#cattivogiornalismo (1) – Il mormorio ci seppellirà?

di Hamilton Santià

(SPECIALE #cattivogiornalismo. Leggi anche: Il rumore di fondo dello split-screen)

In virtù di quel che scriviamo, non pubblicheremo nessuna immagine al di fuori di questa.

La sparatoria a Palazzo Chigi non ha bisogno di ulteriori commenti dal momento che, nell’epoca dei social network e della comunicazione istantanea, abbiamo saputo tutti tutto e subito. Non è questione di giudicare, analizzare, studiare e vedere cosa ha spinto l’attentatore a compiere un gesto “fuori dall’ordinario”, ma considerare come questa notizia è stata sviscerata nelle ore immediatamente successive. Abbiamo saputo tutto e subito, dicevo. Abbiamo saputo subito troppo e il tutto non è quel tutto esaustivo che delinea una vicenda e te la spiega, ma quel tutto che ti investe, ti disorienta e ti fa perdere il contatto con le cose che sono veramente importanti nel diffondere una notizia. I siti di informazione italiani si sono lasciati prendere la mano, dando il via ad una inopportuna logorrea sensazionalistica. Non sembrava importante verificare i fatti, quanto dare subito tutte le informazioni che arrivavano. Confuse, a flusso, a getto continuo. Cognomi sbagliati. Motivazioni accampate. Dichiarazioni dei politici che si accodavano per apparire più lucidi di altri nel condannare il gesto. E così via. Insomma, anziché alzare una barriera protettiva attorno al ciarpame, si è favorita l’esondazione di quel mormorio che secondo Umberto Eco rappresenta uno dei paradigmi del nostro tempo che bisogna combattere non tanto per debellarlo, quanto per interpretarlo criticamente.

Non sono una tweet star, né ho l’ambizione di diventarla (@infinitext). Ogni tanto lancio hashtag così, come esercizio compulsivo (anche io sono un logorroico abbastanza preoccupante). Mentre stavo seguendo il flusso di interventi, ho pensato che molti giornali online – soprattutto il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano – stessero speculando su una tragedia umana e sociale per ottenere qualche migliaio di click in più. Ho cominciato a lamentarmi per la pubblicazione nelle rispettive home page di una foto a “otto colonne” del carabiniere a terra col sangue che cola lungo la strada e l’istituzione dell’immancabile galleria fotografica sull’attentato con lo slogan #cattivogiornalismo (che è diventato il titolo di questo minispeciale che vedrà un altro intervento tra qualche ora). Ovviamente non è diventato un trend topic, ma rende bene l’idea. Tra i vari osservatori che si sono giustamente sentiti presi in giro da questa speculazione, i più attenti sono stati Maurizio Crosetti e Tommaso Labate. Concentrati a condannare il diluvio di informazioni, spesso errate, spesso affrettate e spesso inopportune, i due commentatori hanno fatto emergere un disagio fortissimo attorno al senso del giornalismo oggi. Due, soprattutto, i motivi scatenati. Primo: la pubblicazione della foto del carabiniere prima che la famiglia lo venisse a sapere. Non si possono immaginare certe cose ma non faccio fatica a credere che essere informato che tuo marito è stato colpito da un proiettile al collo dalla stampa – assieme al solito corredo di conclusioni (è morto, è in pericolo di vita, sta benissimo, prognosi riservata, colpito di striscio, ecc.) – invece che dalle autorità competenti non sia esattamente bellissimo. Secondo: il chiacchiericcio attorno al cognome dell’attentatore. Prima della versione definitiva, Preiti, se ne sono sentite di ogni: Prete, Prieto, Prieti, Preti, Prati… Ma che senso ha? A che pro? E, soprattutto, a cosa serve?

Non voglio tirare fuori le regole auree del giornalismo anglosassone. Ma credo possa esistere un modo per combattere questa emorragia di dati che i giornalisti non si preoccupano nemmeno più di filtrare. Tutte le professioni terziarie legate al mondo dei media stanno cambiando, e anche il dare notizie deve essere in linea con i tempi che stiamo vivendo. Quello che mi sorprende è che sembra essersi confusa la speculazione con la completezza.

Curiosamente, in questi giorni, si è svolto a Perugia l’International Journalism Festival in cui si è cercato di riflettere sui problemi della professione nel contemporaneo. Secondo Emily Bell, direttrice del Tow Center for Digital Journalism della Scuola di Giornalismo della Columbia University di New York, bisogna puntare sulla fusione della notizia con la comunità in cui questa notizia si propaga.

Un metodo fondamentale attraverso cui le organizzazioni di stampa possono rinnovarsi è tramite la specializzazione e l’individualizzazione. Il team ha osservato un eccessivo potere passato dall’istituzione del marchio all’individuo.

“Il giornalismo da prodotto confezionato si sta trasformando nell’attuale giornalismo individuale”, ha detto la Bell.

Questa tendenza potrebbe essere la riorganizzazione necessaria per salvare il settore. Gli organi di stampa hanno bisogno di spostare la propria mentalità dal servire i bisogni del brand alla responsabilizzazione dei singoli giornalisti: sono loro l’elemento umano che crea un legame con i lettori e dà vita a una comunità.

Sicuramente, ha aggiunto Bell, le abilità fondamentali del giornalismo di riconoscere e riportare una storia resistono ancora. È cambiato solo il modo di farlo: adesso dipende tutto dalla comprensione della comunità e di quello di cui ha bisogno.1

Ecco. Abbiamo bisogno di questa speculazione in uno scenario tecnologico in cui tutto viene immediatamente amplificato? Non bisognerebbe usare Twitter e Facebook come delle possibilità di condivisione e di co-partecipazione anziché di megafono unidirezionale in cui si riportano solo le tante voci che arrivano nel luogo della notizia senza considerare che, forse, quelle voci, non sono precise? Insomma, perché anziché accendere il radar e alzare la soglia critica, abbiamo annullato le capacità di giudizio e preso ogni voce per buona? Ogni input come fondamentale? Ogni mattoncino decisivo? Perché questi frammenti portati così come sono anziché ricostruiti a monte e, soprattutto, liberati da quel ciarpame che rende una notizia una carrellata di pornografia che stimola gli istinti bassi come se ci fosse un continuo bisogno di eccitazione sensoriale e di speculazione sulle cose che accadono?

Dal sindaco di Roma Alemanno che dichiara di non saltare a conclusioni affrettate mentre definisce l’attentatore “un pazzo” a Giulia Innocenzi, giornalista dello staff di Michele Santoro, che subito cerca di politicizzare la notizia per difendere Beppe Grillo (tirato in ballo quasi immediatamente da altri esponenti del mondo politico con la brillante argomentazione per cui: «quando uno parla per anni di sparare al palazzo poi uno non può lamentarsi quando qualcuno al palazzo spara davvero»), passando per chi ha subito tirato in ballo la strategia della tensione, gli anni Settanta, la lotta di classe. Insomma, le parole sono importanti. Il senso del pudore anche. Io probabilmente sarò un moralista, ma ho apprezzato quando Barack Obama ha deciso di non divulgare le foto del cadavere di Osama Bin Laden. Perché questa voglia di vedere tutto, di sapere tutto con il rischio di vedere appiattita qualunque cosa per cui l’immagine di un morto è uguale alla galleria di immagini sulle “notti brave” che tanti click portano alla colonna destra del sito de La Repubblica? Insomma, ad annullare lo spirito critico si rischia di non capire più da che parte orientarsi e se si viene investiti da un mare di informazioni inutili e da una serie di shock che ottunde e quindi porta fuori strada, probabilmente non si riuscirà mai a ricostruire quello che si sta cercando di apprendere.

Insomma, è necessario non smettere di riflettere sul senso del giornalismo oggi. Mario Calabresi, direttore de La Stampa, si è schierato contro la speculazione sull’attentato (e infatti sul sito del quotidiano torinese non sembrano esserci gallerie fotografiche con la foto del carabiniere a terra). Il Post ha evitato qualunque allarmismo concentrandosi sulle notizie accertate. Insomma, è possibile opporsi al flusso indisciplinato. Ma non bisogna mai dimenticare che i nuovi tempi e le nuove tecnologie hanno da un lato “liberato” il pensiero, riformandolo e rendendolo più fluido, ma in parallelo hanno reso necessario un rafforzamento dello spirito critico perché la deriva populista dell’informazione, anche in un luogo definito democratico per antonomasia, è lì ad un passo. Infatti, non sembra ancora esistere una vera dialettica specifica dei media sociali, per cui si mutua un certo tipo di approccio “uno molti” proprio dei media tradizionali. Sembra, anzi, che questa liberalizzazione abbia fatto esplodere i difetti della stampa tradizionale portandoli a misura di utente. La comunicazione social, in questo senso, è solo un modo più veloce di campionare e riutilizzare un repertorio di banalità già note perché – a livello individuale, commentare – nella maniera più brillante e cinica possibile – è più importante che informare. Il mormorio va combattuto con le armi dell’osservazione, della confutazione e dell’interpretazione. Risolvere attraverso le solite categorie (la pazzia come movente passepartout, il sangue come elemento di fascinazione, le interviste ad amici e familiari per guardare le aggressioni private dal buco della serratura, ecc.) significa disinformare o, ancora peggio, guidare il pubblico verso una certa interpretazione. Non possiamo più permetterci l’ingenuità di considerare tutto uguale a tutto in partenza, ma capire cosa dire e come. Altrimenti questo mormorio ci seppellirà.

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