La mezzaluna e il bulldozer

di Alessandro Ronchi

#occupy

Accade spesso che i moti di piazza, le rivolte, le sollevazioni popolari in luoghi differenti del mondo si sincronizzino. Accadde per esempio nel ’48 del diciannovesimo secolo la Primavera dei popoli e divenne un numero proverbiale. Accadde nel 1968 e fu un momento altrettanto epocale. A cavallo tra un millennio e l’altro ci fu il movimento No Global. Col passare dei secoli il raggio d’estensione dei focolai d’incendio è andato aumentando parallelamente al processo di estensione dell’area di influenza dell’Occidente nell’ottica di un rapporto sempre più interconnesso, non più di carattere coloniale, tra nazioni. Le ragioni di queste sinergie sono nella situazione economica o politica che spesso interessa più nazioni dando a ogni singolo moto cause simili e collegate, altre volte l’induzione e il contagio, in altri casi la diffusione continentale o planetaria di idee e sistemi di pensiero. Sarebbe anche interessante, en passant, trattare la sincronizzazione di ritmi naturali e umani per cui rivoluzioni e ribellioni avvengono quasi sempre in primavera.

Se ciò era vero per fatti del tempo della carrozza e della stampa a caratteri mobili, non può che esserlo a maggior ragione nell’epoca della rete globale, di Twitter e Facebook, del mercato planetario e dei G20 in cui le differenze locali tendono a svanire e tutti (o quasi) possono conoscere in tempo reale le notizie provenienti da un globo mosso dall’effetto domino dove una crisi finanziaria o un nuovo governo nello stato X ha ripercussioni su tutti gli altri. Il ruolo giocato da social network e blog nelle proteste di piazza e nei moti in Egitto, Libia, Tunisia, Siria, Algeria noti come Primavera araba nel 2010/2011 è stato ampiamente dibattuto e funziona come trait d’union a sollevazioni che hanno avuto modalità, svolgimento, esito molto differente a seconda delle situazioni specifiche. In particolare le piattaforme digitali sono servite, verso l’interno, come luogo di mobilitazione e organizzazione dei ribelli e, verso l’esterno, come canale mediatico capace di aggirare la censura governativa per far conoscere all’opinione pubblica mondiale le ragioni della protesta e i fatti, spesso sanguinosi, della repressione. Allo stesso modo la condivisione di contenuti e notizie non filtrate sotto gli hashtag ad hoc #OccupyGezi e #DirenGeziPark è stato un elemento caratterizzante la recentissima sollevazione di “giovani turchi” a Istanbul e poi in tutto il paese.

I fatti, in estrema sintesi. Il 28 maggio un piccolo gruppo di ambientalisti, applicando il modus operandi del movimento Occupy, pianta le tende all’interno del parco Gezi, una delle ultime aree verdi superstiti nella parte europea di Istanbul, per fermarne l’abbattimento e l’attuazione di un “piano di riqualificazione” che prevede la costruzione di un centro commerciale e una moschea. Nel giro di 48 ore il numero di manifestanti cresce vertiginosamente e si insedia anche nella vicina Piazza Taksim. All’originaria rivendicazione ecologista si unisce il malcontento diffuso nei confronti del governo, in carica da più di un decennio, di Recep Tayyip Erdoğan accusato di corruzione, legami dubbi con l’industria delle costruzioni e soprattutto di aver gradualmente limitato la libertà di opinione e espressione trasformando la laicissima Turchia del padre della patria Ataturk in una nazione islamica attraverso un giro di vite sul consumo di alcolici, rendendo l’aborto virtualmente impossibile e la blasfemia un reato penale, ignorando qualsiasi diritto LGBT, stringendo la morsa del Corano nelle scuole e arrivando persino a proporre una legge ridicola che vieti qualsiasi effusione amorosa nei luoghi pubblici. La protesta interessa tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età e tutto lo spettro ideologico e l’assembramento in piazza Taksir cresce esponenzialmente nonostante il governo decida di bloccare il trasporto pubblico in città. La polizia carica i manifestanti con manganelli e gas urticante. La protesta si diffonde nell’intera Turchia e tuttora, dopo proclami contrastanti dello stesso Erdogan, sei morti, scioperi, arresti di massa e la mobilitazione dell’intelligentja e delle diplomazie la situazione è fluida e incerta.

Occupy Gezi non è l’unica protesta imponente per dimensioni e eco mediatico accaduta nelle ultime settimane. Sicuramente la recessione economica planetaria rende i nostri tempi i più adatti all’esplosione di rivolte popolari e sommosse tuttavia le differenze specifiche ideologiche e geopolitiche impediscono di trovare un filo rosso che colleghi immediatamente, come poteva essere per la Primavera Araba o per i movimenti No Global, la primavera turca con le proteste degli Indignados che in Brasile si oppongono alle spese faraoniche (e alla corruzione che vi gira attorno perché tutto il mondo è paese) per eventi sportivi internazionali mentre buona parte della popolazione non trae benefici dall’essere la prima lettera dell’acronimo BRIC oppure alla Manif pour tous che ha portato milioni di francesi, in una serie di sfumature che andavano dai semplici conservatori ai fanatici di estrema destra, a scendere in piazza per fermare l’approvazione della legge, voluta dal presidente Hollande, che estendeva il diritto al matrimonio alle coppie omosessuali. Tuttavia il tratto comune delle manifestazioni della primavera 2013 è il rifiuto della modernità, l’opposizione non tanto allo status quo – come fu nel 1968 – ma a una nuova, specifica direzione della società. Nonostante la caratura ideologica profondamente divergente, in ogni caso si è trattato, si tratta di proteste “conservatrici”, atte a impedire una trasformazione dei costumi o della morfologia di una nazione. E, in ogni caso, la gente, come si legge nei link più populisti da far girare sui social network, ha fatto sentire la sua voce e si è ribellata contro i governanti che aveva precedentemente eletto. Come distinguere allora proteste “buone” e “cattive” uscendo da una retorica del ribellismo da cui discenderebbe un’equiparazione dei neonazisti che hanno ucciso a sprangate il diciottenne Clément Méric a Parigi con gli insorti di Istanbul che chiedono libertà di stampa e osteggiano le leggi islamiche? Semplicemente attraverso la valutazione delle singole motivazioni, rivendicazioni, proposte e attraverso il giudizio di merito specifico. Si tratta anche di abbandonare posizioni ideologiche pro o contro il progresso e le sue modalità, scindendo i diritti fondamentali dell’individuo dallo sfruttamento speculativo degli ecosistemi. Si può stare con i progressisti francesi che seguono la direzione della Storia nell’estensione della piena cittadinanza oltre un modello familiare tradizionale antiquato e superato e con i conservatori ambientalisti turchi.

Erdogan incarna perfettamente la tendenza a utilizzare un credo mobilitante illiberale, antistorico e totalitario (l’Islam – in Cina, per esempio, è il maoismo; in Russia il nazionalismo muscolare) come collante ideologico per una prassi di governo che sposa gli interessi del capitalismo corporativista più predatorio e disumano, altrettanto anacronistico, quello religioso del profitto prima di tutto e dell’espansione perpetua, lo squalo che deve continuamente muoversi (e mangiare, distruggere ciò che non gli è asservito) per sopravvivere. Quello per cui si falcia un parco per costruire un ennesimo, inutile, mall dove magari vietare la vendita di alcolici. Il bulldozer e la mezzaluna come armi di distruzione e sopraffazione. Esaltare i nuovi “giovani turchi” perché loro si sono ribellati e noi no equivale a mortificare loro azzerando il fatto politico che rappresentano. Più utile semmai valutare cosa ci dicono a proposito della contemporaneità e delle direzioni sostenibili che potrebbe prendere. 

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