Lo spettacolo berlusconiano e la morte del varietà

di Hamilton Santià

(Alessandro Ronchi)

Non mi era mai capitato di guardare con attenzione I fatti vostri, il programma in onda ogni mattina su RAI 2 da tutte le mattine del mondo, a memoria d’uomo. C’è un gruppo di rimasti improbabili e male assortiti – i conduttori – che fa cose ex abrupto, senza soluzione di continuità, freneticamente, muovendosi in uno studio apparentemente emicircolare e pieno di spazi eterogenei. Queste cose sono schegge impazzite del “cadavere del varietà”: canzoni, sketch, giochi col pubblico a casa, oroscopi. Ogni tanto appaiono e scompaiono figuranti, sempre apparentemente senza logica né motivo. Aleggia un senso di disperazione, qualcosa a metà tra l’ospedale psichiatrico e la Notte di Valpurga. Ne sono rimasto molto affascinato. Si avverte anche la tristezza del circo contemporaneo, dell’arena di segatura dove gli ultimi epigoni di lignaggi consacrati all’intrattenimento si dannano l’anima per divertire e meravigliare un pubblico sempre più raro e meno impressionabile, combattuti tra l’accettare compromessi con il nuovo entertainment parricida oppure ritirarsi sull’Aventino della propria riserva indiana (circa come accadde per gli attori del muto dopo il passaggio al sonoro e con le radio star killed – o, più spesso, traslocate – dal video).

Piazza Italia, da qualche parte nel tempo

Perché tutto si può dire del colorito cast de I fatti vostri se non che non ce la mettano tutta. Si direbbe gente disposta a morire intrattenendo, combattendo ad armi impari con un linguaggio televisivo egemone che si è articolato cannibalizzando dal suo ventre il linguaggio RAI del varietà, quando il neonato network di Berlusconi ne acquistò a suon di miliardi i protagonisti per neutralizzarli mentre lo stato dell’arte diventava, gradualmente, Drive In, Striscia la Notizia, il reality show, il talk show di Barbara d’Urso. Il risultato di tanti sforzi è ovviamente camp, qualcosa di cui si può ridere. Tuttavia, fedelmente ai presupposti teorizzati da Susan Sontag nelle sue Notes (pubblicate in Contro l’interpretazione, 1998), il camp è cattivo gusto senza coscienza né secondi fini, è il cattivo gusto innocente.

Non c’è nulla di innocente, invece, nell’estetica e nell’antropologia dei format condotti da Bonolis o Enrico Papi o Teo Mammuccari nei quali, all’apologia dei vizi atavici dell’italiano fanfarone, familista amorale e ricco in espedienti quanto povero in coscienza civica (italiano che nella commedia all’italiana, almeno, era simpatico) si sovrappone un freak show di nuovi mostri ignoranti e cafoni, per cui l’apparire è il messaggio e il livellamento verso il basso corrisponde all’approssimarsi all’egemonia culturale, in un corto circuito tra studi televisivi, strade e case e luoghi del potere e delle istituzioni. Videocracy, vallettopoli, politica-spettacolo e spettacolo-politica: superfluo indicare, ancora una volta, le strutture e le persone responsabili di questa mutazione antropologica.

Ad un livello più profondo non sono innocenti neppure i quiz di Gerry Scotti dove, pacatamente, sottotraccia, subliminalmente viene ratificata una visione del mondo reazionaria e bigotta. Il/la concorrente, Renzo o Lucia secondo i casi, cerca, portando in olocausto il proprio nozionismo, di ingraziarsi la divinità della TV e il suo pingue sacerdote da strapaese affinché come per miracolo gettoni d’oro piovano dal cielo e possa avverarsi il sogno: terminare gli studi, sposarsi, trovare un lavoro e formare una famiglia felicemente alienata, purché tradizionale e eterosessuale. E lasciare qualche spicciolo in beneficenza, a modo di tangente al politically correct. Non a caso le vallette di Passaparola finiscono ad Arcore, lo Scotti benedice il pubblico a fine show come un telepredicatore e recentemente conduce (anzi, officia) un gioco a premi facendo volare mazzette di banconote come neanche la camorra quando ricicla il denaro sporco. Tout se tient, sempre.

Non sono innocenti ovviamente Barabara d’Urso e il suo populismo funzionale al Potere che risolve qualsiasi istanza civica preventivamente ridotta alla propria caricatura con la lacrima e la compassione automatica, superficiale, assolutoria per tutti. Chiagne e fotte se è vero che il populismo porta alle dittature – oppure le invita a conversare amabilmente senza contradditorio per ore.
Non è necessario dilungarsi, l’hanno fatto già in molti a partire da Giovanni Sartori in Homo Videns, sulla nuova antropologia italiana, sull’homo televisivus e sui disegni di potere ai quali è funzionale e in vista dei quali è stato plasmato come un Golem. Comunque ricordiamo che, quattordici anni dopo il lancio in grande stile di Canale 5, Canale 5 e le altre reti Fininvest hanno lanciato, sempre in grande stile, la neonata formazione “politica” Forza Italia. Tuttavia, la penetrazione dell’idioma dei barbari di Cologno Monzese nella Città Eterna di Saxa Rubra era già cominciato sulla scorta di ragioni di concorrenza sul piano degli ascolti e della raccolta pubblicitaria ben prima della designazione post elettorale di direttori e consiglieri. Berlusconi e il suo mondo, la sua versione italianissima dell‘American Way of Life, anello mancante tra il darwinismo innervante le dinamiche sociali a stelle e strisce nella sua versione spettacolare dello yuppismo e l’autoctono craxismo, stavano già vincendo, culturalmente ed economicamente, prima di prendersi tutto.

Cosa c’era, nella tv italiana, nell’evo pre Drive In? Certo, c’era la “RAI dei professori”, l’esperienza “corsara” di Eco, Vattimo e Colombo, il Match arbitrato da Alberto Arbasino, La notte della Repubblica di Sergio Zavoli e sceneggiati che rendevano pop Dostoevskij, Balzac e Gogol e, a volte, poco avevano da invidiare a nouvelle vague e neorealismo (e spesso ne condividevano le firme, da Cesare Zavattini a Liliana Cavani). Tuttavia le élite resistono sempre, magari ritratte nelle catacombe di reti amiche e orari notturni, per poi rifiorire in termini di quantità e visibilità nella primavera dell’offerta digitale (ad esempio la RAI 4 di Freccero, la RAI 5 di Daverio, la RAI Storia di Minoli). L’agnello sacrificale dell’evoluzione di tempi e linguaggi è stato l’intrattenimento popolare, nello specifico il varietà, apoteosi e rituale della televisione generalista per le masse. E pare molto scontato ma inevitabile ricordare l’abusata profezia di Pasolini sulla corruzione delle masse popolari ad opera della società dello spettacolo.

Non è difficile oggi farsi un’idea almeno sommaria di cosa fosse, allora, il varietà. È sufficiente fare zapping, meglio nei mesi estivi, tra Blob e programmi-sutura. Il varietà, forma contenitrice a partire dal nome, raccoglieva nel sabato sera italiano canzoni, sketch comici, ospiti, giochi, balletti… valeva tutto ciò che poteva intrattenere. Lo spettacolo berlusconiano, troppo intelligente per riformare la liturgia di un popolo antropologicamente conservatore, ne riprende i tipi stravolgendone il senso. Non si tratta – non soltanto quanto meno – di rimpiangere il garbo, l’eleganza, l’understatement, la professionalità e anche il wit dei bei tempi andati quando le videostar si chiamavano Walter Chiari, Vittorio de Sica, Mina, Alberto Sordi, Tognazzi & Vianello. Non si tratta neppure di stravolgere l’ideologia essenzialmente reazionaria del varietà. Suscitano tenerezza, a distanza di oltre quarant’anni, gli sketch sui “capelloni” paragonati a curiosi animali. Semmai il varietà è sempre stato attento a inglobare nel suo vasto ventre le tendenze sociali che furono radicali nell’istante stesso in cui si trasformavano in mainstream e si disinnescavano – quanti “punk” all’acqua di rose nel varietà degli anni Ottanta!

La differenza tra lo spettacolo del varietà RAI e lo spettacolo berlusconiano è sostanzialmente stilistica, si regge sulla nozione di estetica come suggestione di un immaginario e quindi di un’etica. In un caso da manuale della televisione Raffaella Carrà era capace di ipnotizzare una nazione intera chiedendo di contare i fagioli contenuti in un barattolo, il grado zero quasi zen e quasi dada del medium. Di senso opposto, ma altrettanto radicale, l’inserimento quasi carbonaro, che rimandava ai fenomeni allora d’avanguardia, delle tendenze dell’arte informale, della danza contemporanea, del design optical da parte di scenografi, coreografi, costumisti dell’age d’or del varietà. L’estetica Mediaset rimanda semplicemente agli interni del Billionaire (si veda, a puro titolo esemplificativo, Chiambretti Night) o a nonluoghi di cartapesta e spotlight che a loro volta rimandano a Milano 2 o alle scenografie elettorali di Berlusconi n una riduplicazione delle forme più volgari e deleterie dell’esistente e del provinciale. Semplificando, da Busby Berkeley a Flavio Briatore.

Siccome ogni vero regime, politico ma anche estetico, crea da sé gli spazi del dissenso funzionali alla sua sopravvivenza, aggiungiamo una postilla – di stretta attualità – sullo spettacolo berlusconiano di marca ideologica opposta. Il linguaggio di Santoro e dei suoi talk show, pregni di populismo, monologhi, semplificazioni manichee e risse quanto poveri di dialettica, si rivela uno specchio fedelissimo come provato dal recente two man show per cui il Guardian che vede gli eventi in prospettiva geografica (e, en passant, ha sempre ragione), non ha potuto evitare di commentare: “some things have not changed in Italy since crowds watched with morbid fascination during the bloodshed at the Colosseum”. Tanto funzionale ai disegni berlusconiani di polarizzazione da far apparire, al confronto, I fatti vostri un esempio di resistenza culturale.

Alessandro Ronchi si occupa di arte, cinema, musica, visual culture e cultura pop. Attualmente è redattore di Artribune.