolari tenta di venderci la “vera musica dei veri poveri del Terzo Mondo”, o dalla ragione per cui ogni anno, tra Giugno e Settembre, i palinsesti si ricordano improvvisamente che esiste un’altra America, quella latina, che sta poco al di sotto degli Stati Uniti. Il vago senso dell’esotico che spinge il turista a voler “esplorare”, ma senza per questo  rinunciare al servizio al tavolo. Allevi ci restituisce questo senso dell’esotico per qualcosa che percepiamo lontano e, per averlo a lungo masticato, sa come rendercelo digeribile, comprensibile, famigliare. Assolve le nostre colpe di consumatori di pattumiere pop e ci fa sentire “grandi” (“guarda mamma, ascolto la classica”) sgravandoci dalla spiacevole incombenza di doverci capire qualche cosa, del doversi confrontare con altra arte, composta in altri mondi e altre epoche per altre situazioni sociali, altre persone, altre realtà che, diciamocelo francamente,  proprio non ci va di conoscere.

“Un collage furbescamente messo insieme. Nulla di nuovo. Il suo successo è una conseguenza del trionfo del relativismo: la scienza del nulla, come ha scritto Claudio Magris. Ma non bisogna stancarsi di ricordare che Beethoven non è Zucchero e Zucchero non è Beethoven. Ma Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi”[2].

Per la serie anche le Grande Parrucche si Incazzano, qualcuno qui sta cercando di fare ordine: Uto Ughi, nel lamentare la scarsa qualità musicale del compositore, cerca contestualmente di separare pop e classica secondo criteri di giudizio diversi, e in questo fa il gioco dell’accusato. La vecchia accademia, al fine, esce allo scoperto e si materializza sulla scena. Davanti all’antagonista il compositore può recitare a buon diritto la parte del grande incompreso, l’esiliato dei conservatori da quella gente di cui l’ottanta se non il novanta per cento delle persone non ha mai sentito parlare – e proprio per questo, ne siamo sicuri, devono essere dei gran rompiscatole. Eccoli i famosi abitanti delle “torri d’avorio”, quelli che odiano la gentaglia perché non ha studiato il loro latinorum. Che antipatici! Il “classico della ggente” ne soffre, ci sta male per un po’, ma poi risorge, con una grande idea e una piccola vendetta.

Sono un Giovanni felice. Ho superato i miei blocchi emotivi, derivati da quella critica feroce che mi aveva portato alla paralisi della creatività.  Poi un giorno, mentre viaggiavo in aereo verso il Giappone, ho fatto un sogno e la mia anima ha trovato gli strumenti per uscire dal buio. Per questo ho intitolato l’album Sunrise. Perché è come un’alba. Si è depositata nella mia mente una melodia per violino e orchestra. E mi è venuto da ridere, visto che il mio grande accusatore è un violinista. L’ho appuntata su un foglietto, e quando sono arrivato a Osaka mi sono chiuso in albergo e ho scritto il primo movimento del concerto per violino[3].

Vita e arte che si intrecciano. Non è questo in fondo tutto ciò che chiediamo a una popstar? Di farci vivere un po’ della sua vita per interposta persona? Di rispecchiarsi fedelmente nella sua opera affinchè si possa (ri)conoscerlo? Ad Allevi va riconosciuto il merito di essere un grande narratore di se stesso. Sarebbe anche più raffinato se non sentisse la costante esigenza di appiccicarsi didascalie e sottotitoli da solo, ma la sua evidentemente è una causa che va esplicata, divulgata, raccontata al mondo intero. Un’interpretazione maligna ma ormai piuttosto diffusa azzarda il parallelo con l’autonarrazione di Silvio Berlusconi: adorato senza riserve dalle folle, incompreso e incomprensibile all’establishment, perseguitato da una “casta” di vecchi bacucchi invidiosi e potentissimi eppure, nonostante questo, destinato a uscirne sempre e comunque splendido vincitore. In effetti quadra. Ma che cos’è mai quella berlusconiana se non la Parabola Pop italiana più venduta degli ultimi vent’anni [4]?


[1] la colonna sonora di Walter/Wendy Carlos, che rivisitava le sinfonie beethoveniane al sintetizzatore fece seguito all’enorme successo di Switched on Bach, primo album di “classica” a vendere 500.000 copie e a guadagnare posizioni nella classifica Billboard nonchè un Grammy proprio per l’anomala categoria Best classical

[2] Intervista a La Stampa: “Il successo di Allevi? Mi offende”, di Sandro Cappelletto,

[3] Intervista a La Stampa:L’alba di Allevi, una follia classica contemporanea” di Marinella Venegoni

[4] Qualcuno, tra le fila del partito e le pagine di giornali editi Mondadori, ha anche provato a definire l’ex premier “un politico rock”; su questo, però, dissentiamo fortemente.